mercoledì 15 maggio 2013

OrtaNova ROCK festival


Esistono eventi che, pur nascendo in maniera fortuita, con il solo scopo di riempire una serata, alla fine riescono ad imporsi come solido riferimento culturale e di costume per un’intera comunità. È il caso dell’ “Orta Nova Rock Festival”, che prende il via nella primavera del 2006, da un'idea di Luca Caporale e dell'allora assessore alla cultura, Aldo D'Agostino. La  prima edizione, in forma del tutto sperimentale, si tenne nell'agosto dello stesso anno, in collaborazione con la Pro Loco Young cittadina e il patrocinio del comune di Orta Nova. Nell' occasione si esibirono diverse giovani band ortesi, operanti da pochi anni e nate nel più classico dei modi, nelle cantine e nei garage, a rispecchiare la canonicità di un percorso che ogni band che si rispetti deve seguire, in ogni parte del pianeta! Tra di esse sono da menzionare i No Name e gli Original Travel, i cui componenti sono tutt’ora in attività e con egregi risultati. L’anno successivo sarà lo stesso Luca Caporale a continuare con la seconda edizione dell’evento, che si aprì in maniera insolita e divertente, con una coinvolgente jam session pomeridiana, di fronte al palco in allestimento. La  serata vide esibirsi più di cinquanta, tra musicisti e ballerini, in un connubio musica/danza dal gusto multicolore. L’edizione 2007 è stata quella che diede l’input alla costituzione dell'associazione artistica Arte Nova, formatasi  con lo scopo di promuovere eventi di cultura musicale distribuiti per l’intero  anno solare, tra cui anche il citato Rock Festival dell’agosto ortese. L’associazione si propose anche come punto di ritrovo per gli appassionati e per chi era intenzionato ad intraprendere un percorso artistico, non solo musicale. L’edizione del 2007 è da ricordare anche per l’interessante dibattito che precedette lo spettacolo, durante il quale erano intervenute diverse associazioni cittadine e vari esponenti dell'amministrazione comunale, per illustrare progetti di politiche giovanili e culturali. 


 Nel 2008, con la regia di Arte Nova, l'evento divenne espressione della stessa associazione, di cui Luca Caporale era presidente. In quell'edizione, in particolare, il Festival per la prima volta si diede un “tema”: le canzoni della storia del Festival di Sanremo, scelte e arrangiate sulle caratteristiche musicali e stilistiche di ciascuna band. La serata prese la forma di una competizione sui generis, molto amichevole, con la supervisione di una giuria esterna qualificata. Il premio finale fu attribuito alla Arte Nova's Band, una session creata per l'occasione, con la bellissima voce di Alessandra Turchiarella, che interpretò una originale e brillante versione del brano  “Alberi”, di Enzo Gragnaniello, cantata nel 1999 in coppia con Ornella Vanoni.  Nel 2009 il Rock Festival si concesse il bis, per un nuovo tema, più celebrativo stavolta, ossia la Storia della musica ortese, un excursus temporale di mezzo secolo di storia cittadina, ripercorrendo le orme di alcuni dei più popolari gruppi musicali e solisti, dei più diversi contesti e dei più svariati generi. Per l’occasione sul palco ritornarono due storiche band come i Turbo, emblema cittadino degli anni 80, già band a supporto di Michele Zarrillo e La Corte dei Miracoli, ovvero la storia della musica degli anni 60 e 70, con una lunghissima carriera alle spalle, divisa tra influenze melodiche e progressive, a testimoniare la straordinaria vivacità di quel ventennio irripetibile. Inoltre, non sono mancate le giovani band, tra cui alcune dei centri limitrofi. Nell’edizione 2010 venne istituito il premio per "Le eccellenze della musica del territorio", un riconoscimento voluto dalla città di Orta Nova per chi, tra immancabili difficoltà, tenta di produrre e divulgare cultura. Vengono premiati per l’occasione il gruppo de La Corte dei Miracoli, un ringraziamento per i 40 anni di musica e di emozioni (quella fu l'ultima apparizione in pubblico del compianto Antonio Zicolillo), Luigi Ferrazzano, per aver organizzato nella città di Sanremo, durante la settimana del Festival, un evento promozionale con i prodotti tipici del territorio dei 5 Siti Reali e il professor Lorenzo Ciuffreda, che con entusiasmo svolge la sua “missione” di insegnante di musica presso l’Istituto Scuola Media Statale “Sandro Pertini” di Orta Nova, nonché brillante promotore di numerose iniziative a sfondo musicale per i suoi affezionati alunni.


Nell’edizione  2011, per la prima volta, ci fu la prestigiosa presenza del superospite, ovvero il chitarrista ufficiale di molti programmi televisivi Rai e Mediaset, e dell’Orchestra del Festival di Sanremo, Luca Colombo, la cui perfomance non è stato un vero concerto, ma ha avuto tutta l’aria di essere stata una gradevolissima jam session in compagnia di vecchi amici. Egli suonò sul palco accompagnato da tutti i musicisti di Arte Nova, che lo stesso Colombo ha apprezzato pubblicamente per la qualità e la disponibilità. A margine della serata arriva la sezione premi per le eccellenze territoriali e quest’anno ad essere premiato fu l'autore Gianni Iorio, musicista di bandoneòn, col suo gruppo Nuevo Tango Ensamble, a metà tra tango argentino e jazz e Nicola Maffione,  pianista e tastierista di Fausto Leali, nonché instancabile  organizzatore dell'”Antenna d'Oro”, importante e trentennale rassegna territoriale, antesignana dei talent show televisivi. Una menzione speciale va data allo speaker Pino Balestrieri, conduttore e presenza fondamentale di riferimento del Festival, oltre ad essere uno dei soci fondatori dell'associazione Arte Nova. Nell’ anno 2012 l’”Orta Nova Rock Festival” ha preso una pausa di riflessione, con grande disappunto di chi attendeva con entusiasmo questo importante evento dell’agosto ortese, pausa che purtroppo si sta prolungando da cinque anni. Nelle sei edizioni hanno suonato oltre duecento musicisti e un numero imprecisato di band, molte delle quali provenienti dai centri della provincia, con un seguito di pubblico davvero interessante. C’è da sottolineare come la rassegna sia stata sempre considerata una valida fucina in cui sperimentare novità e nuovi linguaggi, un affascinante territorio pronto da esplorare, anno dopo anno. L’impegno dell’associazione culturale Arte Nova è stato quello di offrire una nuova occasione e un’opportunità per i ragazzi che si vogliono cimentare con le sette note, ma anche quello lungimirante ed ambizioso di dare la giusta valorizzazione e la promozione delle eccellenze territoriali e un piccolo barlume di “speranza” per chi crede che qui è possibile costruire, e, per citare Lorenzo Jovanotti, di pensare positivo. Ovviamente, in cuor nostro, ognuno di noi spera nella ripresa e magari in una nuova rivalutazione di questo appuntamento, per i musicisti e per tutti gli appassionati, considerando che la rassegna ha sempre avuto, sin dalla prima edizione, un budget piuttosto contenuto, quindi mi pare sia solo questione di volontà di proporre e di costruire qualcosa di importante.  



 

sabato 4 maggio 2013

Napule è

                                                                              
“Ci sono posti che vedi una volta sola e ti basta... e poi c'è Napoli”

JOHN TURTURRO

                                                                               



Esistono due Napoli: una reale, fisica, accogliente nei suoi vicoli, nei palazzi e nella sua storia, l’altra, platonica, l’idea astratta di Napoli, frutto dell’immaginario collettivo, che ha creato tanti luoghi comuni, sancendo di fatti lo status di città unica al mondo, originale, contraddittoria, irripetibile. Ma se Napoli è capro espiatorio della somma dei problemi di un’intera nazione, è anche e soprattutto arte, e musica in particolare. La città ha sempre avuto un forte e privilegiato rapporto col mare, e l’intermediario di questo matrimonio è il suo porto, aperto al mondo e alle navi che vi approdano e trovano rifugio. Napoli nei secoli ha imparato ad accettare e ad integrare gli stranieri: la città ha "rubato" a tutti e a tutti ha dato qualcosa da portarsi via. Il napoletano è abituato ad aspettare, aspettare che lo straniero entri, che si sfoghi, che si senta conquistatore, senza rendersi conto che è lui che sta lasciando qualcosa, che viene studiato, che da lui si cerca di capire se ha qualcosa di utile da lasciare! Alla fine la cultura napoletana prevale, un po' più ricca di prima, perché ha imparato a non soccombere, nonostante tutto. Napoli assorbe e poi trasforma, e infine rimanda e comunica. Non a caso è stata da sempre capitale, anche se l’Italia tenta in tutti i modi di “ridimensionarla”, ma la sua cultura è la sua forza, è il vero segno di civiltà, il  contrario dei  falsi parametri e dei finti modelli imposti da chi non la pensa proprio così, distante e immerso com'è nelle proprie nebbie!!   Ma torniamo alla sua musica….
…..l'origine della canzone napoletana si colloca intorno al XIII secolo, quindi ai tempi della fondazione dell'Università partenopea istituita da Federico II (1224), della diffusione della passione per la poesia e delle invocazioni corali dalle massaie rivolte al sole, come espressione spontanea del popolo di Napoli, manifestante soprattutto la contraddizione tra le bellezze naturali e le difficoltà oggettiva di vita. Un forte sviluppo si ebbe nel Quattrocento, quando la lingua napoletana divenne la lingua ufficiale del regno e numerosi musicisti, ispirandosi ai cori popolari, iniziarono a comporre  le farse, le  frottole e le ballate. Alla fine del Cinquecento si diffuse la villanella alla napoletana, che conquistò l'Europa.  Questa espressione artistica popolare era allora carica di contenuti positivi ed ottimistici e raccontava la vita, il lavoro ed i sentimenti popolari.




In particolar modo la "villanella alla napoletana" rappresentò un primo antefatto fondamentale per gli sviluppi della canzone napoletana ottocentesca, sia per la sua produzione originariamente popolaresca, ben accolta dalla classe colta, sia per il suo carattere scherzoso e l'ampio spettro componentistico, che variava dalla polifonia,  all'accompagnamento strumentale per una sola voce. La più famosa villanella è probabilmente Si li femmene purtassero la spada.
Il Seicento vide sfiorire la villanella e la comparsa dei primi ritmi della tarantella, con la celebre Michelemmà. Nel secolo successivo si rintraccia un secondo antefatto della canzone napoletana ottocentesca, rappresentato dalla nascita dell'opera buffa napoletana, che influenzò non solo il canto ma anche la teatralità delle canzoni, che divennero un faro per la produzione popolaresca. Intorno al 1768 autori anonimi composero Lo guarracino, divenuta una delle più celebri tarantelle, rielaborata come molte altre canzoni antiche nel secolo seguente.
 Elementi catalizzanti la propagazione ed il successo dell'attività musicale furono innanzitutto la nascita, intorno ai primi dell'Ottocento, di negozi musicali e di case editrici musicali come Guglielmo Cottrau, Girard, Calcografia Calì, Fratelli Fabbricatore, Fratelli Clausetti e Francesco Azzolino, che ebbero il merito di recuperare, raccogliere, riproporre, talvolta aggiornandoli, centinaia di brani antichi. Un secondo veicolo di diffusione della canzone fu costituito dai cosiddetti "posteggiatori", ossia dei musici vagabondi che suonavano le canzoni sia in luoghi al chiuso, sia davanti alle stazioni della posta o lungo le vie della città, talvolta spacciando anche le "copielle", fogli contenenti testi e spartiti dei brani parzialmente modificati.
 Fra la seconda metà dell'Ottocento e  la prima metà del Novecento, la canzone fu oggetto di inclusione, nei suoi temi, di decadentismo, pessimismo e drammatismo ad opera di intellettuali che ne modificarono lo spirito originario, probabilmente a seguito dell’unità d’Italia, che portò nella città una percezione non proprio positiva e la sensazione di essere stata defraudata del suo antico splendore di capitale culturale europea, nel vano tentativo di assoggettare Napoli al ruolo comprimario di città di “provincia”. In quel periodo i maggiori musicisti e poeti si cimentano nella composizione di numerose canzoni, ponendo le basi per la nascita della canzone classica napoletana, pietra miliare della canzone italiana ed uno dei repertori più conosciuti all'estero.




Fu alla fine della seconda guerra mondiale che la musica napoletana visse la sua più grande e straordinaria prima rivoluzione. Adesso è più evidente il carattere di contaminazione della musica partenopea. Le castagnelle, i tamorre e il triccheballacche lasciano il posto alla batteria e alle percussioni, il  putipù, il calascione e il mandolino vengono rimpiazzati dal contrabbasso e dalla chitarra! Esempio straordinario fu  lo stile di Renato Carosone, che mescolò ai ritmi della tarantella le melodie e gli strumenti tipici del jazz americano e del boogie, che i soldati a stelle e strisce avevano portato alle falde del Vesuvio, contribuendo così ancor di più all'esportazione in America della canzone napoletana. All’esperienza di Carosone fece seguito, negli anni sessanta, quella di Peppino di Capri, che rapportò la netta e inconfondibile “napoletanità” musicale con il twist e la musica dei Beatles. Negli anni settanta invece, c’è una tendenza al ritorno, al risveglio di una nuova e più rigorosa consapevolezza delle radici folkloriche della musica popolare, ad opera principalmente del geniale Roberto De Simone, fondatore della Nuova Compagnia di Canto Popolare: qui furono poste le basi della moderna musica partenopea. Ma se da un lato si sta attuando una profonda trasformazione e contaminazione, dall’altro c’è chi si adopera per il recupero della canzone tradizionale:  vengono ripresi ed attualizzati i temi della sceneggiata, ad opera di Mario Merola, Pino Mauro, Mario Trevi e Mario Da Vinci.
Parallelamente a questo fenomeno, Bruno Venturini rilegge in chiave lirica i più famosi brani del repertorio classico della canzone napoletana, dando vita ad una significativa opera antologica (con brani che vanno dal 1400 ai giorni nostri), nella continuità del bel canto italiano nel mondo, che ha avuto nel grande tenore Enrico Caruso la sua massima espressione vocale.
Intanto il fermento musicale di quell'epoca è avvertito anche da nuovi autori come Eduardo De Crescenzo, Alan Sorrenti (nella fase più sperimentale) ed Enzo Gragnaniello. La musica nera, il blues, il soul, il rhythm & blues e il jazz fusion, iniziano ad affacciarsi sul Golfo. Pino Daniele sarà il grande traghettatore di questa stagione, con una produzione memorabile ed eterna della musica di altissima qualità. Accanto a lui emergeranno preponderanti il sassofonista Enzo Avitabile, Tony Esposito, con le sue sperimentazioni afro, la fusion di Napoli Centrale, col sassofonista James Senese, il rock singer Edoardo Bennato, che fece del grottesco e dell’opera buffa  un’ardita fusione con la musica folk americana, Teresa De Sio, nata da una costola della Nuova Compagnia, e con lei Eugenio Bennato, fratello di Edoardo. E poi il Gruppo Operaio di Pomigliano d’Arco, le Nacchere Rosse, Musicanova, le suggestioni pop jazz operistiche degli Avion Travel, danno un'impronta nuova e dinamica alla musica partenopea. Napoli che assorbe, crea e rimanda, a differenza di altre realtà nazionali, troppo prese dall’assorbire passivamente le mode che vengono da oltre oceano! Uno dei più singolari esperimenti degli anni settanta è costituito dagli Osanna, gruppo rock progressivo, formato per iniziativa del gruppo Città Frontale e del fiatista Elio D'Anna. Questi sono stati tra le prime band rock, formata da musicisti talentuosi, a proporre concerti dal vivo con trucco e costumi di scena. Le loro esibizioni erano sostenute anche da coreografie create attraverso la teatralità della tradizione mediterranea con richiami alla Commedia dell'arte. Negli anni ottanta e nei primi novanta, si affermano in ambito nazionale anche gruppi come Almamegretta, 99 Posse, 24 grana, Bisca, che rinnovano la canzone napoletana mediante una commistione di musica elettronica, trip-hop e rap. La differenza rispetto alla musica neomelodica sta anche nei testi ad alto contenuto politico (prevalentemente di estrema sinistra). Queste band trascinano il ragamuffin fuori dai Centri Sociali napoletani, offrendo al mercato discografico una nuova linfa creativa. Il raggio di azione dei musicisti napoletani si è gradatamente ampliato fino a comprendere forme avanzate di ricerca, come il lavoro del musicista Luciano Cilio e dalla geniale opera di revisione zappiana, a cura di Daniele Sepe. Senza dubbio Napoli ha assunto un ruolo di leadership nella musica popolare italiana. Il dialetto ha di molto facilitato un rapporto più incisivo ed efficace col ritmo, grazie alla frequenza delle parole tronche, che invece scarseggiano nella lingua nazionale. L'esperienza napoletana, al di la delle grandi conquiste del passato, è in continuo divenire, nell'impeto creativo che ha da sempre caratterizzato la metropoli partenopea. Mi chiedo se non Napoli, quale altra città può assumere il ruolo di capitale culturale del bel paese!



Almamegretta


 

Pino Daniele e il suo supergruppo

99 POSSE
Daniele Sepe







 

lunedì 22 aprile 2013

L’ULTIMO SABATO DI APRILE



LA FEDE POPOLARE E DEMOCRATICA





Quel venerdì di fine aprile fu molto freddo e il conte d'Ariano, dopo una lunga ed estenuante battuta di caccia venne colto dal buio. Riuscì a trovare rifugio in un casolare, ai margini del bosco, nei pressi del fiume Cervaro, che conduce le fredde acque del Subappennino verso l’Adriatico e culmina col suo stretto estuario a poca distanza da Sipontum. Intanto, mentre il sabato muoveva i primi passi improvvisamente durante la notte una luce vivissima attraversò la selva. Il conte, attratto dal chiarore, giunse ai piedi di un grosso albero, dalla cui sommità proveniva quell'insolito bagliore. Tra i grossi rami riuscì a notare una figura avvolta in un’aura sfolgorante, che gli indicava una statua poggiata fra il fogliame di una quercia. Casualmente, nello stesso tempo, passava su quello stesso sentiero un contadino che si recava al lavoro con i suoi buoi; l'uomo, alla vista della Signora, immediatamente capì di essere in presenza della Vergine Santissima. Strazzacappa, così si chiamava il contadino, prese il paiolo che gli serviva per il magro pasto giornaliero, vi versò dal cornetto la razione d'olio d'oliva che avrebbe dovuto bastargli per tutto il mese, e, fatto un rozzo stoppino, l'accese in onore della Madonna. L'omaggio di Strazzacappa restò per sempre come il povero obolo della vedova, di evangelica memoria, simbolo e segno di una fede che tutto dona al Signore e che dal Signore tutto riceve. 
Era l’anno del Signore 1001!!!                                                              
Di li a pochi mesi il nobile conte di Ariano fece costruire una cappella, che nei secoli successivi divenne un celebre Santuario. Così prende vita una delle vicende più straordinarie riguardanti la fede cristiana. Le comitive di villani, di pastori e di pellegrini che passavano dal Tratturo Regio, diretti al grande santuario dell'Arcangelo Michele, su a Monte Sant'Angelo, ne fecero una meta intermedia gradita e privilegiata. La grande chiesa, così come la conosciamo oggi, è il frutto di un progetto del 1953, dell'ingegnere romano Luigi Vagnetti. Il complesso del Santuario esprime una felice sintesi fra elementi simbolici e strutture architettoniche tipiche del territorio, quali la capanna ed il trullo. Il complesso si estende su 13 ettari e si compone di diversi edifici: il tempio sacro, con schema planimetrico a croce greca e a vano unico, l’ala riservata ai Padri, l’imponente campanile alto 57 metri, il museo, il teatro e la casa del Pellegrino, con 58 posti letto.
Il santuario, pur attraverso una modernità di linee e soluzioni, esprime mirabilmente l'humus culturale in cui questa storia millenaria è maturata. La grande area recintata, di cui la basilica è il centro, ispira il senso dell'arrivo, di un abbraccio, nella quiete piena di pace della casa di Dio. Ricorda anche gli stazzi, una volta numerosi nei territori dauni, disposti a corona attorno alle grandi masserie, in cui trovavano rifugio le greggi di pecore dei pastori della transumanza. Fra i grandi santuari della Capitanata quello dell’Incoronata esprime meglio di tutti l’attesa operosa e lungimirante della Chiesa di vedere tutti i suoi figli intorno a lei, felici negli “atri” del Signore. E' la rappresentazione visiva della maternità di Maria e della Chiesa, che tutti aspetta e tutti riceve, nel suo seno provvido e materno. L’altissimo campanile è, insieme, segno felice del trionfo della croce e preghiera che s’innalza solenne. Il santuario conserva gelosamente tutto un patrimonio di tradizioni legate al particolare culto della Madonna: la Vestizione, nella giornata del mercoledì che precede l’ultimo sabato di aprile, il sabato del prodigio;  la Cavalcata degli Angeli, che si svolge due giorni dopo, il venerdì. Oggi i pellegrinaggi si manifestano con maggiore sobrietà. Una volta, invece, la gente umile e meno umile, più che con le parole, amava parlare col Signore attraverso la plasticità del gesto e il linguaggio dei simboli. Quando i pellegrini arrivavano sul ponte sul Cervaro o, per quelli che arrivavano da settentrione, alla confluenza del Tratturo con la ferrovia per Potenza, usavano togliersi i calzari e percorrere gli ultimi chilometri a piedi nudi. Era un gesto di umiltà fatto nel ricordo di Mosè, a cui, sul monte Oreb, il Signore comandò "togliti i sandali perché il suolo che calpesti è terra santa". I luoghi ove i pellegrini si toglievano i sandali venivano detti "scalzatori". Ora questa usanza, insieme ad altre pratiche penitenziali più o meno plateali, non esistono più. E’ rimasto il triplice giro che ogni compagnia compie intorno al Santuario prima di entrarvi. E’ un ulteriore atto di omaggio alla Vergine Celeste, quasi un’anticamera, prima di chiedere umilmente il permesso di essere ammessi al cospetto della Regina dei Cieli. Tra le usanze religiose sopravvissute è da ricordare anche la benedizione dell’olio che ogni pellegrino riceve: è la rievocazione dell’episodio dell’olio dell’umile Strazzacappa. 

Una importante caratteristica del pellegrinaggio al Santuario dell'Incoronata è stata sempre quella di aver permesso una serena espressione della devozione popolare, specialmente di contadini e di pastori. Questo elemento conferiva un carattere "democratico" alla fede, ancora in parte esistente. In passato, a causa della lontananza dei paesi di provenienza, i pellegrini si fermavano per due, tre o più giorni vicino al Santuario, accampati nelle radure adiacenti il bosco.
La fede viva, assimilata ed appresa fin dai primi anni di vita, attraverso l'esempio e le parole dei genitori, spingeva ogni generazione a pellegrinaggi lunghi e non poche volte duri ed impegnativi: si impiegavano più giorni di cammino che teneva lontano dalle proprie case almeno per una settimana!
Ma era anche un tacito ed inconscio appuntamento che le popolazioni si davano ogni anno per deporre ai piedi della Madre comune le pene e le sofferenze della propria misera esistenza, trascorsa nel duro lavoro dei campi o nell'estenuante custodia delle greggi. Animati da un nuovo fervore ritornavano più sereni alle loro consuete occupazioni.
Altro aspetto caratteristico dei pellegrinaggi all'Incoronata è la spontaneità.
Non è il clero ad organizzarli o a guidarli, ma i fedeli stessi si fanno promotori ed animatori: più volte da una stessa città partono più gruppi di pellegrini, per poi ritrovarsi ai piedi dell'Incoronata in fraterna e comune preghiera.
Ancora oggi si vedono giungere piccole compagnie di fedeli, che procedono devotamente, anche in assenza di esponenti del clero, guidate solo dalle anziane guide, che pregano e cantano all'unisono le laudi dialettali, altro importante patrimonio culturale, che in questo modo riescono a tramandarle alle nuove generazioni.
 L’ubicazione del Santuario è stata da sempre strategica: nei secoli scorsi era uno dei principali nodi della transumanza.
I pastori abruzzesi e molisani si incontravano ai piedi della Madonna, prima di ritornare alle proprie regioni montuose con l'arrivo della bella stagione.
Il Tavoliere aveva offerto alle greggi nutrimento per l'inverno ed essi, prima di riprendere la via di casa, si radunavano per ringraziare la Vergine Incoronata.
Le carte dei tratturi presenti nell'Archivio di Stato di Foggia documentano ampiamente la "centralità" del Santuario dell'Incoronata, crocevia dei tratturi del tavoliere pugliese e come esso fosse ben collegato con le diverse arterie che percorrevano la grande pianura. La cultura contadina meridionale, come in questo caso, si dimostra ricca e sorprendentemente articolata, patrimonio prezioso e inestimabile da conservare per gli anni a venire.

                                                                          
                    
       


sabato 13 aprile 2013

I COLORI IN MOVIMENTO


Nel mondo esistono piccole realtà, spesso sconosciute e anonime, ma non per questo meno ricche di spunti interessanti. Tempo fa, in una mostra collettiva di pittura, mi è capitato di osservare, tra le numerose tele esposte negli austeri corridoi del Palazzo ex Gesuitico di Orta Nova, dei dipinti che, per una qualche ragione, hanno attirato la mia attenzione. Il vero motivo di tanta curiosità era il calore e la forza dei colori, ben miscelati, ben accostati, con i soggetti rappresentati su quelle tele, che grazie a quei colori, davano come l’impressione di essere in movimento. Ho voluto sapere chi fosse l’autore di quei quadri e vidi che le tele erano firmate a nome di Dora Mendolicchio. Successivamente, avendo conosciuto di persona l’autrice, ho scoperto che ella dipingeva da molto tempo, solo per passione e senza aver condotto studi specifici: la sua era una pittura istintiva, spontanea e la scelta dei colori semplicemente dettata dallo stato d’animo del momento. Però definire naif quel modo di intendere la pittura, mi è sembrato  molto limitante, come se si volesse necessariamente dare una connotazione, specie in virtù del fatto che l’autrice si era avvicinata già da qualche anno alla dottrina buddista, situazione questa che offre molte spiegazioni e suggerisce molteplici chiavi di lettura alla sua arte. La sua vicinanza alla filosofia buddista viene espressa sia dall’armonia dei suoi dipinti (quella stessa armonia cosmica che è uno dei pilastri del  buddismo), sia dall’uso dei colori vivaci e mai “banali”. Tra i suoi soggetti, un tema ricorrente è quello del cavallo. Una sommaria interpretazione "freudiana" ci potrebbe suggerire una velata ricerca di libertà, di spazi aperti, di liberazione dalle catene della banalità del quotidiano. Ma anche gli altri personaggi rappresentati, portano con se un aura di misticismo e di mistero insieme.  
                                                                        

Senza dubbio l’immediata suggestione di quei dipinti è il contributo involontario  della mancanza di una formazione accademica dell’autrice, fattore che, paradossalmente, tende a depurare la sua arte, a sottrarla di tutti quei formalismi e quelle congetture tipiche di chi, spesso eccessivamente intriso di teoria, si vede costretto a seguire dei canoni “ufficiali”, a non voler rischiare di allontanarsi dall’accademismo e da una certa liturgia della pittura. Evidentemente l’autrice si fa forza di questa situazione, dando piena libertà  al proprio estro e alla propria ispirata creatività primitiva, senza vincoli né sovrastrutture eccessive. Né tantomeno ella deve necessariamente cercare quel consenso che invece sembra essere pane quotidiano per chi, avendo dei "titoli", si deve sentire quasi in dovere di ricevere riconoscimenti!  La pittura di Dora Mendolicchio esprime al meglio ciò che l’arte deve rappresentare, ossia il massimo della naturalezza e della spontaneità, senza compromessi e senza alcuna pressione, che sia capace, per chi la osserva, di ricevere le stesse sensazioni che hanno mosso la mano dell’artista. I dipinti sono un chiaro invito a perdersi, a smarrirsi tra quei colori e quella fantasia, desideri di cui la nostra anima è intrisa, ma che spesso mancano degli strumenti per esternarsi.
                                                                  


 
                                                                 


 


                                                                                  



 



 








sabato 6 aprile 2013

TECNOLOGIA

bang & olufsen


Il trascorrere degli anni apporta imprescindibili cambiamenti nella vita di ogni individuo. L’evoluzione è talmente rapida, che molti aspetti del quotidiano possono diventare già superati nel giro di un breve lasso di tempo. Senza dubbio il settore che corre più di tutti è quello tecnologico. La mutazione non è solo strumentale, ma coinvolge la sfera pratica ed emotiva di ognuno, investendo l’approccio alla usuale gestualità che l'individuo ha verso quegli strumenti: oggi ad esempio uno smartphone va oltre il semplice ricevere o fare una chiamata, in quanto assomma al suo interno molteplici funzioni, molto pratiche, che di fatto vanno a mettere fuori gioco altri strumenti tecnologici. “Vittime” illustri di questa multifunzionalità sono computer fissi, impianti hi-fi, macchine fotografiche, calcolatori, registratori, videocamere e  finanche televisori. Difficilmente i più giovani riescono a concepire, ad esempio, un classico impianto stereo, con i diversi moduli  e le casse posizionate sulle mensole, in salotto o in cameretta, dove ci si metteva comodi ad ascoltare musica, prima su vinile, poi, dalla metà degli anni 80, su Compact Disc.  Tuttavia, oggi, di fianco alla tecnologia più popolare e di consumo, esiste un mondo parallelo fatto di prodotti sofisticati e di persone esigenti e appassionate, che vogliono usufruire sempre del meglio di prestazioni audio di alto livello. Fortunatamente gli impianti hi-fi domestici continuano ad esistere, anche se in tono minore rispetto a vent'anni fa, ma senza dubbio l’approccio a questi strumenti può offrire molte sorprese. Spesso si tratta di prodotti costosi, cosiddetti di nicchia, o di marchi sconosciuti al grande pubblico. In questo spazio vorrei soffermarmi in particolare su una casa danese, la Bang & Olufsen, produttrice di impianti di ascolto, televisori, telefoni fissi e smartphone, apparati home theatre, impianti stereo per auto (in collaborazione con Audi e Aston Martin) e ideatrice di una forma molto sofisticata di link per abitazioni (Beolink), un sistema multiroom che consente di riprodurre, da una sola fonte, musica diversa in stanze diverse, o la stessa musica in tutte le stanze. In  particolare  voglio porre l’attenzione su uno dei suoi prodotti di punta, ossia il BeoSound 5. Come si può osservare nell’immagine, si tratta di un semplice e ridotto apparecchio, con un display ad altissima definizione e una  capacità di archiviazione pari a circa 175.000 brani o 10.000 CD, integrata con alcune tra le migliori elaborazioni dei segnali. Inoltre BeoSound 5 supporta la riproduzione di file WMA e FLAC lossless, oltre ai formati file compressi. In più, con la rotellina in allumino lavorato, è possibile scegliere tra 13.000 emittenti radio internazionali. Sul suo display LCD e possibile visualizzare in modo nitido tutta la componente grafica della musica digitale: su di esso comparirà l'immagine della copertina del disco in riproduzione o in playlist. 



In più, con la funzione MOTS (More of the Same), Bang & Olufsen ha compiuto un salto di qualità verso un'impareggiabile esperienza di musica digitale. La funzione intelligente MOTS "ascolta" la canzone che l'utente seleziona, ne analizza il suono, le dinamiche e gli aspetti ritmici, e con la funzione random cerca in archivio la musica simile e offre automaticamente un elenco di riproduzione che può trasportarti in luoghi della tua raccolta musicale che avevi semplicemente dimenticato. Quindi il sistema comporrà una play list sulle caratteristiche e il genere musicale del brano - guida. Anche se la musica è sul cellulare, è possibile riprodurla direttamente con BeoSound 5. In questo modo, anche con la musica digitale, sarà possibile ascoltare quello che non si è mai ascoltato prima.  Le dimensioni ridotte dell’apparecchio ( 31 cm x 19 cm e 8 cm di spessore) non devono trarre in inganno: esso è un impianto hi-fi a tutti gli effetti, con tutto il necessario che un impianto deve avere, miniaturizzato e concentrato in pochi centimetri! Inoltre, tutti gli altoparlanti Bang & Olufsen, ai quali il sistema si può collegare, sono attivi, ossia con due amplificatori incorporati per ogni altoparlante, uno dedicato ai toni bassi e l’altro per gli acuti, in modo da non farsi concorrenza tra di loro, così che il suono sia riprodotto con estrema pulizia e fedeltà. I diffusori sono provvisti della tecnologia ICE-Power, una sorta di "radiatore" che raffredda gli amplificatori e l’interno dell’altoparlante: questo permette di realizzare dei cabinet non troppo ingombranti, dalle dimensioni molto ridotte e dalle forme sottili e filiformi. I creatori dei prodotti della casa danese, che sono tra i più apprezzati designer di scuola scandinava e inglese, grazie alla tecnologia avveniristica che Bang & Olufsen mette a loro disposizione, possono dare sfogo alla loro vena creativa, in maniera che qualsiasi apparecchio, sia esso impianto audio o televisore, si possa adeguare a tutti i tipi di arredamento, essendo essi stessi preziosi e facilmente  integrabili elementi di arredamento. Questo è uno di quei classici casi per cui la tipologia di prodotto (al pari di un auto o di una moto d’epoca) prevarica il semplice utilizzo, ma riesce a toccare aspetti emotivi ed affettivi davvero profondi, che arrivano a coinvolgere in maniera accattivante e totale i cinque sensi.


ALCUNI ESEMPI DI DIFFUSORI ATTIVI AI QUALI COLLEGARE BEOSOUND 5




diffusore BEOLAB 8002


diffusore BEOLAB 5







diffusore BEOLAB 6000

diffusore BEOLAB 4000

giovedì 4 aprile 2013

CRONACA DI UN GIORNO SPECIALE

 

(tratto da una giornata realmente vissuta)

ORTA NOVA, 13 luglio 1985, ore 9:00 -  Come da prassi, già dalle prime ore del mattino fa molto caldo. Anche l’auto si appresta a scaldarsi, nei pistoni, ma soprattutto nell'abitacolo, con l’aria condizionata che è ancora un miraggio, mentre non è miraggio, ma affidabile e concreta realtà la mia piccola e docile  utilitaria, una Fiat 127, blu notte, con motore da 903cm³ e un rapporto a quattro marce: alta fedeltà allo stato puro! Con i capelli lunghi e incolti, look trasandato da novello fricchettone, sembro essere appena tornato da un concerto degli Inti-Illimani, mi appresto a un veloce giro per le vie ortesi, allo scopo di prelevare materiale umano, in attesa della costa adriatica, che presto ci vedrà protagonisti tra le centinaia di vacanzieri, pendolari come noi, sotto un cielo terso e l'aria a quaranta e passa gradi ! Roberto, messi da parte archetto e violino, è più "tecnologico" che mai e porta con sé una curiosa radiolina nera, dall'aria piuttosto vissuta, ma con un set di pile nuovissime, pronte al sacrificio, mentre Gianni per una volta ha lasciato la sua virtuosa chitarra elettrica a casa, ma in alternativa ci propone degli olii e delle inquietanti pomate artigianali, composte da misteriosi ingredienti rubati alla cucina e frutto di bizzarre e ardite miscelazioni, che hanno l'arrogante ambizione di velocizzare e uniformare l'abbronzatura (dice lui), e di cui noi tutti siamo docilmente chiamati a far da cavie: la birra, diceva, meglio berla che spalmarsela addosso.....!!!                                                                                            
 MARGHERITA DI SAVOIA, 13 luglio 1985, ore 12:50 -   Sul bagnasciuga, dal piccolo apparecchio nero arrivano le prime voci, strettamente anglofone, con sottofondo l'oceanico vociare dello Stadio di Wembley, in Londra, che sta accogliendo in maniera canonica l’ingresso del Principe Carlo e della consorte, la Principessa Diana Spencer. Dopo brevi e necessari convenevoli, l’elettricità degli Status Quo apre  il Live Aid, sotto gli occhi fintamente chiusi e molto compiaciuti di  Bob Geldolf, l'inventore di tutto ciò, il quale, nell'inverno precedente, quello del 1984, aveva chiamato a raccolta diversi amici per dare una mano alle martoriate popolazioni dell’Etiopia, alle quali una ingiusta e crudele carestia diede a loro il modo di maledire la propria esistenza su questa Terra! Il caldo mare dell’Adriatico è molto invitante e le immersioni si susseguono una dopo l’altra. Dal piccolo altoparlante intanto la musica degli Style Council, degli Ultravox, degli Spandau  Ballet, di Sade, seguiti da Sting e Phil Collins, ci accompagna fino in acqua. Poco dopo, col permesso del fuso orario, si comincerà a suonare anche al JFK Stadium di Philadelfia. Persino il pranzo delle ore 14 non ci faceva staccare l’orecchio da quelle splendide e "utili" note, nonostante gli intingoli e i famigerati manicaretti di Saverio, un palese e devastante attentato all’equilibrio della nostra flora batterica! Gli imberbi U2, da bravi figlioli irlandesi, intanto tengono alta la tensione, e fra poco ci sarà l’esplosione dei Queen e di un gigantesco Freddy Mercury,  in giornata di grazia. Ma gli americani (che si sa come sono fatti) non si vogliono sentire secondi a nessuno, e stanno iniziando a dire la loro, con Madonna e  Paul Mc Cartney, in uno straordinario “botta e risposta” con Londra. Tocca poi ai Black Sabbath, che per l'occasione hanno rispolverato il macabro egocentrismo di Ozzy Osbourne, la leggenda Mick Jagger, vera apparizione divina, in compagnia di quelle facce da "ergastolo" dei Rolling Stones, Tina Turner, i popolarissimi Duran Duran. Maurizio intanto sta dando sfogo alla sua vena recensoria, illustrando a noi distratti commensali le caratteristiche e le abilità tecniche di ogni artista e ogni esibizione, mettendo a dura prova lo stoicismo delle nostre palpebre, oramai in zona pennichella! 
 Neil Young, in compagnia di Crosby, Still & Nash continuano da Philadelfia ad ipnotizzare con le note noi cinque, in quella casetta sul mare, insieme a un altro miliardo e mezzo di persone, sparso sul pianeta Terra, che ci accompagna nell'ascolto. Intanto lo stadio di Wembley schizza di adrenalina all'ingresso di David Bowie, con un elegantissimo completo canna da zucchero degno delle miglior italian style, dei Simple Minds, di Elton John con George Michael, mentre l’America risponde con la voce di Bob Dylan, Eric Clapton e dell'indomabile Phil Collins, che è appena arrivato da Wembley, in Londra, dopo aver chiesto uno "strappo" a un Concorde, sulla pista di Heathrow: in sole tre ore, il tempo di qualche drink e una dormitina, si è fatto accompagnare a Philadelfia, il tutto alla velocità del suono: anche questo è rock..!!! Iniziando la seconda performance negli USA, a pomeriggio inoltrato, Collins salutò gli spettatori del JFK Stadium dicendo: "Assurdo!...questo pomeriggio ero in Inghilterra! Il mondo è strano!!!" Piccole curiosità. Quando era a bordo del Concorde, Collins incontrò per puro caso la cantante Cher, una delle poche persone al mondo ad ignorare quello straordinario evento in corso! Senza troppi indugi la cantante fu convinta a fare un'ospitata nel finale del concerto di Philadelphia, quando fu eseguito il celebre brano We are the World, con tutti gli artisti del concerto! Durante la sua esibizione, Bob Dylan ha rotto una corda della chitarra e Ron Wood dei Rolling Stones si è tolto la propria passandola a lui. Wood è quindi rimasto sul palco sprovvisto del suo strumento musicale e si è messo a suonare la chitarra immaginaria, roteando il braccio sullo stile Pete Townshend degli Who, finché un assistente di scena non gli ha passato una nuova chitarra!
Fra una sigaretta e una birra, nel frattempo, la sabbia si è rinfrescata e il mare cobalto si è già colorato di rosso, mentre i gabbiani, da buoni spazzini, si posano sulla spiaggia alla ricerca dei nostri avanzi: se solo potessero capire cosa gli aspetta, credo che farebbero a meno della cena e ci denuncerebbero al WWF!                                                   
 La Fiat 127 si sta dirigendo verso Orta Nova, con i fari accesi su per la strada di Tressanti, tradizionalmente piena di buche: quella via credo sia già nata così, e così è destinata per l'eternità! La piccola radiolina nera ha resistito stoicamente a 10 ore e mezza di rock puro, ma sono convinto che anche essa, se fosse viva, con la sua anima di plastica e le viscere di rame, sarebbe consapevole di essere stata eroicamente necessaria.
















                        

ORTA NOVA, ore 21:40 - Se fino ad allora ne abbiamo ascoltato solo le voci, ora vediamo in faccia da chi provengono quei suoni. La televisione sta trasmettendo quello che resta ancora di quel giorno speciale, mentre le nostre teste conserveranno per sempre, in un angolino tra le loro pieghe, questa splendida festa, che ha permesso a Sir Bob Geldolf di racimolare qualcosa come 140 milioni di dollari, tutti ben spesi sotto la sua supervisione, per i nostri fratelli etiopi.

COSA RIMANE – Insieme  a Woodstock, il Live Aid è stato uno dei più importanti eventi musicali mai registrati, e come Woodstock, un vero spartiacque nella storia del rock 'n roll. Tutti gli artisti partecipanti portano nel segreto della propria anima il ricordo di quel giorno speciale, sia che la loro carriera prosegue, sia che, come diversi di loro, col contributo beffardo di un destino crudele, sono stati accolti tra le braccia del buon Dio. Di questa storia, oltretutto, rimangono due splendidi brani, degli Artisti Associati della Band Aid “Do they know it’s Christmas?” e dell’USA For Africa, la celeberrima “We are the world”, mentre a noi, dall'alto dei nostri vent'anni, rimane un indelebile, commovente e nostalgico ricordo. In fondo quello è stato un giorno davvero speciale!!!