al pari del Concerto d’Epifania, anche il Memorial Antonio Zicolillo intende proseguire quello che molto presumibilmente ambisce a diventare un appuntamento classico degli eventi culturali di Orta Nova. A giudicare dalla presenza degli ospiti, sul palco del Cine Teatro Cicolella, la via intrapresa è quella giusta, anche per la risposta del pubblico ortese, come al solito numeroso, contento di assistere a una serata di musica live sempre entusiasmante. Se poi l’evento, oltre a ricordare quell’appassionato ed instancabile musicista che è stato Antonio Zicolillo, ha avuto uno scopo benefico (l’incasso è stato interamente devoluto alla Caritas cittadina), la presenza di un folto pubblico è stata ancora più utile e gradita. È bene ribadire come tutte le performances siano state all’altezza dell’evento, cosa che ha letteralmente catturato l’attenzione del pubblico, i cui sentimenti sono stati divisi a metà tra stupore e commossa nostalgia, tra nuove proposte musicali e nel ricordo di un pioneristico mondo musicale di cinquant’anni fa, mosso dalla passione, dall’ utopia e da forti ideali. L’evento è stato anche caratterizzato da simpatici siparietti e da eccezionali partecipazioni, come quelle di Valerio Zelli, stimato autore e voce del gruppo degli ORO e l’inossidabile Rino Di Mopoli, già componente dei Delirium di Ivano Fossati, nei lontani anni ‘70. La conduzione, come sempre eccellente, è stata del compagno Pino Balestrieri, sempre disponibile e impeccabile quando viene chiamato in causa. L’auspicio per l’edizione 2015 è quello di una ulteriore evoluzione della rassegna, magari un palcoscenico aperto a tutti coloro, anche alle prime armi, che si sentono la “musica dentro”, che possa costituire una fucina per le nuove generazioni di musicisti del comprensorio dei Cinque Reali Siti e delle vicine Cerignola ed Ascoli Satriano.
Per leggere un altro articolo sul Memorial Antonio Zicolillo:
Se la prima edizione è stata sorprendente, la seconda sarà memorabile! Il concerto della New Yort Band tenutosi la sera del 4 gennaio, presso il Cine Teatro Cicolella di Orta Nova, sicuramente sarà ricordato a lungo dagli spettatori che hanno gremito gli spalti del capiente teatro ortese. Rispetto alla prima edizione, la qualità dello spettacolo e della musicasono notevolmente cresciuti. Inoltre la presenza di un ospite illustre della terra di Capitanata ha ulteriormente contribuito a richiamare l’attenzione su questo bellissimo evento, che, come speriamo anche per i prossimi anni, arriva a concludere nel migliore dei modi le festività natalizie. La musica della New Yort Band ha fatto sì che la serata scivolasse via in maniera leggera e la presenza sul palco di Tony Santagata, precursore della diffusione della musica folk, oggi tanto di moda, ha impreziosito la già notevole prestazione dell’intera big band ortese. Interessanti le voci de due vocalist, Lucia Tanzi, con la sua potente black voice e Mino Bozza, preso in prestito dagli Alma, che ha dato un’iniezione di freschezza e di dinamicità, il tutto sotto la sapiente regia di Franco Ariemme. Quello della New Yort Band è un progetto davvero importante e l’evoluzione che questo ensemble sta vivendo è tangibile ad ogni esibizione. Inoltre la trovata di esibirsi con ospiti esterni, veri e propri special guest, durante la serata, è apparsa interessante e proficua, un modo per tenere viva e accesa l’attenzione per l’intero concerto, esperimento che spero continui per le prossime uscite della big band di Orta Nova.
Per leggere un altro articolo sulla New Yort Bandandare indietro con i post in ultima pagina, oppure selezionare di fianco, l'archivio blog - 2013, Marzo.
"Quando la mattina del 29 agosto del 1900 il custode del piccolo cimitero di Carapelle aprì il cancello, si diresse verso il muro di cinta per terminare un lavoro di riparazione iniziato il giorno precedente. Passando davanti alla maestosa e decaduta cappella della famiglia Guarniello, oramai abbandonata da decenni, non poté fare a meno di notare la porta aperta: guardando attentamente, notò, in fondo alla scalinata, un uomo rannicchiato proprio davanti alla cancellata che inibiva l'ingresso alle tombe. Era il corpo esanime del "francese", che nei giorni precedenti era stato visto vagare per le vie del paese, vestito da mendicante e dall'aspetto trasandato, che, con un aria smarrita, ma allo stesso tempo curiosa, girovagava lungo le vie che circondano il palazzo Guarniello, al centro del paese, divenuto nel frattempo sede dell'autorità cittadina". La provincia di Foggia è stata da sempre oggetto di numerose pubblicazioni, in maggioranza guide e saggi, che hanno avuto l'obiettivo di risaltare i suoi svariati aspetti, da quelli storici a quelli turistici, paesaggistici ed enogastronomici di questa semisconosciuta terra. Raramente questo immenso territorio ha costituito una vera ambientazioneper vicende romanzesche, anche se negli ultimi tempi è in atto una timida riscoperta da parte del cinema, di produzioni di video musicali e di qualche coraggioso romanziere. Il carapellese Michele Mansolillo, col suo bel romanzo “il solco dei Guarniello”, ambientato entro i confini della provincia di Capitanata, ha colto questa possibilità, grazie alle pagine di un interessante romanzo storico, che ripercorre le vicende della famiglia Guarniello. Una bella opera, davvero convincente, che a tratti ha tutta l’aria di un avvincente thriller, diviso fra una saga familiare e torbide storie di spionaggio, quindi le giuste credenziali per coinvolgere un grande pubblico. L’opera costituisce un autentico spaccato della società meridionale e contadina antecedente l’unificazione d’Italia. Anche la terminologia, per alcuni tratti gergale, con numerosi spunti dialettali che ne accentuano la territorialità, è indovinata, soprattutto nella prima parte del romanzo, quando le trame si svolgono prevalentemente nella campagna dauna. Poi il romanzo assume una prospettiva più ampia, andandosi ad intersecare con le vicende risorgimentali, in atto negli anni in cui l'opera è ambientata. In seguito a un tragico episodio avvenuto nelle vicinanze della loro abitazione di Panni, sul Subappennino, questi umili contadini vedono cambiare il destino della propria esistenza, con degli sviluppi davvero eclatanti e positivi per l’economia dellafamiglia. Il tutto si svolge agli inizi dell’Ottocento, in pieno Regno Borbonico, epoca che offre all’attento lettore svariati ed interessanti spunti che meritano ulteriori approfondimenti. Mansolillo ripercorre le orme del romanzo storico, ossia vicende particolari di una famiglia che si vanno ad intrecciare con i grandi temi della storia, idea che irrobustisce la trama e che permette allo scrittore di intersecare le vicende del meridione pre-unitario al piccolo ambiente contadino di provincia, col suo linguaggio, le sue consuetudini e le sue tradizioni.L’aver tratto in salvo il giudice Larovere, di ritorno da Napoli e diretto a Trani, cambia il destino della famiglia, in quanto l’alto funzionario, per ricompensare la protezione offertagli, al riparo dai banditi e dalla morte, concede ai Guarniello la gestione di una vasta proprietà, che da Deliceto si spinge fino al Tratturo Regio, nei pressi di Carapelle. Qui la famiglia si stabilisce, in un sontuoso palazzo signorile, divenendo di fatto grande proprietaria terriera, e quindi protagonista influente del destino del piccolo villaggio. Ma è qui che succedono anche diverse vicende tragiche, come nella migliore tradizione verista, di verghiana memoria, con un richiamo alle grandi saghe familiari. Nella seconda parte del romanzo, l’attenzione dell’autore si sposta sul nipote del capostipite Ciriaco Guarniello, che porta lo stesso nome del nonno e sul quale vengono riposte le aspettative di riscatto, affinché la grande famiglia sopravviva agli anni e alla tragicità degli eventi. Il piccolo Ciriaco, dapprima destinato alla “carriera” episcopale, negli anni dell’università svolta verso uno stile di vita più “spensierato” e mondano: egli si trasferisce nella capitale Napoli, dalla quale viene folgorato, sopraffatto dalle occasioni e dalle possibilità che la grande città gli concede. È il suo personale atto d’amore verso la splendida capitale che lo ha accolto tra le sue possenti braccia. Diventa un dandy e poco si accorge dei gravi sconvolgimenti che l’intero Regno sta per vivere. Tra le tante donne, conosce e si innamora di Mildred, una conturbante inglesina, dall’aria elegante e disincantata, che ben celano la sua vera missione nella città partenopea: quella di spia inglese che, con numerosi suoi amici connazionali, sta tramando per la caduta della dinastia dei Borbone, per ordine della corona inglese e del suo famigerato ministro degli esteri, il gran maestro di massoneria, Lord Gladstone. Il romanzo assume la connotazione di opera letteraria antirisorgimentale e l’autore prendequesta coraggiosa posizione non per partito preso, ma dopo attenta e doverosa documentazione presso svariati archivi, compreso quello nazionale di Vienna. La narrazione è molto scorrevole, avvincente e tratta con doverosa arguzia il clima che si respirava in quegli anni: dopo la morte di Re Ferdinando II di Borbone, il Regno passa nelle mani di Francesco II e per gli inglesi e i piemontesi era giunto il momento di agire. Ciriaco frequenta assiduamente gli ambienti della “diplomazia” anglosassone, scoprendo le trame subdole, il freddo pragmatismo e il cinismo che alberga in questi cospiratori venuti da lontano, il loro poco rispetto verso la Corona Borbonica e di riflesso verso la sua terra, la sua religione e la sua gente: si ribella al progetto che sta per capovolgere la sua stessa esistenza, ma, scoperto, per evitare tragiche conseguenze, è costretto a fuggire in Francia, poiché la “perfida albione” difficilmente tollera gli ostacoli ai propri progetti e ai disegni di conquista e sopraffazione. È l’anno 1861, quando tutto il meridione inizia a vivere il suo status di colonia, di cui ancora oggi per inerzia ne porta il fardello, con il destino di miseria a cui il Piemonte prima, e l’Italia dopo, gli hanno riservato. Ciriaco Guarniello torna a Carapelle nel 1900, solo per scoprire la propria sconfitta, mentre la morte lo attendeva poco fuori la cappella di famiglia, nel cimitero della cittadina. Egli aveva ricevuto grandi benefici dal Regno, ma non è stato capace di difenderlo quando era il momento, di restituirgli con riconoscenza un po’della sua “fortuna”. La sua fine desolante è parallela a quella di tutto il Mezzogiorno, la morte civile che aspetta ancora il suo riscatto.
In questa epoca di forte crisi economica, dovuta principalmente all’assetto di nuovi equilibri mondiali, di fianco al consueto malcontento e al rigetto di regole e di sistemi politici e amministrativi vecchi e obsoleti, c’è chi tenta di attuare interessanti progetti anti recessione. Ma prima di addentrarci nei dettagli di un operazione di tipo commerciale, di iniziativa meridionale, è necessario riassumere alcuni dati che, lungi da qualsivoglia appartenenza politica o ubicazione geografica, credo siano inconfutabili. L’Italia è un paese che possiede un’economia duale, con zone a forte sviluppo economico e civile e zone tanto depresse da uscire da qualsiasi parametro europeo. Questa situazione, una volta definita “questione meridionale”, si trascina da più di un secolo e mezzo,e la sua soluzione, pur essendo stata un cavallo di battaglia di schiere di politici durante accese campagne elettorali, non è mai stata seriamente e pienamente attuata. Anzi, nel tempo, la forte economia settentrionale ha cannibalizzato la debolezza delle regioni meridionali e la classe dirigente italiana non ha la piena capacità, nonché la volontà di porre rimedio a questa anomalia, tranne che per lanciare slogan vuoti, oppure prendere provvedimenti "tampone", sotto forma di integrazioni e pensioni assistenziali. A questo punto mi sento in dovere di introdurre un breve brano tratto da un libro di testo scolastico, pubblicazione che risale a quasi quarant'anni fa, adottata da diversi istituti di scuole superiori negli anni 80. Il libro si intitola “Sud, miti e realtà”, Editrice Ferraro, scritto da Ugo Piscopo e Giovanni D’Elia. “….nell’ambito del nuovo stato unitario, il Mezzogiorno divenne una terra da sfruttare, una colonia le cui risorse dovevano favorire lo sviluppo del nord, oltre che il consolidamento e l’espansione del potere della borghesia. L’alleanza tra questa e i proprietari terrieri del sud, che di fatto aiutarono i Savoia e Garibaldi arovesciare i Borbone, impediva qualunque trasformazione in senso progressista della società meridionale. Lo sviluppo capitalistico settentrionale comportava il sottosviluppo programmato del meridione: per garantire l’ammodernamento e l’ampliamento dell’apparato industriale del nord, era necessario tenere inchiodato il Sud in una condizione di inferiorità, in modo da utilizzarne le risorse economiche e umane…!”. Inoltre, emblematiche suonarono le parole del nuovo governatore della neonatabanca d’Italia, Carlo Bombrini, nel lontano 1862 : “I meridionali non dovranno più essere in grado di intraprendere”. Uno studio dell’economista Paolo Savona ha messo in evidenza il fatto che su quasi 72 miliardi di euro l’anno di acquisti effettuati dai cittadini delle regioni meridionali, ben 63sono di beni e servizi prodotti nelle regioni del Nord. Solo una parte dei restanti 9 miliardi resta nelMezzogiorno, essendo comprese in essi anche la quota di spese estere.
Ufficiale è
il fatto che la bilancia commerciale delle Regioni settentrionali sia positiva
verso i mercati del sud Italia e negativa verso l’estero – fatta eccezione per
il Veneto – che ha entrambe le voci positive. Questo cosa vuol dire? Che le regioni meridionali sono il mercato di riferimento delle aziende del nord, che in molti casi operano in regime di monopolio, mancando qualsivoglia forma di concorrenza, le quali aziende, senza la quota consumo del mercato interno nazionale, sarebbero facilmente in passivo e destinate ad enormi difficoltà di gestione!
COMPRASUD è un progetto che vari movimenti e associazioni meridionaliste hanno elaborato per alleviare, nell'immediato, i problemi economici del Mezzogiorno. Esso è affidato essenzialmente ai consumatori meridionali e non, di ogni parte d'Italia. Se costoro vogliono, senza rischi o sacrifici, aiutare i loro figli a non emigrare più, basta che scelgano mensilmente merci prodotte da aziende del Sud. Per iniziare, a parità di prezzi e di qualità, è facile scegliere fra generi alimentari, (pasta, acqua minerale, olio, vino, pelati, salumi, gelati, dolci, biscotti, ecc.), oppure manufatti non alimentari di vario genere (mobili, salotti, utensili e attrezzature varie), di fabbricazione dauna, pugliese o meridionale in generale. Incominciate a pensare che, se ogni mese una famiglia di meridionali (circa 6 milioni in Italia) spendesse 200 euro per l'acquisto di prodotti del Sud, ogni anno le nostre imprese incasserebbero minimo 14,4 miliardi di euro, che gireranno praticamente nelle nostre tasche, evitando che le imprese "forestiere" sfruttino l’economia e il mercato meridionale, con la sottrazione di materie prime, che saranno finalmente lavorate al Sud, e di preziosi capitali, che allo stato attuale prendono la fuga verso le banche, le finanziarie, le aziende di franchising e le compagnie assicurative delnord. Questo potrebbe essere un modo perricostruire una comunità economica e culturale meridionale nel segno della solidarietà e del rispetto di tutte le categorie e di tutti i soggetti che ne fanno parte, non dimenticando che l’economia è anche cultura e identità di un popolo. I prodotti della nostra terra e del nostro lavoro parlano di noi più di qualsiasi altra cosa!
… che Demetrio Stratos, una delle voci più importanti e originali della musica popolare, condusse un'importante esperienza incentrata su sperimentazioni e ricerche vocali. I sui studi della voce come strumento, nonché una innata dote naturale, lo portarono, nel corso degli anni settanta, a raggiungere risultati al limite delle capacità umane: era in grado di padroneggiare diplofonie, trifonie e quadrifonie (due, tre e quattro suoni contemporaneamente emessi con la voce). Compì ricerche di etnomusicologia ed estensione vocale in collaborazione con il CNR di Padova, tra il 1976 e il 1978, avvicinandosi alla musica tradizionale orientale, in particolare studiando le modalità canore di alcuni popoli asiatici. Il prof. Franco Ferrero, presso il Centro Studi per le ricerche di Fonetica del CNR dell’Università di Padova, analizzò gli effetti che Stratos riusciva a produrre con la voce. La frequenza era molto elevata (le corde vocali normalmente non riescono a superare la frequenza di 1000-1200 Hz). Nonostante ciò, Demetrio Stratos otteneva non uno, ma due fischi disarmonici, uno che da 6000 Hz che scendeva di frequenza, e l’altro che da 3000 Hz che saliva. Le analisi sulla voce di Stratos, sia quelle effettuate nel periodo 1976-78, sia le successive, hanno dimostrato che il musicista riusciva a produrre diplofonie, suoni bitonali e difonici (overtone singing), abilità diverse tra loro che è raro trovare nella stessa persona. “La voce - sosteneva Stratos - è oggi nella musica un canale che non trasmette più nulla. L’ipertrofia vocale occidentale ha reso il cantante moderno pressoché insensibile ai diversi aspetti della vocalità, isolandolo nel recinto di determinate strutture linguistiche”. Demetrio Stratos è stato il cantante del gruppo beat dei Ribelli e successivamente la voce della straordinaria session degli Area, band jazz fusion progressive, composta da musicisti di eccezionale talento. All'età di 34 anni, nel 1979, l’artista fu colpito da una gravissima forma di anemia aplastica. Il cantante andò a curarsi al Memorial Hospital di New York. In attesa di un trapianto di midollo osseo, improvvisamente le condizioni di Stratos si aggravarono tanto da portarlo alla morte, il 13 giugno 1979, per collasso cardiocircolatorio.
La sua scomparsa sconvolse tutto il mondo dello spettacolo e quel giorno l’umanità perse la grande occasione per ampliare ulteriormente i propri orizzonti artistici, anche se l’eredità lasciataci da Demetrio è già immensa. La sua tomba si trova nel cimitero del piccolo borgo di Scipione Castello, nei pressi di Salsomaggiore Terme (Parma). A Demetrio Stratos sono intitolati l'auditorium degli studi di Radio Popolare a Milano, una piazza a Oppido Lucano (Potenza) e una strada a Vaglio Basilicata (Potenza). Nel 1980 la PFM, nell’album “Suonare Suonare “gli ha tributato uno splendido brano dal titolo “Maestro della voce”.
E’ possibile l’ esistenza di una musica che quando c’è non si sente? Può sembrare un ossimoro o un assurdo controsenso, ma è vero, perché, caso unico più che raro, la ambient music non è musica che nasce per essere ascoltata con attenzione, ma semplicemente per “arredare” gli ambienti in cui viene inserita. “Musique d’ameublement” la chiamava Erik Satie, mobilio musicale, che al pari di un tavolo o di un armadio presenti nell’ambiente in cui viviamo, oggetti che hanno un loro ruolo, una loro importanza, ma non necessariamente catturano la nostra attenzione, fino a quando non dobbiamo servircene. Musica che riempie la realtà, come il “silenzio” di John Cage, musica che può essere ascoltata o ignorata, senza che perda nulla della sua essenza, musica “discreta”, come l’ ha definita Brian Eno, il musicista che più di tutti ha contribuito alla definizione di ambient music.
Egli iniziò ad elaborare i primi esperimenti già dalla metà degli anni 70, e la sua idea era quella di produrre musica che può essere "ascoltata attivamente con attenzione, oppure può essere facilmente ignorata, a seconda della scelta dell'ascoltatore”.Eno si descriveva come un "non musicista", che nei suoi concerti teneva esperimenti sonori piuttosto che perfomances tradizionali e utilizzò il termine "ambient" per descrivere una musica che creava un'atmosfera, che cambiava lo stato d'animo dell'ascoltatore in uno diverso; ha scelto, infatti, questo termine derivante del verbo Latino "ambire", che significa "circondare".L’idea gli venne un giorno in cui il musicista, a letto con la gamba ingessata a seguito di un incidente, ricevette la visita di un amica, che gli portò in regalo un disco di arpa. Quando la sua amica se ne andò, dopo avergli messo il disco sul giradischi, si accorse che il volume era troppo basso e che uno dei due altoparlanti non funzionava, ma, impossibilitato a muoversi, per una casuale costrizione, fu “iniziato” a quell’ insolito e quasi impercettibile ascolto a bassissimo volume. Ma il vero padre della ambient music resta un compositore classico francese del primo novecento, Erik Satie, che inventò la musica d’arredamento, come risposta alla musica ad alto volume, che costringeva spesso la gente ad interrompere le conversazioni nei caffè e nei ristoranti. La musica di Satie era disegnata per non interferire con altre attività e allo stesso tempo per fornire un piacevole “background”, un accennato sottofondo, a riempire “il terribile silenzio che ogni tanto cade tra i commensali e a coprire i rumori esterni che diventano indiscretamente presenti”! Un chiaro ed esplicito invito ai "moderni" gestori di punti di ritrovo e attività commerciali, che molto frequentemente assordano gli avventori e i clienti con suoni spesso inopportuni e di dubbio gusto! E’ difficile comprendere e decodificare la musica ambient, specie in questa epoca di bombardamento di immagini, di eccessivo rumore e di esagerato clamore. Questo genere di musica concettuale, quasi astratta, senz’altro non possiede né le caratteristiche, né i presupposti per arrivare a un grande pubblico, al “successo”, e chi compone musica ambient non ha di queste pretese! L’approccio ad essa è un sottile atteggiamento culturale e spirituale e il suo ascolto, per chi lo cerca, non è affatto un’esperienza sterile, ma un completo coinvolgimento sensoriale. Come è naturale, l’ambient music non ha una sua connotazione precisa, ma si compone di tante sfaccettature, una miriade di sfumature che ne accrescono il fascino, senza contare l’enorme influenza che ha avuto anche sul pop e sul rock, specie di marca anglosassone. In genere i brani ambient necessitano di tempi dilatati, la cui durata può superare anche i dieci minuti: è la inevitabile necessità di esprimersi dei musicisti-compositori, che adoperano ampi spazi per esprimere la poetica e il pathos delle loro sonorità. Fra le diverse espressioni, troviamo la musica ambient organica, che è caratterizzata dall'integrazione della musica elettronica, elettrica, con strumenti musicali acustici. La ambient ispirata dalla natura, ossia un tipo di musica che è composto da campionamenti e registrazioni di suoni naturali (rumore della pioggia, delle onde del mare, di una cascata, del vento tra gli alberi o del cinguettare degli uccelli, ecc.). Il dark ambient, sottogenere caratterizzato da atmosfere decadenti, macabre, opprimenti, e da sonorità oscure e misteriose. Poi c’è laambient techno, contaminata con sonorità dance e acid jazz. La space music, che include un tipo di musica del genere ambient, nonché una gran parte di altri generi con alcune caratteristiche in comune, per creare l'esperienza contemplativa della spaziosità. Essa spazia dalle più semplici trame sonore a quelle più complesse, mancando talvolta di melodie, ritmiche e strutture vocali convenzionali, prestata generalmente ad evocare un senso di "continuum di immagini spaziali ed emozioni", benefiche introspezioni, un ascolto profondo e una sensazione di galleggiamento.
Brian Eno - By this river
Con questi sviluppi successivi quindi, si scoprono elementi 'sognanti', non lineari della musica ambient, applicati ad alcune forme della musica ritmica, pop ed etnica, presentata nei locali "chillout", ai rave ed altri eventi dance, ma da sempre con la funzionalità principale della musica di catturare lo stato d'animo dell'ascoltatore, e farlo uscire dalla propria coscienza. A tal proposito, il risvolto più eclatante è stato quello della New Age, vera e propria filosofia di vita, che partendo dalla necessità di un viaggio interiore e dalla riscoperta del rapporto uomo-natura, si è servita della musica come viatico privilegiato. In questo caso il genere musicale si è notevolmente ampliato, assumendo una forma più “ascetica”, ha prevaricato il semplice ascolto, per assurgere a stile di vita atta a coinvolgere ogni aspetto del quotidiano.Anche il cinema ha da sempre adottato le sonorità ambient, che si prestanoperfettamente alla creazione di tappeti sonori a supporto di situazioni di pathos esplicitamente evocativi. Celebri colonne sonore del cinema di tutti i tempi ne sono la testimonianza!
Prima dell’avvento della dinastia dei Borbone, nell’Italia del Sud la situazione economica e sociale non era particolarmente florida, essendo stato tutto l’insieme delle regioni meridionali sotto varie dominazioni straniere e considerato possedimento da sfruttare. In effetti, dopo aver costituito parte rilevante, prima della Magna Grecia e poi dell’Impero di Roma, il Mezzogiorno intero, pur mantenendo la compattezza territoriale (a differenza del resto della penisola, non fu mai diviso in piccoli staterelli, ducati e comuni vari), per diversi secoli fu ridotto a condizione di colonia, quasi una terra di nessuno (fatta eccezione per brevi parentesi, quali l'età federiciana), fino all’insediamento della casata Borbone, sovrani essi stessi stranieri, ma col tempo ben integrati e divenuti “napolitani”, che ne decretarono l’autonomia politica e amministrativa. Il tentativo della monarchia borbonica, insediatasi nel 1734 con Carlo (1716-1788) al governo del regno di Napoli, di contrastare l’arretratezza feudale del paese e l’accentramento della proprietà feudale in Napoli, si concretizzò con l’introduzione di riforme economiche e sociali ispirate alle idee illuministiche, che si proponevano di conseguire: "... la modernizzazione della macchina statale ed il potenziamento delle istituzioni laiche; lo sviluppo economico; larealizzazione di una società più equa e più stabile! " Se e in quale misura questi obiettivi fossero conseguiti è argomento di dibattito a tutt’oggi. E’ tuttavia innegabile, che pur in maniera contraddittoria, i governi di Carlo e Ferdinando IV di Borbone apportarono originali e importanti trasformazioni in Italia meridionale. Innovazioni furono introdotte in campo economico, giuridico, commerciale, militare; si incrementarono le opere pubbliche, si incoraggiarono le arti e le scoperte di “antichità”; si cercò di limitare lo strapotere dei baroni e l’incremento della proprietà ecclesiastica.
Per rimuovere la struttura feudale del territorio era ben chiaro agli intellettuali e agli aristocratici illuminati dell’epoca il ruolo che l’agricoltura avrebbe dovuto svolgere per la rigenerazione del tessuto sociale. A questo proposito ricordiamo l’opera di Domenico Grimaldi, illuminista impegnato, allievo del Genovesi, figura autorevole dell’illuminismo economico e tecnico. Nella sua opera Piano di riforma per la pubblica economia nelle province del regno di Napoli e per l’agricoltura delle Due Sicilie ( Napoli 1780) affermava, in base all’esperienza della sua fattoria sperimentale a Seminara in Calabria, ”... la necessità di nuove tecniche agricole, di un adeguato sistema di irrigazione,… di conquistare i campagnoli più intraprendenti alla causa della produzione...”. Studiando il “vivere civile” e la “felicità” dei cittadini elaborò un piano di ammodernamento agricolo per iniziare la rivoluzione dell’economia “campestre”, introducendo le pratiche “rustiche” che erano già solida e concreta realtà in altre nazioni. Consentendo all’agricoltura di applicare nuovi metodi e conseguire miglioramenti tecnici, si compiva un’opera illuminata d’istruzione e di rigenerazione del tessuto sociale, a cominciare dalla base, ossia dall’attività primaria per eccellenza. D’altra parte lo stesso sovrano dava esempio di migliorare l’agricoltura nelle terre di sua proprietà o destinate a siti di delizia della Real Casa, facendovi praticare tutti i nuovi metodi di coltivazione ed introducendo le necessarie macchine. In questo enorme piano di riforme venne a maturare la creazione del distretto agricolo denominato dei 5 Reali Siti, in cui è inserita Orta Nova. Dopo la confisca dei beni della “Casa d’Orta” ai Padri Gesuiti, nel 1774, per volere del Marchese Bernardo Tanucci, Primo Ministro del Re, nacquero i “5 Reali Siti”; con essi sorgevano nuove speranze per coloro i quali si erano avventurati, popolando i nuovi centri di Orta, Ordona, Stornara, Stornarella e Carapelle, di poter godere dei privilegi concessi dal Sovrano affinché gli stessi progredissero sia dal punto di vista economico sia sociale.
A ciascuno furono assegnate 10 versure di terreno seminatoriale, 2 versure di mezzana per il pascolo dei buoi, la casa rurale, alcuni animali, gli attrezzi agricoli, le sementi per la coltivazione dei terreni e tutto il necessario per l'insediamento nei nuovi centri.
Tale operazione fu chiamata censuazione e fu stabilito un canone annuo, detto estaglio o laudemio di 18 carlini a versura per le terre seminatoriali e di 5 carlini a versura per le mezzane; la concessione aveva una durata di 29 anni conla stipula di un contratto di enfiteusi rinnovabile.
In totale, per i cinque centri furono concessi terreni a 410 famiglie suddivise nel seguente modo: per Orta 105, per Ordona 93, per Stornara 83, per Stornarella 73 e per Carapelle 56.
Soprintendeva all’intera amministrazione la Reale Azienda di Educazione con sede a Napoli.
Ferdinando, pur non dichiarandosi “illuminato”, promosse numerose iniziative che oggi chiameremmo sociali: tra le tante, senza dubbio il suo grande e originale “capolavoro” fu l’istituzione dell’opificio di San Leucio, sulle colline intorno a Caserta.
Inizialmente era il luogo preferito dal sovrano per la caccia ma poi fu trasformato nel posto dove furono ideati e prodotti velluti e sete di grandissimo pregio. Era retto da uno statuto a impronta "socialista", dettato personalmente da Ferdinando, rifinito dai suoi giuristi, che fu magnificato in tutta Europa.
Ai lavoratori delle seterie era assegnata una casa all'interno della colonia, ed era, inoltre, prevista per i figli l'istruzione gratuita potendo beneficiare, difatti, della prima scuola dell'obbligo d'Italia che iniziava fin da 6 anni e che comprendeva le materie tradizionali quali la matematica, la letteratura, il catechismo, la geografia, l'economia domestica per le donne e gli esercizi ginnici per i maschi. I figli erano ammessi al lavoro a 15 anni, con turni regolari per tutti, ma con un orario ridotto rispetto al resto d'Europa! Le abitazioni furono progettate tenendo presente tutte le regole urbanistiche dell'epoca, per far sì che durassero nel tempo (abitate tuttora) e fin dall'inizio furono dotate di acqua corrente e servizi igienici.
La produttività era incentivata da un bonus in danaro che gli operai ricevevano in base al livello di perizia che avevano raggiunto (meritocrazia). La proprietà privata era tutelata, ma erano abolite le doti e i testamenti. La dote veniva concessa di diritto alla donna e i matrimoni avvenivano non per procura o “convenienza” (pratica molto in uso all’epoca), ma si dava ampio spazio e rispetto ai sentimenti dei giovani! I beni del marito deceduto passavano alla vedova e, a morte di questa, al “Monte degli orfani”, cioè la cassa comune gestita da un prelato, che serviva al mantenimento dei meno fortunati. Le questioni personali erano giudicate dall'Assise degli Anziani, scelti fra coloro che avevano raggiunto i massimi livelli di benemerenza, ed erano di nomina elettiva. Questi monitoravano anche la qualità igienica delle abitazioni e potevano deliberare sanzioni disciplinari nonché espulsioni dalla colonia.
Ferdinando IV Re di Napoli (successivamente Ferdinando I Re delle Due Sicilie) organizzava spesso battute di caccia e feste condivise con la stessa popolazione della colonia. Il sovrano firmò nel 1789 un'opera esemplare che conteneva i principi fondanti della nuova comunità di San Leucio. Tale codice, voluto dalla consorte Maria Carolina d'Asburgo-Lorena, fu redatto da Giuseppe Planelli, su ispirazione di Mario Pagano e di altri illuministi e fu pubblicato dalla Stamperia Reale del Regno di Napoli in 150 esemplari. Il testo, in cinque capitoli e ventidue paragrafi, rispecchia le aspirazioni del dispotismo illuminato dell'epoca ad interpretare gli ideali di uguaglianza sociale ed economica e pone grande attenzione al ruolo della donna. Diverse opportunità erano offerte anche agli invalidi del lavoro, che potevano rimanere in loco dopo l'infortunio; per questi fu progettato un ospizio apposito, la “Casa degli infermi”. Il codice di regolamento di San Leucio e l’organizzazione lavorativa e sociale della comunità sono stati oggetto di studio di varie università europee e americane, mentre la storiografia e gli atenei italiani hanno preferito dedicarsi a vicende "accademiche" più adeguate al pensiero comune dominante, più incline al luogo comune e alla retorica di cui è infarcita la recente storia d'Italia.