domenica 3 giugno 2018

ORTA NOVA: HARLEM MUSIC CLUB

                              TRA SOGNO AMERICANO E SUGGESTIONI MEDITERRANEE
Prefazione di Giuseppe Scommegna
Diceva Duke Ellington: “Ci sono tante cose ad Harlem…scene di vita, di gente che fa all’amore, odore di cucina…si sente la radio...; un cortile di Harlem è come un altoparlante: vedete seccare la biancheria al sole, sentite abbaiare il cane del vicino, sentite l’odore del caffè…che cosa meravigliosa è quell’odore!  E un cortile mostra anche i contrasti: chi fa cuocere riso e chi un grosso cappone…”.  Certo, perché Harlem non è solo il nome di un quartiere di New York, bensì è stato lo scenario di un vero e proprio microcosmo dove, fra le mille contraddizioni sociali e le sofferenze del ghetto nero, si è sviluppato il dirompente epicentro di tutto il jazz americano. Harlem è stato il ritratto più autentico del linguaggio afro-americano, dell’aspirazione alla libertà espressiva e socio-politica, nonché il quartiere del Cotton Club, del Birdland e di altri mitici locali dove si esibivano frequentemente i più grandi nomi della storia del jazz.
Ma Harlem è anche “l’america” che tutti noi abbiamo sempre sognato ed immaginato e che due nostri concittadini, Rocco Di Cosmo e Gabriele Corvino, hanno avuto il coraggio di toccare con mano e di concretizzare attraverso l’apertura di un music club (l’Harlem, per l’appunto) che ha avuto tutte le caratteristiche dei grandi locali d’oltreoceano.  Punto di aggregazione per musicisti e appassionati di musica, luogo di scambio di idee e di nuove tendenze culturali, si presentava come uno dei pochi circoli stimolanti per la creatività di chiunque voleva esibirsi, grazie anche alla presenza di un palco e di strumenti musicali disponibili per tutti.
L’Harlem Club ha costituito una realtà decisamente innovativa per Orta Nova,  città a volte un po’amorfa ed incolore, adagiata nel perenne disinteresse e nell’apatia di molti suoi giovani cittadini!  Ed è per questo che dobbiamo sentirci in dovere, anche a distanza di anni, di ringraziare questi due ragazzi, Rocco e Gabriele, che ci piace immaginare come i leggendari personaggi di un celebre testo teatrale di Alessandro Baricco (Novecento), i quali sorretti dalle incantevoli note del pianista sull’oceano, avevano ”l’america negli occhi” e la piena consapevolezza che “…non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia da raccontare”.  E loro una storia da raccontare ce l’hanno avuta!  Tra i tanti locali aperti (e spesso poi chiusi) nella nostra città, l’esperienza dell’Harlem Club è stata unica, anche se qualche locale cittadino tenta di emularne lo spirito. L’idea del Club era magnifica, rivoluzionaria per il nostro ambiente, un vero luogo della mente, in cui immergersi lasciando fuori dalla porta quella che poteva essere la realtà quotidiana di ogni suo avventore. E proprio fra i suoi clienti, era forte il richiamo di gente che proveniva da fuori Orta Nova, che condivideva  lo stesso spirito e la stessa passione per la musica di molti ortesi. Così come numerosi sono stati gli ospiti musicali, persone capaci di comunicare con uno strumento tra le mani, così come per loro è facile parlare, mangiare o bere. Ma una serata resterà per sempre impressa negli occhi e nelle orecchie di chi è stato protagonista, tra quegli ottanta spettatori, la sera del 21 novembre 2009, quando l’angusto palco all’interno del locale è stato occupato dal chitarrista napoletano Antonio Onorato e dal suo gruppo. E che storia, quella che il protagonista ha voluto raccontare attraverso le note: il musicista ha collaborato (tra gli altri) con Pat Metheny e Pino Daniele, e, nota curiosa, è stato il maestro del talento nostrano Matteo Fioretti.
Alla presenza di un’ottantina di spettatori (alcuni dei quali giunti addirittura da Termoli) era accompagnato da un trio delle meraviglie, composto da Joe Amoruso, leggendario pianista dell’età dell’oro di Pino Daniele, Diego Imparato, bassista di talento e dello straordinario batterista Alberto D’Anna, scomparso prematuramente nel 2015, e del quale porteremo per sempre i suoi suoni e il suo ricordo. Il leitmotiv della serata è stato possibile individuarlo nella fusione tra fraseggi puramente jazzistici con ascendenze coltraniane e spiccate sonorità mediterranee caratterizzate dall’uso frequente di scale napoletane ed orientali, nonché dall’uso di una synth guitar a fiato. E’ stato indubbiamente un evento, oseremmo dire, unico nella storia musicale ortese, sulla cui portata non c’è stata però né la giusta percezione, né tantomeno un’adeguata partecipazione: basti pensare che su ottanta persone c’erano solo venti ortesi!  



Campeggiava nel locale una suggestiva tela realizzata da Michele Sacco, e donata allo staff come auspicio della buona riuscita del progetto, mentre il logo fu opera del pittore Faccilongo. L’arredamento, molto caldo e accogliente, discretamente soffuso, era l’ideale per trascorrere delle serate in piena spensieratezza, con il contributo del piccolo e fornito banco bar e il continuo sottofondo della musica live che ogni sera veniva proposta all’Harlem Club.

Ma non solo musica: l’amica Giovanna Di Pietro, ad esempio, fu la curatrice di una bellissima rassegna di cinema musicale, con la visione delle più celebri pellicole americane dedicate alla musica, prima fra tutte l’iconica The Blues Brothersfilm commedia musicale del 1980 diretto da John Landis e interpretato da John Belushi e Dan Aykroyd. E poi la musica suonata, dalle tantissime band che sono state ospitate, ai numerosissimi amici e collaboratori, musicisti e avventori allo stesso tempo, persone che hanno voluto condividere un sogno, romantico e visionario al tempo stesso: Matteo Fioretti, Riccardo Mennuti (Richard Blues), Giovanni Tripputo (John Trip), Maurizio Ferrandina, Daniele Del Gaudio, Francesco Bozza, Peppino Di Leo, Giuseppe Scommegna, oltre naturalmente ai due titolari!



Vita quotidiana al Club, con Matteo Fioretti

Vita quotidiana al Club, con Richard Blues.




Memorabile fu la serata/evento col tributo a Fabrizio De André, con il locale invaso da oltre 350 persone, a dimostrazione delle passione  e del particolare gradimento per l’idea e per la poesia di Faber. E come dimenticare le suggestioni argentine del Nuevo Tango Ensamble di Gianni Iorio, tra tango e jazz?! La proposta musicale dell’Harlem era multicolore, dedicata a tutto coloro che sono  stati capaci (e lo sono tutt’ora) di recepire la magia delle sette note, qualsiasi sfumatura esse abbiano. Altri autorevoli testimoni della vivacità del club furono Federico Poggipollini, già chitarrista e collaboratore dei Litfiba e prima chitarra di Luciano Ligabue, e Davide Luca Civaschi, meglio conosciuto con il nome d'arte di Cesareo, chitarra ufficiale di Elio e le Storie Tese, nonché collaboratore di Daniele Silvestri e del compianto Massimo Riva, storica chitarra di Vasco Rossi. La storia dell’Harlem Club, come si vede, è puntellata di grandi e piccoli eventi, tutti memorabili per chi ha avuto la fortuna di assistervi, ma il Club ha chiuso i battenti lasciando dietro al grande portone di legno, oltre alle voci, i suoni e i ricordi, una solenne promessa: la serata che vide come ospiti Antonio Onorato e la sua band, il talentuoso pianista Joe Amoruso, in piena confidenza, disse: < wuagliù, avete fatto un bellissimo club dove si suona divinamente, mi sembra di essere tornato negli anni settanta, e voglio turnà a sunà nata vote cà >!!! Siamo in tanti a sperare che questa promessa venga mantenuta.

Federico Poggipollini (al centro) con alcuni membri del Club, tra i quali uno dei titolari, Gabriele Corvino (a destra)
 
Il chitarrista partenopeo Antonio Onorato, durante una delle serate/evento al Club.







domenica 13 maggio 2018

THRILLER - Michael Jackson





Il 30 novembre 1982  un giovanissimo Michael Jackson presentava al mondo "Thriller", il suo sesto album realizzato in studio. Quello che doveva essere il semplice lancio di un comunissimo album, di li a pochi mesi si trasformò in un evento epocale, che non ha mai avuto più eguali nel mondo della musica leggera! A produrlo fu Quincy Jones, musicista e abile produttore musicale, che fece di Michael Jackson il futuro re del pop. L'ex voce dei Jackson Five in breve tempo fu catapultato sotto i riflettori e il suo disco, dopo 35 anni dalla sua uscita, resta ancora il più venduto nella storia della musica mondiale, tant’è vero che  la rivista Rolling Stone lo ha inserito nella lista dei 500 migliori album di tutti i tempi.  Nonostante "Thriller" sia uscito agli inizi degli anni ‘80 attualmente  resiste nella classifica Billboard 200 Chart: al suo debutto il disco fu al primo posto per 36 settimane e oggi mantiene saldamente la 126esima posizione!  Con otto Grammy vinti e un seguito ininterrotto di primati l'opera di Michael Jackson è un cocktail che fonde il funk con il rhythm and blues, con un tocco di musica disco e influenze pop e rock. Si dice che abbia venduto qualcosa come 130 milioni di dischi in tutto il mondo, dei quali più di 33 nella sola America. Mai visto e mai più si vedrà qualcosa di simile nella storia della musica.  Un trionfo tale da risollevare completamente la crisi che aveva colpito il mercato musicale americano dopo la fine dell'epoca segnata dalla disco music. Come se non bastasse, dopo il 25 giugno 2009, data della tragica scomparsa dell'artista, il disco è tornato in vetta a tutte le classifiche mondiali, vendendo altri 2 milioni di  copie!   
Il 17 febbraio del 2017 l’album è stato ufficializzato dalla Recording Industry Association of America (RIAA) come vincitore di 33 dischi di platino nei soli Usa che, tradotto in termini numerici, equivale  a 33 milioni di copie vendute: un risultato mai raggiunto da nessun altro artista negli Stati Uniti. In totale, nel mondo, Thriller ha ricevuto 101 dischi di platino, 17 dischi di diamante, 8 dischi d'oro e 8 Grammy Awards, raggiungendo la posizione numero uno in oltre 20 Paesi, tra cui l'Italia.
Come ogni grande fenomeno, anche la storia di Thriller è accompagnata da tante curiosità, aneddoti e leggende metropolitane che a distanza di anni stuzzicano ancora l’interesse di fans e curiosi di ogni parte del mondo.
Così come Elvis Presley aveva traghettato il rythm & blues presso un pubblico bianco, Thriller ha portato il funk e il soul al di fuori delle classifiche riservate alla musica nera, rendendo il suo messaggio universale e abbattendo per la prima volta dei fastidiosi steccati culturali, allora molto solidi. Il fenomenale successo del disco ha dato un contributo all'eliminazione delle barriere razziali, ancora molto presenti in America. Stazioni radio tradizionalmente "bianche" iniziarono a passare alcuni brani dell’album, nonostante le proteste degli ascoltatori.  Basti pensare che Billie Jean è stato il primo video di un artista nero trasmesso da Mtv, che da quel 30 novembre  iniziò a trasmettere il video di Jackson due volte ogni ora. L'eccezionalità di Thriller è che ogni brano è potenzialmente un singolo; ma l’altra sua grande qualità è l’apertura alla contaminazione tra stili diversi, la magica combinazione di generi musicali apparentemente lontani tra loro. Per ottenere questi risultati Jackson si è avvalso della collaborazione di validissimi musicisti, oltre che dell’eterno amico Paul Mc Cartney, quest’ultimo presente in particolare nel brano The girl is mine. La canzone, piaciona e non originalissima, è perfetta per far breccia presso il pubblico bianco, ma le interpretazioni vocali di Jackson e di Paul McCartney (un duetto che sarà riproposto in Say Say Say dell’1983), e i loro buffi scambi verbali su una ragazza contesa, sono da antologia.

Billie Jean

Se c’è una canzone che rappresenta tutte le doti, le contraddizioni e la genialità di Michael Jackson, quella è Billie Jean. Il brano venne eseguito per la prima volta in pubblico il 25 marzo 1983 al Pasadena Civic Auditorium, in occasione dei 25 anni della storica etichetta Motown, la più importante casa discografica della musica nera americana. Durante l’evento Jackson eseguì per la prima volta il leggendario moonwalk, il passo della luna, vero segno distintivo nelle sue coreografie. Il giro di basso è uno dei più famosi di sempre, insieme a quello di Another one bites the dust dei Queen, Staying alive dei Bee Gees e Good times degli Chic. E poco importa se Billie Jean racconta una travagliata relazione di Jackson con una fan-stalker, che sosteneva di essere stata messa incinta da luila cosa migliore, sembra suggerire indirettamente il brano, è ballarci sopra !

Beat it


C’è chi lo definì “rock nero”, altri “dance metal”. Tutti sono concordi nel trovarlo un capolavoro, che ha aperto strade fino ad allora inimmaginabili per il pop. Sta di fatto che gli steccati tra rock bianco e musica nera sono definitivamente caduti grazie a Beat it, che rende riduttiva la definizione di Re del Pop per un artista ricco di influenze musicali eterogenee. Il riff di chitarra, unito all’indimenticabile assolo di Eddie Van Halen, rendono questo brano di Jackson il più amato dagli appassionati di rock. Oltre a Van Halen, la chitarra ritmica e il basso sono suonati da Steve Lukather dei Toto. Un’altra traccia dell’album, ossia Human Nature, fu opera di Steve Porcaro, tastierista, sempre dei magnifici Toto, che riuscì a comporre un gioiello di pura musicalità, dalle atmosfere magiche e rilassate, tanto da essere ripreso qualche anno dopo dalla geniale tromba di Miles Davis, con una cover memorabile.


Thriller
 La title track, che originariamente si sarebbe dovuta chiamare Midnight man o Starlight, suona epica e drammatica allo stesso tempo, sorretta da un basso persistente, da una solida chitarra funky e da spettrali tastiere. Se i brani dell’intero album hanno contribuito al grande successo di vendite per Michael Jackson, il lungo video l’ha fatto entrare nella leggenda!
Il cortometraggio è considerato una pietra miliare del ventesimo secolo, non solo in campo artistico, ma anche per ciò che riguarda la cultura pop occidentale. Il video della canzone, il più famoso e celebrato di sempre, è un vero e proprio film dell’orrore, pur se stemperato da una buona dose di ironia, della durata di quasi quattordici minuti e dai costi galattici per l’epoca.  Un dirigente della Sony era andato letteralmente su tutte le furie, rifiutandosi di concedere il budget di 900.000 dollari che Michael Jackson aveva richiesto per il video, facendo scendere la cifra a 500.000. Dopo il rifiuto di concedere il budget richiesto, Jackson ribattè: "Allora me lo finanzierò io!". Per bilanciare le spese, il cantante riuscì a vendere un documentario sul “dietro le quinte”, a Mtv per 250.000 $ e a Showtime per 300.000 $ !
Il plot del video è semplice, ma efficace: un giovane Michael, in un’ambientazione tipicamente Anni Cinquanta, va al cinema con la sua ragazza e, usciti dalla sala, le confessa di essere diverso dagli altri, ossia un lupo mannaro. Il cortometraggio gioca sapientemente tra immaginazione e realtà, attraversando varie epoche e diverse ambientazioni.
Per realizzare il film, alla regia fu chiamato John Landis, noto anche per aver girato film come “Blues Brothers”, “Una poltrona per due” e “un lupo mannaro americano a Londra” pellicola di cui Michael Jackson era letteralmente innamorato.
"Jackson mi disse che amava Un lupo mannaro americano a Londra e mi fece domande sulla metamorfosi da uomo a lupo - ha dichiarato Landis -. Era affascinato dagli effetti speciali creati nel film. In definitiva, voleva diventare un mostro".
Per il makeup fu ingaggiato Rick Baker, che nel suo curriculum poteva vantare un Oscar per il suo lavoro ne "Un lupo mannaro americano a Londra". Il truccatore fa anche una comparsa nel video, impersonando lo zombie che esce dal mausoleo.
La ragazza con cui Michael Jackson si accompagna nel video si chiama Ola Ray e aveva posato su Playboy come Miss Giugno 1980.
Dopo la pubblicazione di "Thriller”, per una strana “coincidenza”, iniziò la lenta metamorfosi di Michael Jackson: il cantante iniziò a sottoporsi a interventi di chirurgia plastica sempre più evidenti, che lo porteranno, anni dopo, quasi a sfigurarsi e ad assumere un’espressione innaturale. Già dal volto riportato sulla copertina dell'album a quello che si vede nel video, i tratti somatici del cantante risultano visibilmente alterati.
Quando i Testimoni di Geova scoprirono che stava girando un video con zombie e lupi mannari, minacciarono di scomunicare il cantante perché stava violando le regole ferree sull'occulto. Venuto a conoscenza di questa possibilità, Jackson ordinò che il materiale video venisse distrutto, ma il produttore nascose la pellicola fino a quando l’artista non cambiò idea.
Dato che nel video si lasciano liberi degli zombie, Jackson volle aggiungere un messaggio all'inizio del video che fu da molti travisato. Il cantante fece apparire le seguenti parole: "Date le mie ferree convinzioni personali, desidero sottolineare che questo film non dimostra in nessun modo credenze nell'occulto". Ai tempi si considerò la dichiarazione come una prova del fatto che Jackson fosse un testimone di Geova.
Parte dell'ispirazione per il video deriva da uno scherzo subìto da Michael Jackson: quando era piccolo il padre si arrampicò in camera sua, sbucando dalla finestra con una maschera mostruosa e urlando, nel cuore della notte. Questo metodo spaventoso fu voluto per convincere il figlio a chiudere la finestra mentre dormiva, cosa ripetutagli troppe volte senza alcun risultato.

La celebre giacca rossa del cantante, disegnata dalla stilista Deborah Nadoolman, è stata venduta all’asta per 1,8 milioni di dollari.
Il coreografo di “Thriller” è Michael Peters. Compare nel video di “Beat It”, vestito di bianco con gli occhiali da sole e i baffi. E’ superfluo ricordare che le coreografie dei balli del video sono diventate patrimonio universale per ogni ballerino che si voglia cimentare nella danza moderna.
L’indimenticabile e inquietante voce fuori campo fu recitata da Vincent Price, che Michael conosceva fin da piccolo. L’attore, dopo la realizzazione del video preferì essere pagato con un più sicuro forfait di 20.000 dollari, anziché con una percentuale sulle vendite del disco!!!
Un “Thriller” da Guinness dei Primati: il 29 agosto 2009, a Città del Messico, un grandioso e spettacolare flash mob ha portato 13.597 persone a ballare insieme sulle note del celebre brano!
Il videoclip è una parodia dei film horror ma, dietro la facciata del puro intrattenimento, insinua domande tutt'altro che banali sull'identità, sulla diversità e sulla pirandelliana sovrapposizione di finzione e realtà.
Nel 2008 Thriller è stato incluso nella Biblioteca del Congresso americano come "Tesoro Nazionale" e il disco si è piazzato al ventesimo posto nella classifica della rivista "Rolling Stone" sui 500 migliori album di tutti i tempi.
In conclusione, è impossibile cercare, tra i 9 brani di Thriller, una canzone trascurabile o poco ispirata. Si dice che la perfezione non appartenga a questo mondo, ma qui, almeno per quanto riguarda la musica, ci si è davvero avvicinati.

sabato 21 aprile 2018

TRATTURO INCORONATA



                        La linea rossa ripercorre l'intero tracciato del "TRATTURO INCORONATA"

Quella che oggi sembra solo una comune ed anonima strada di periferia, in passato ha vissuto momenti di gloria, con una centralità e un ruolo davvero importanti. Infatti il vecchio Tratturo Incoronata, prima del cambio di percorso, ha da sempre costituto la linea direttrice privilegiata tra Orta Nova e il Santuario dell’Incoronata. Tanti anni fa, la mattina dell’ultimo sabato di aprile, questa modesta strada si animava delle voci delle centinaia di fedeli pronti alla lunga marcia, mentre alla luce delle lampade a olio riecheggiavano i nitriti dei cavalli e lo stridere delle ruote dei carri. Nell’aria si mischiavano l’odore dolce del fumo di falò improvvisati, il profumo domestico delle pietanze calde che le donne avevano preparato durante la notte, con l’afrore dello sterco che gli animali lasciavano sulla terra battuta,  la “traccia” che la Compagnia di Orta lasciava al suo passaggio, fino al santuario,  dopo aver guadato il torrente Carapelle . Il buio della campagna ortese veniva lacerato dalle laudi e dalle litanie dedicati alla Madonna, cantilene che le donne ripetevano in maniera ossessiva. L’antico tratturo, nato e tracciato dal passaggio delle greggi e dei scjiàrabball (carro trainato da un solo cavallo), serviva decine di fondi agricoli e questa sua natura pastorale e agricola ben si confaceva al ruolo religioso al quale era destinato, essendo il culto per la Madonna nera di origine popolare e contadina. In passato la via è stata sede di un importante opificio di distillazione, e da questo negli anni ha preso la denominazione dialettale di “ vije de la distillèrije ”, con la quale si identifica ancora tra gli ortesi. A poca distanza dalla oramai dismessa distilleria, esisteva una grande cantina, uno degli stabilimenti più importanti di Orta Nova, ossia le Cantine Lavacca, sorto su di una precedente struttura, il vecchio e dimenticato mulino di Ciccillo Giordano.

Pochi nostri concittadini sono al corrente che lungo il Tratturo Incoronata, nel segmento urbano,  in tempi non sospetti, esisteva una piccola sala cinematografica, la Sala Eden. Nel dopoguerra, inoltre, il signor Pasquale Ardito, ortese proveniente da Torino, impiantò nelle vicinanze un piccolo stabilimento di buste in plastica, rendendo oltremodo vivace la Via ortese e dando un deciso contributo all’economia della zona. Come si vede, in maniera del tutto inaspettata, ogni luogo conserva una propria storia e delle vicende umane da raccontare e il Tratturo Incoronata non fa eccezione. Per chi è consapevole dell’importanza religiosa che questo tratturo ha avuto in passato, in questa nostra epoca di riscoperta di antiche tradizioni e sulla falsariga dei cammini religiosi, molto diffusi in Italia e in altri paesi cattolici, il patrimonio oramai perduto del tragitto verso il Santuario ha l’amaro sapore dell’occasione mancata. Si pensi ad esempio alla Via Francigena,  la via degli Abati, in Lombardia, il cammino di Sant’Antonio, a Padova, così come il cammino di San Benedetto, a Norcia. A maggior ragione, a seguito della richiesta presentata dall’Italia, con Grecia e Austria, di  candidare la pratica della transumanza, e con essa i tratturi, a diventare patrimonio culturale dell’Unesco, dovrebbe costituire materia di profonda riflessione, oltre che di elaborazione di interessanti progetti.  Occasioni per creare turismo, interesse, economia. Un’idea sarebbe quella di rivitalizzare il “vecchio” e più sicuro tratturo, ripristinando l’antico percorso del pellegrinaggio, magari trasformandolo in passeggiata e pista ciclabile, sulle orme di un progetto già realizzato dal comune di Foggia, sempre in collegamento col bosco e il Santuario Mariano dell’Incoronata. Purtroppo, siamo costretti a segnalare che sempre più frequentemente Orta Nova vive di occasioni mancate, di scarse idee e di buone iniziative cominciate e mai portate a termine !

venerdì 23 febbraio 2018

GIROFESTIVAL


Lo sapevi che…
… nell’agosto del 1985  Piazza Pietro Nenni fu scelta come una delle tappe per una curiosa ed interessante “carovana” di cantanti, provenienti dalla sezione Nuove Proposte del Festival di San Remo. Questa rassegna itinerante era denominata  Girofestival, e costituiva una ottima opportunità  per le giovani ed emergenti voci reduci del Festival, le quali, non avendo ancora una vera organizzazione alle spalle e non possedendo un ampio repertorio, tali da permettersi una propria tournèe, in gruppo costituivano una piacevole attrattiva.  In appuntamenti di questo genere, era frequente che, oltre alle giovani promesse, era possibile ascoltare anche degli affermati “veterani”, momentaneamente bisognosi di rilancio artistico, cosa che avvenne anche nella tappa ortese. Il Girofestival prese il suo avvio nel 1978, con la conduzione di Pippo Baudo, che fu anche uno degli ideatori e regista: ma quelle che dovevano essere le grandi prospettive di questo progetto in parte furono disattese. L’evento prese l’avvio sulla falsariga dei fortunati eventi itineranti del passato, come il leggendario Cantagiro, fra gli anni ’60 e ’70,  il CantaPiper, promosso dallo storico gestore del famosissimo locale romano, Giancarlo Bornigia e come le ultime edizioni del Festivalbar.  La tappa ortese del 1985, patrocinata dal Comune, evidenziò una buona organizzazione e il ritmo giusto dell’intero spettacolo.  La serata risultò gradevole e coinvolgente, nonostante la parte strumentale, costituita da basi musicali, col solo cantato live e i nomi non proprio celebri. Conduttore e mattatore della serata fu il bluesman e DJ Ronnie Jones, all’epoca affermato conduttore di Canale5, capace di dettare i giusti tempi all’intera rassegna. Tra i cantanti che si esibirono ci fu Giorgia Fiorio, Rodolfo Banchelli, Marco Armani, Giampiero Artegiani, Lena Biolcati, Lanfranco Carnacina, i Meccano, Gatto Panceri, Mariella Nava, Andrea Mirò (i lettori più agèe riconosceranno senz’altro qualche nome noto, per il resto, chi volesse approfondire la loro conoscenza, c’è sempre Google che può dare una mano).
Oggi alcuni di loro sono dei valenti autori e parolieri, altri hanno completamente abbandonato il mondo della musica, pur rimanendo in ambito artistico. A margine della serata fu “ritagliato” un piccolo spazio per Alan Sorrenti,  già vincitore del Festivalbar e frequentatore dei piani alti della hit parade, che cantò tre dei suoi brani più conosciuti e costituì la giusta conclusione di una serata gradevole e senza eccessive pretese.



lunedì 16 ottobre 2017

Il tempo dei bilanci

 Settembre, quando oramai l’estate inizia a diventare un piacevole ricordo, è il momento “sacro” dei bilanci, per tutte quelle che, vere o presunte, sono state le attività culturali e ricreative svoltasi nei tre mesi estivi. Tempo fa, leggendo un post pubblicato su FB, notavo che qualcuno si è “divertito” a stilare una classifica dei migliori cartelloni estivi dei 5 Reali Siti, secondo la quale Orta Nova occupava la penultima posizione, meglio solo di Carapelle. Gioco a parte, ritengo che il “caso” di Orta Nova meriti analisi a sé, in quanto da anni, diversi e attenti cittadini si chiedono il motivo per il quale, un centro di circa diciottomila anime, non sia in grado di proporre un’offerta culturale e ricreativa degna di tale nome, che sia all’altezza  della propria tradizione e dei bisogni dei propri cittadini. Il panorama degli eventi estivi della provincia di Foggia, come al solito vede mettersi in luce soprattutto i piccolissimi centri montani del Sub Appennino, quelli garganici, oltre a Stornara e Stornarella (per non andare tanto lontano), con proposte davvero interessanti e di buon livello. Nella nostra amata città invece le estati sono sempre più avare di appuntamenti, e, nei rari casi ce ne fossero, qualsiasi tentativo risente del pressapochismo di organizzatori improvvisati, della mancanza di nuove e valide idee e di una progettualità efficace. Spesso si lascia l’organizzazione di eventi in mano a persone non in grado di percepire il valore e la portata che una interessante iniziativa potrebbe contribuire alla crescita di una comunità intera. Oppure, nella migliore delle ipotesi, le poche serate che vengono spese in piazza sono di carattere commerciale e pubblicitario, tipo saggi e dimostrazioni varie, con i limiti che questo comporta! Uno dei tanti risultati di questa situazione di puro lassismo sta nel fatto, ad esempio, che molti eventi hanno avuto solo una “prima edizione”, al massimo seconda, per poi precipitare nel disinteresse collettivo. Sono dell'opinione che le amministrazioni pubbliche non si devono sottrarre o limitarsi a “patrocinare” questa o quella serata, credendo così di fare la propria parte: non è sufficiente per varie ragioni, prima delle quali quella di non poter imprimere e dettare la propria linea e la propria politica culturale! Questa è una inconfutabile prova di come Orta Nova, tranne rarissime eccezioni, non abbia mai avuto, tra chi gestisce la sfera culturale, delle persone veramente all’altezza.
Per rivestire determinati ruoli, penso che bisogna possedere un discreto bagaglio di conoscenze, una vera consapevolezza dell’ambito in cui si va ad operare, in modo che, quello che si sceglie di proporre, abbia realmente uno spessore “didattico” e culturale (nel senso più ampio e meno provinciale del termine), consci degli obiettivi che si intendono raggiungere.
Il limite però sta proprio in questo: la politica. Nella nostra città chi opera in politica a quanto pare è incapace ad affrontare le criticità di cui la comunità soffre, e ancora più incapace a venire incontro alle esigenze e alle necessità (anche secondarie) di una utenza molto variegata. Il fallimento sta proprio in questo ed è assolutamente fuori dubbio.  Questa analisi, purtroppo, non è solo limitata all’ ambito dell’offerta culturale, ma investe tutti i settori della “cosa” pubblica, anche quelli primari, anche se ritengo che ad Orta Nova quella culturale e civica è oramai una vera e propria emergenza!





domenica 17 settembre 2017

SANDINISTA !

Sandinista! venne pubblicato il 12 dicembre del 1980, e pur essendo gli echi del punk oramai remoti,  il disco, nel coraggio e nell’atipicità del lavoro, esalta comunque la forza, lo spirito e la creatività dei Clash, band rock inglese, tra i maggiori fautori del punk, genere in cui, insieme ai Sex Pistols, ha giocato un ruolo fondamentale. Per questa ragione, all’uscita di questo triplo LP, molti seguaci della band non riuscirono a mascherare il proprio disappunto, pur essendo consapevoli che il punk stava lentamente esaurendo la propria spinta rivoluzionaria. Tuttavia, come si scoprirà successivamente, l’onda lunga di questo "dissacrante" ed anomalo genere musicale, era destinata ad investire in pieno le più importanti produzioni rock e new wave degli anni ’80, che stavano di li per cominciare.  


Sandinista !  è una gigantesca opera epocale, partorita da un gruppo di oramai reduci del punk, il disco più coraggioso e complesso della loro carriera, un'enorme brulicare di idee, spunti creativi, invenzioni. Appare evidente che i quattro musicisti inglesi, il progetto dovevano averlo già da tempo nello loro teste, una bozza disordinata e confusa, quella stessa “confusione” che troveremo all’interno del triplo album, un colorato ed eccellente miscuglio di sperimentazioni, provocazioni, generi musicali, composizioni, genialmente assemblate da  Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon.  È da sottolineare come i Clash, nella loro apparente trasandatezza, possedevano invece una discreta tecnica strumentale, fattore che li contraddistinse dalla maggior parte dei gruppi punk di fine ’70. In effetti, uno degli elementi fondanti e di “rottura” della filosofia punk risiedeva nel concetto che tutti potessero suonare uno strumento, al di la delle conoscenze tecniche e musicali, basta che si aveva qualcosa da dire!
Il titolo dell’ album prende spunto dall'organizzazione dei guerriglieri rivoluzionari del Nicaragua, i sandinisti appunto, che l'anno precedente avevano destituito il presidente in carica,  molto “amico” degli americani della CIA, Anastasio Somoza Debayle. Successivamente i Clash dichiararono che l'ispirazione per il titolo venne loro data in seguito all’assurdo provvedimento di censura, attuato dall'allora premier, Margaret Thatcher, di proibire in patria addirittura l'uso della parola “sandinista" ritenuta troppo sovversiva!!!
Dare una connotazione stilistica e di genere a questo album è impresa ardua, in quanto i trentasei brani contenuti in esso spaziano tra vari generi musicali, a volte molto diversi tra loro: funk-rock, reggae, dub, shuffle, ballate malinconiche, soul, jazz, musica caraibica, rock n’roll e, come se non bastasse, questi generi, in alcuni brani, si contaminano a vicenda!


Probabilmente, a ben pensare, una cifra stilistica esiste, ed è quella dei temi trattati nei testi, tipici dello stile Clash, ovvero la politica, la denuncia, le questioni sociali, la situazione nelle diverse zone “calde” del globo (parliamo del 1980 e giù di li!). Gli argomenti  sono così tanti che offrono a Strummer & C. l'occasione per srotolarci sotto gli occhi un'infinità di problematiche personali e sociali, consacrandone lo status di band impegnata per eccellenza del post-punk.
Si passa infatti dal sistema della società inglese, giudicato eccessivamente gerarchico ed "ottocentesco", su cui Jones spara sempre con un certo compiacimento, alla guerra in Vietnam; dalla guerriglia sandinista alle barricate londinesi di fine anni '70; dalle discriminazioni razziali del Sudafrica, fino alla guerra fredda; da ogni forma di integralismo religioso, fautore di conflittuali e pericolose contrapposizioni, all’imperialismo sovietico in Asia, e quello statunitense in Sudamerica, a sostegno delle numerose e feroci dittature. Il potere politico è l’obiettivo privilegiato contro cui i quattro musicisti inglesi si scagliano, il potere che con le sue innumerevoli zone d’ombra e con la gestione egoistica ed interessata,  provoca emarginazione e diseguaglianze. Per concludere con il packaging del disco, con una foto in bianco e nero che campeggia in copertina, che ritrae i quattro componenti la band ritratti nei bassifondi londinesi, immagine a cui i Clash hanno voluto dare una parvenza emaciata,” vissuta”, grafica ripresa anche all’interno, con fogli fintamente invecchiati, sui quali sono abbozzati in maniera casuale e scarabocchiata, sia i testi in lingua madre, che annotazioni e fumetti.




lunedì 21 agosto 2017

Il Duca è morto, lunga vita al Duca




Credo sia superfluo aggiungere nuove parole, alle migliaia che già sono state spese, per “decantare” la carriera straordinaria di David Bowie, il suo percorso artistico, le sue sperimentazioni e le contaminazioni di cui si è reso artefice.  Piuttosto focalizzerei l’attenzione sull’ approccio che il Duca ha avuto con la musica, col mondo della discografia e con l’enorme fama che ha ricevuto di conseguenza. Quando sento parlare operatori e addetti ai lavori, il concetto ricorrente è quello che non può esistere paragone tra quello che era il mondo musicale di 40 fa e quello odierno: le dinamiche sono cambiate, così come il modo di “farsi conoscere” e di fare carriera. Probabilmente una piccola verità questa teoria la nasconde, ma non può servire da alibi per marcare la netta differenza che esiste tra quelli di oggi e i grandi interpreti del passato. David Bowie appartiene a quella categoria di musicisti che hanno sempre agito per il solo amore dell’arte, che hanno messo coraggio e consapevolezza nelle proprie scelte, a prescindere da tutto. Nel mondo della musica ce ne sono diversi di esempi come questo, anche nella nostra Italia, di artisti che amano “sfidare”  i gusti e le aspettative dei propri seguaci, degli ascoltatori, che propongono sfide sempre nuove, che rischiano ad alzare di continuo l’asticella ! Ma esistono di fianco a questi, e sono la maggioranza, ahimè, interpreti che oramai sono dediti alle produzioni seriali, alla proposta “sicura”, per mero calcolo commerciale, o per compiacere la multinazionale di turno, o, peggio, e per mancanza del sacro fuoco dell’arte che evidentemente arde poco !!!
La parabola di David Bowie è caratterizzata dai cosiddetti “periodi”, fasi temporali in cui l’artista inglese amava dedicarsi a determinate sonorità. Quello più netto ed identificabile fu il periodo berlinese, alla fine degli anni settanta, da cui prese vita la “trilogia berlinese”, una produzione di tre album, in seguito al suo trasferimento a Berlino Ovest alla fine del 1976. Qui Bowie ebbe un approccio con la musica sperimentale tedesca e con elementi di musica elettronica, krautrock, ambient, e world music in collaborazione con il produttore statunitense Tony Visconti e con l’ onnipresente musicista inglese Brian Eno. Il coraggio di cambiare, di adeguarsi ai tempi, rimanendo però sempre lontano dalle “tentazioni” commerciali e dall’omologazione modaiola del momento. La visione della musica di David Bowie è stata sempre di creativa originalità, pur possedendo in sé elementi basilari del decennio che stava attraversando. Lo dimostra la completa trasformazione avuta negli anni ottanta e poi nei novanta. La visione artistica è stata sempre completa, a tutto tondo, favorita dalle collaborazioni con compositori e produttori di avanguardia, e facilitata dalla concezione che Bowie aveva dell’essere “artista”: oltre alla musica, egli dipingeva e ha partecipato, con discreto successo, a diverse pellicole cinematografiche, dimostrando anche eccellenti doti recitative. Inoltre, e non meno importanti, sono i travestimenti che hanno visto David Bowie protagonista durante la sua lunga carriera: l’immaginario collettivo è quello di un artista che si è sempre proposto in maniera “forte”, decisa, con un impatto visivo potente, audace, precursore dei tempi e delle mode, a volte create proprio dal cantante e dal suo stile post swinging sixties glam.
Con Bowie non muore un semplice interprete musicale, ma soprattutto un ricercatore di suoni, di colori, di espressioni artistiche, uno di quegli uomini che creano strade nuove, con tutti  i rischi che ciò comporta,  nuovi sentieri che aiutino a far confluire le note musicali, per lasciare una utile traccia agli artisti che seguiranno dopo di lui.