mercoledì 16 ottobre 2019
Musica: ALI'VE
mercoledì 18 settembre 2019
VISIONI D'ARTE
Nell’ambito della dodicesima edizione della Settimana della Cultura si è tenuta la mostra collettiva Visioni d’Arte, allestita nel Palazzo ex Gesuitico di Orta Nova, dal 2 all’8 settembre scorsi. La direttrice artistica, professoressa Tommasa Scommegna, per l’ occasione ha voluto dare una impronta ben specifica all’esposizione, con un taglio più contemporaneo e meno “tradizionalista”, coinvolgendo ventidue artisti di varia estrazione e provenienza. Gli espositori, gran parte dei quali con una formazione accademica alle spalle, e altri con eterogenee e interessanti esperienze artistiche, provengono da svariati centri della provincia di Foggia, da Cerignola a San Severo, da Orta Nova a Mattinata, da Foggia a Carapelle, con un curricolo formativo presso eccellenti istituti, primo fra i quali il Liceo Artistico di Cerignola, ma anche l’Accademia di Urbino e quella di Foggia. Le tematiche delle opere vertevano soprattutto su argomentazioni e problematiche della società moderna e tecnologica, con svariate chiavi di lettura che, evitando di limitarsi all’aspetto prettamente figurativo, spingevano più verso un processo di concettualizzazione e di arbitraria lettura che ogni attento osservatore ha potuto attribuire a ciascun dipinto. Non la solita mostra facile e “piaciona”, ricca di orpelli decorativi e di inutili barocchismi, fatta di eccessivi estetismi provinciali, col solo intento di attirare il consenso, ma un invito al pensiero, all’elaborazione del “messaggio” che la tela poteva stimolare. In questo modo un quadro diventava dieci quadri, cento quadri, tanti quanti sono stati gli spettatori che l’hanno osservato con più attenzione. L’arte non più come processo passivo di osservazione, ma lo spettatore diventa parte attiva dell’opera, facendo proprie le istanze che la tela, i colori, la materia stavano proponendo. L’opera è il ponte che mette in comunicazione l’autore con chi la osserva, la scruta, la contempla, entra tra i segni, la tecnica, i colori!
Inoltre, in questa trascorsa edizione della mostra, si è voluto sperimentare la novità di un percorso multisensoriale, che ha visto coinvolti, oltre alla vista, l’olfatto e l’udito: lo spazio espositivo è stato corredato di diffusori di profumi mediterranei e dal suono di musica ambient, da me curati personalmente, con le soffuse note, tra gli altri, di Anuvida & Nick Tyndall, Patrick O’Hearn, Mandalay, Penguin Cafe Orchestra, Jansen e Barbieri, Brian Eno. Una esperienza tutta nuova, che, visto l’alto e competente numero di visitatori, credo abbia avuto un soddisfacente riscontro.
martedì 6 agosto 2019
EVENTI DI FINE ESTATE
giovedì 14 marzo 2019
NILE RODGERS Il re Mida della musica
domenica 7 ottobre 2018
Pino Daniele - 1979
In “Terra mia” l’autore si muoveva, attraverso un sound spesso accattivante e provocatorio, ma anche fortemente intimista, fra i drammi della sua città, osservandoli, scrutandoli, arrabbiandosi, incarnando i disagi degli “scugnizzi” moderni. Il disco è la sintesi di un sound “troppo napoletano”, con forti influenze folk, dallo stile ruvido, grezzo; nonostante tutto, in quest’album è contenuta la gemma più preziosa della carriera di Pino Daniele, una struggente dedica d’amore verso la propria città e uno dei brani più intensi di tutta la produzione italiana del dopoguerra, ossia Napule è. Ma se nel primo album ci sono tutti i connotati della sperimentazione, di un inconsapevole salto nel buio, nella seconda produzione il cantautore è già ad una svolta: abbandonata la ritmica popolare e folkloristica, c’è una virata verso stili più universali, come il blues o il samba. Brani come “Ue Man” e “Chillo è nu buono guaglione” sono la dimostrazione della metamorfosi, una delle tante che caratterizzerà l’intera carriera di Pino Daniele. Chi afferma che i primi album del cantautore sono tra i migliori mai prodotti, non si sbaglia. Con LP Pino Daniele, del 1979, si sono raggiunti livelli qualitativi difficilmente eguagliabili. Pino gioca molto sulle coordinate tra la Napoli nuova e quella vecchia, sui vicoli, sulle superstizioni e sulle tradizioni. Le canzoni cantate in dialetto napoletano rimangono ferme alle origini dando veramente poco posto all’italiano, mentre la musica si fa più corposa e influenzata sempre più dal blues e dalla musica latina. In studio il disco prende vita in modo quasi naturale, e nell’ispirazione di Pino Daniele la lava del Vesuvio comincia a farsi bagnare con maggior decisione dalle acque del Mississippi.
Chi tene 'o mare
cammina c'a vocca salata
chi tene 'o mare
'o sape ca è fesso e cuntento.
Chi tene 'o mare 'o ssaje
nun tene niente...
ci stanno tutt'e paure 'e nu popolo ca cammina sotta 'o muro.....Donna Concetta simbolicamente identificativa di un popolo, che cerca dignitosamente il proprio riscatto e la propria autodeterminazione.
... E cerca 'e me capi', canzone che chiudeva il disco, in cui è presente un uso delle parole molto potente e incisivo:
voglio fà ' niente
sto cull'uocchie apierte e sento 'e
sunà.
E pruove a vedè cu dint’a ll'uocchie
'o sole
e cò cazone rutto a parlà 'e
Rivoluzione
e cride ancora, cride ancora
e pruove a vedè chi t'ha attaccato 'e
'mmane
e nun te pu’ girà pecchè te fanno male
e cride ancora, cride ancora...!
martedì 11 settembre 2018
NON STOP: quando la televisione italiana trasmetteva il futuro!
venerdì 10 agosto 2018
LO SAPEVI CHE....
…..la sera del 5 gennaio del 2013, chi si trovò ad
entrare nel cineteatro Cicolella di Orta Nova, avrà creduto di essere stato
catapultato nella Brodway degli anni ’40, a una serata di Glenn Miller o di
George Gershwin, oppure a un concerto di Kid Creole & Coconuts degli anni ’80!
La musica della New Ort Band, diretta dal maestro
Franco Ariemme, ha saputo ricreare le atmosfere perdute del vecchi club
americani, fra luci e suoni autentici, e con una cornice di pubblico che
neanche i 600 posti del teatro hanno saputo contenere.
Così è iniziata la breve storia di una serie di tre
eventi, per tre anni consecutivi, tenutosi al cineteatro a margine delle
festività natalizie, il modo migliore per salutare l’anno nuovo e ritornare
alla vita quotidiana, dopo gli eccessi delle festività.
L’interessante rassegna si è interrotta bruscamente,
privando così la nostra città dell’ennesima occasione per fare cultura e per
promuovere eccellenze territoriali.
E pensare che le serate della New Ort Band, ad ogni
edizione si stavano arricchendo di dettagli e proposte sempre più appetitose. A
partire dagli ospiti, come il caro e compianto Tony Santagata, oltre che delle
brillanti voci femminili che abitualmente accompagnavano l’ensemble. Non era scontato, proponendo musica swing, dixieland, pop
jazz, avere un riscontro popolare, ma a giudicare dalle presenze, credo che l’esperimento
sia riuscito alla grande.
La sensazione è sempre quella dell’occasione mancata,
della cosa iniziata e mai finita. La nostra città sta vivendo un momento, che
dura ormai da qualche anno, di aridità culturale, di appiattimento, di
omologazione a modelli discutibili e di anestetizzazione dello spirito di iniziativa, senza
che si faccia nulla per un rinascimento delle coscienze.







