giovedì 14 marzo 2019

NILE RODGERS Il re Mida della musica



C’è chi suona per divertimento, chi per soldi, chi solo per un’effimera notorietà, e c’è chi con la musica è destinato a cambiare il corso degli eventi e della storia del pop! Fortunatamente per tutti gli appassionati, quest’ultima ipotesi conta diversi esempi, ma rari sono quei casi in cui un singolo uomo ha contribuito a scrivere capitoli importanti nella storia della musica, e senza il quale quei capitoli probabilmente non sarebbero stati mai scritti. Nile Rodgers è stata la colonna portante del gruppo degli Chic, celebre band di disco funky, a cavallo tra gli anni settanta e ottanta.  
 Egli cominciò la sua carriera come “turnista” a New York, suonando nella band del rinomato Apollo Theater di Harlem, che di frequente ha accompagnato, tra gli altri  Aretha Franklin, Ben E King e Nancy Wilson! Inoltre Rodgers è stato anche attivista del movimento di emancipazione dei neri, le Pantere Nere, contro le discriminazioni razziali, anche in campo discografico. Nel 1977, insieme al bassista Bernard Edwards e al batterista Tony Thompson forma gli Chic: inutile dire che il successo fu immediato, con numerosi brani da “top ten” e contribuendo ad innalzare la disco music ad alti livelli qualitativi e di popolarità. I brani Everybody DanceLe Freak, e Good Times rimangono fra le canzoni più ascoltate dell'era R&B! E la musica non fu più la stessa: la potenza creativa che Nile Rodgers emanava era destinata a cambiare il corso degli eventi e di molte “carriere” di colleghi a corto di idee e destinati ad un amaro dimenticatoio. Merito di un gusto musicale sopraffino, di un “orecchio” sempre pronto e vigile a catturare nuove sonorità e di un intuito fuori dal comune, teso ad anticipare le mode e le tendenze musicali, oltre che di uno stile chitarristico che affonda le proprie radici nel jazz. In diverse interviste ha affermato di avere avuto una formazione jazzistica e di aver sfruttato alcune progressioni tipicamente jazz per scrivere molte canzoni di successo. Nel corso della sua carriera ha unito la propria conoscenza armonica di matrice jazz con ritmiche dance e funky, dando vita ad uno stile molto peculiare. Naturalmente le profonde conoscenze tecniche hanno contribuito non poco ad alimentare la sua inesauribile vena creativa  volta a rinnovare e a sperimentare. Molto riconoscibile è la sua firma sui numerosi brani e composizioni realizzate per tutti gli artisti da lui prodotti: gli inconfondibili riff di chitarra sono il sigillo di un successo garantito per qualsiasi artista e di qualunque genere musicale!


 Primo gruppo ad usufruire dei “servigi” del buon Nile Rodgers furono le Sister Sledge, e lo sforzo risultante del 1978, l'album We Are Family, balzò al terzo posto in classifica e vi rimase a lungo nel 1979. Nel 1980, all’uscita dell’album The Game, John Deacon, bassista dei Queen, dichiarò pubblicamente di essersi ispirato alla contagiosa linea di basso di Good Times, per il brano Another One Bites the Dust. Di li a poco, Rodgers e Bernard Edwards produssero per Diana Ross l'album Diana, che è tuttora il suo album più venduto, contenente i grandi successi Upside Down e I'm Coming Out. Successivamente  si dedicarono anche all'album King of the World per Sheila & Black Devotion ove interpretavano il grande successo Spacer. Nel 1981 Deborah Harry, voce dei Blondie, lavorò con Rodgers ed Edwards nell'album Kookoo.






Anche un icona del rock britannico, come David Bowie, nel 1983, vide la collaborazione di Nile Rodgers, come co-produttore dell’album Let.s Dance (ad oggi l'album di Bowie che ha venduto di più) contenente svariati successi. Il disco fu poco gradito dallo zoccolo duro dei fan del “Duca Bianco”, accusato di essere poco rock e troppo commerciale, ma non si deve dimenticare che all’epoca la carriera di Bowie stava attraversando un periodo di stanca, e questa produzione venne a rinvigorire una ispirazione creativa che stava patendo l’affermazione delle nuove tendenze e le sonorità provenienti dal Regno Unito. 


Nel 1984, di nuovo in tandem con Edwards, toccò a una giovanissima e semi sconosciuta Madonna con Like a Virgin, dando luogo a due successi di grido (Material Girl e la traccia omonima dell'album). Rodgers contribuì a sviluppare significativamente la carriera di Madonna, facendone una stella di fama mondiale! Ma il 1984 è un anno cruciale anche per i Duran Duran: i cinque di Birmingham erano in fase calante, quando oramai si stava esaurendo la spinta post punk e new wave del loro sound. Il brano The Reflex, contenuto nell’album Seven and the Ragged Tiger, arrangiato dallo stesso Rodgers, vide l’introduzione dei primi campionamenti di voce, a cui seguì, sempre nello stesso anno, il singolo The Wild Boys, quest'ultimo incluso (nella sua versione in studio) nell'album dal vivo Arena. I Duran divennero la band più celebre al mondo! Due anni più tardi, continuò il lavoro con i Duran Duran producendo per intero Notorius, la cui canzone omonima raggiunse il secondo posto nella classifica US Billboard Hot 100. Durante uno spettacolo dal vivo, Simon Le Bon presentò Rodgers, dicendo: «Bene, questa band ha superato un momento difficile (durante Notorious). È probabile che la band non ce l'avrebbe fatta se non fosse stato per questo gentiluomo...»!  ma la collaborazione con i Duran era destinata a durare a lungo: Nile contribuì a numerosi altri progetti ed apparizioni con i membri del gruppo durante gli anni ottanta, primo fra tutti il progetto Power Station. Nel 2002-2003 partecipò alla produzione di Astronaut, il nuovo album dei cinque membri originali della band che erano legati da un contratto discografico con la Epic. Nel 2015, dopo più di 30 anni dalla prima produzione, si rinnova la collaborazione per l'album Paper Gods.




Tornando al 1986 Rodgers produsse l'album Inside Story, per la eclettica ed eccentrica Grace Jones per la Manhattan records.

Nel 1996 a Rodgers fu fatto omaggio, dalla rivista Billboard Magazine, del titolo di Primo produttore nel mondo. In quell'anno si è esibito con Bernard Edwards, Sister Sledge, Steve Winwood, Simon Le Bon e Slash in una serie di concerti commemorativi in Giappone che mettevano in scena una retrospettiva della sua carriera. Qualche tempo dopo,  il suo partner musicale e amico di lunga data, il bassista Bernard Edwards morì di polmonite, evento che scosse e segnò  profondamente Nile Rodgers, costringendolo a un lungo periodo di riflessione e inattività. Il 23 marzo 2013 viene ufficialmente annunciato il nuovo album dei Daft Punk, intitolato Random Access Memories.  L'album è stato preceduto dal singolo Get Lucky, uscito il 19 aprile, con la collaborazione di Pharrell Williams alla voce e Nile Rodgers alla chitarra.


Nel 2015 appare anche nel brano e nel video di Gina Heisser " Habibi love" scritto e prodotto per lei, dove è riconoscibilissimo il suo "sound" alla chitarra.





Nell’ agosto del 2016 invece collabora con Christina Aguilera al singolo Telepathy. Concludo l’articolo con due curiosità; la prima è quella che durante l'estate del 2017  Nile Rodgers suona la chitarra per Max Pezzali nel singolo Le canzoni alla Radio, estratto dalla raccolta omonima. La seconda è che Rodgers indirettamente ha contribuito alla rapida diffusione dell’ hip hop, in quanto una interpolazione del ritornello di Good Times, da lui composta con gli Chic, ha largamente contribuito al successo del brano Rapper's Delight dei The Sugarhill Gang.

domenica 7 ottobre 2018

Pino Daniele - 1979





Nonostante il continuo  ricercare percorsi sempre nuovi, la “recente” produzione musicale partenopea ha ulteriormente arricchito il già cospicuo patrimonio napoletano, con opere di grande pregio. Questi tentativi di rinnovamento costituiscono un operazione coraggiosa e affascinante ma notevolmente rischiosa, specie quando si tenta di “ammodernare” una pesantissima eredità composta da immortali pietre miliari, celebri in tutto il mondo. Tuttavia, nel caso della musica napoletana, un vero e proprio distacco non c’è mai stato, piuttosto una continua rilettura del patrimonio musicale, che spesso è frutto della commistione delle più disparate culture e generi musicali, sapientemente attualizzati al momento storico che si vive. A Napoli, negli anni a cavallo tra i ’70 e gli ’80 si sviluppò un movimento artistico denominato Neapolitan Power , ad opera di artisti del calibro di Enzo Avitabile, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, e soprattutto James Senese con Napoli Centrale e Pino Daniele; non una rottura col passato, ma una ardita fusione tra la classica, malinconica, melodica tradizione napoletana e il rock-blues-jazz-soul anglo americano, sospinta dal desiderio di rinnovamento culturale e sociale, onda che si estese anche al cinema e al teatro.
In particolare, la produzione di quegli anni di Pino Daniele raggiunse vette inimmaginabili, frutto di una creatività e di un fermento che ha avuto pochi esempi in tutto il mondo. Il cantautore era reduce dal suo primo lavoro in studio, l’album Terra mia, caratterizzato dal tentativo di creare un tipo di canzone che racchiudesse in sé tradizione popolare napoletana, blues, reminiscenze jazz, rock. Il risultato fu un album che dimostrava come l’esperimento di amalgamare generi così “distanti” fosse risultato positivo, dando un frutto musicale eterogeneo, suggestivo e di grande impatto.
In “Terra mia” l’autore si muoveva, attraverso un sound spesso accattivante e provocatorio, ma anche fortemente intimista, fra i drammi della sua città, osservandoli, scrutandoli, arrabbiandosi, incarnando i disagi degli “scugnizzi” moderni. Il disco è la sintesi di un sound “troppo napoletano”, con forti influenze folk, dallo stile ruvido, grezzo; nonostante tutto, in quest’album è contenuta la gemma più preziosa della carriera di Pino Daniele, una struggente dedica d’amore verso la propria città e uno dei brani più intensi di tutta la produzione italiana del dopoguerra, ossia Napule è. Ma se nel primo album ci sono tutti i connotati della sperimentazione, di un inconsapevole salto nel buio, nella seconda produzione il cantautore è già ad una svolta: abbandonata la ritmica popolare e folkloristica, c’è una virata verso stili più universali, come il blues o il samba. Brani come “Ue Man” e “Chillo è nu buono guaglione” sono la dimostrazione della metamorfosi, una delle tante che caratterizzerà l’intera carriera di Pino Daniele. Chi afferma che i primi album del cantautore sono tra i migliori mai prodotti, non si sbaglia. Con LP Pino Daniele, del 1979, si sono raggiunti livelli qualitativi difficilmente eguagliabili. Pino gioca molto sulle coordinate tra la Napoli nuova e quella vecchia, sui vicoli, sulle superstizioni e sulle tradizioni. Le canzoni cantate in dialetto napoletano rimangono ferme alle origini dando veramente poco posto all’italiano, mentre la musica si fa più corposa e influenzata sempre più dal blues e dalla musica latina. In studio il disco prende vita in modo quasi naturale, e nell’ispirazione di Pino Daniele la lava del Vesuvio comincia a farsi bagnare con maggior decisione dalle acque del Mississippi. 
I testi si spostano invece dai problemi di Napoli a tematiche più esistenziali e intimiste, tutti intrisi di forte calore umano che non riesce a negare l’origine mediterranea del musicista. Il fil rouge che lega le tematiche dell’intero album è una sottile vena  malinconica che contraddistingue i personaggi delle canzoni, vittime di un infame destino, difficile da cambiare, una raffinata poetica di verghiana memoria.  Di fianco a questi, però, si aprono degli sprazzi di sereno, una gioia di vivere improvvisa, con lo spettacolare sfondo dei vicoli, delle piazze, del mare e del Vulcano. 

In "Chi tene 'O mare" c'è tutto il tormento di una città e di chi vive il mare da vicino: apparentemente come risorsa, ma in fondo......                                                          ....Chi tene 'o mare 'o ssaje

porta na croce.
Chi tene 'o mare
cammina c'a vocca salata
chi tene 'o mare
'o sape ca è fesso e cuntento.
Chi tene 'o mare 'o ssaje
nun tene niente...


Chillo E' Nu Buono Guaglione è un vivace samba che parla di omosessualità. Il tormento interiore di un “femminiello”, in cerca della propria identità e di una vita normale: quando parlare di certe tematiche era ancora tabù! E’ inutile confermare che musicalmente è un brano che risente dello straordinario talento della band di Pino Daniele.
Donna Cuncetta parlate, donna Cuncetta dicite....... dint'a stu tuppo niro
ci stanno tutt'e paure 'e nu popolo ca cammina sotta 'o muro
.....Donna Concetta simbolicamente identificativa di un popolo, che cerca dignitosamente il proprio riscatto e la propria autodeterminazione.
Viento è una ballata acustica straordinaria, la più evocativa, pittorica e teatrale dell’intero album, dalla forte connotazione partenopea.
Ue man è la sintesi perfetta di tutta la musicalità di Pino Daniele, una inedita commistione tra inglese e napoletano suonata con un blues molto americano.
Putesse essere allero è lo sprazzo di sole che spunta dalle nuvole, una felice rassegna di tanti bei momenti che rendono la giornata (e la vita) degne di essere vissute.            
Je so pazzo, il 45 giri che fece da tràino all’intero album, è il più politicamente scorretto. Sostenuto da un linguaggio crudo, qui si parla ancora di rivincita, di ribellione, dell’ineluttabilità del destino, la “nobiltà” della sconfitta.
Concludiamo la sintetica rassegna dei brani dell’album con alcuni stralci del testo di
... E cerca 'e me capi', canzone che chiudeva il disco, in cui è presente un uso delle parole molto potente e incisivo:
E torno a casa stanco muorto e nun
voglio fà ' niente
sto cull'uocchie apierte e sento 'e
sunà.
E pruove a vedè cu dint’a ll'uocchie
'o sole
e cò cazone rutto a parlà 'e
Rivoluzione
e cride ancora, cride ancora
e pruove a vedè chi t'ha attaccato 'e
'mmane
e nun te pu’ girà pecchè te fanno male
e cride ancora, cride ancora...!



martedì 11 settembre 2018

NON STOP: quando la televisione italiana trasmetteva il futuro!



Non stop - Ballata senza manovratore è stato un programma televisivo trasmesso su Rai 1 tra il 1977 e il 1979. Esso nacque nel primo periodo successivo alla Riforma RAI, un momento particolare nel quale gli autori televisivi si occupavano quasi esclusivamente di sperimentazione innovativa, sia nel linguaggio che nel format. L'idea sostanziale, decisamente rivoluzionaria rispetto ai canoni tradizionali imposti dal varietà sino ad allora, fu istituire un programma che non prevedesse la figura del conduttore/presentatore, tradizionalmente una figura chiave e fondamentale per la riuscita di un programma televisivo, in quanto garantiva una certa continuità nella scaletta della trasmissione. Questa fu una soluzione ardita, molto rischiosa, in quanto si lasciava completamente la scena ad una sequenza ininterrotta e caotica di cabaret, musica e ballo, mantenendo comunque una certa continuità (da qui il sottotitolo apparentemente enigmatico ballata senza manovratore). Chi ebbe questa idea “folle” fu proprio un presentatore, il presentatore per antonomasia, ossia Pippo Baudo (questo fu il primo ed ultimo caso italiano di conflitto di interessi a rovescio!!!), che, pur mettendo momentaneamente in soffitta la propria professione, volle lanciare la ardimentosa proposta di realizzare un programma dedicato a nuovi talenti, e la suggerì al dirigente Rai Bruno Voglino. Questi incaricò in un primo momento dell'ideazione della trasmissione il grande autore Marcello Marchesi, ma la sua idea eccessivamente tradizionale non piacque. In un secondo momento l'incarico venne affidato a Giancarlo Magalli, che ne ideò la formula definitiva e, assieme al giornalista appassionato di cabaret Mario Pogliotti, valutò una serie di giovani esordienti, scoperti nei teatrini off sparsi per l'Italia, attingendo in modo uniforme da tutte le regioni. Per molti di loro fu l'inizio di una fortunatissima carriera. La regia venne affidata in un primo momento ad Antonio Moretti che, ad un mese dall'ingresso in studio, rinunciò e venne sostituito da Enzo Trapani, che inserì come coautore il paroliere Alberto Testa.
 L'unità del contenitore (e del messaggio) veniva quindi garantita dalle esibizioni comiche, collegate da balletti o canzoni, dalle scenografie, sgargianti ed aggressive sia dal punto di vista cromatico che cinetico (per sfruttare appieno, nel caso della seconda serie, il nuovo sistema a colori, appena introdotto nella televisione italiana) e da un ritmo incalzante, adeguato alle nuove abitudini del pubblico e dettate principalmente dall'introduzione del telecomando e della conseguente pratica dello zapping. E’ inutile sottolineare quanta importanza ha avuto NON STOP per il futuro della televisione italiana, sia pubblica che privata, che stava proprio in quegli anni decollando, e quanti programmi successivi è arrivato ad influenzare. In effetti questo tipo di format darà luogo ad una serie illimitata di imitazioni, prima fra tutte quella del successivo Drive In di Antonio Ricci, andato in onda sulla giovanissima Canale 5.
Durante la prima serie, per rafforzare il concetto di staffetta, viene introdotto un curioso e piccolo pupazzo simile, appunto, al testimone utilizzato nella corsa tradizionale. Tale oggetto viene passato di mano in mano agli artisti che si esibiscono in quel momento sullo schermo.
Oltre al formato (forse per la prima volta un varietà televisivo era progettato senza particolari riferimenti agli schemi tipici del teatro, ma anzi il ritmo e l'incedere erano pensati specificatamente per il media televisivo), il successo del programma fu dovuto anche alla presenza di un nutrito gruppo di giovani comici e cabarettisti in gran parte esordienti. Quando leggerete l’elenco dei nomi di tutti quelli che, grazie a NON STOP, hanno fatto il loro ingresso trionfale nell’empireo dorato dello spettacolo, non solo televisivo, ma anche cinematografico e musicale, ci si renderà conto dell’enorme importanza che ha avuto il programma e di quali autentici talenti un tempo passavano sullo schermo (e di come la televisione del 2000 sia inesorabilmente decaduta e impoverita, di contenuti e di eccellenti protagonisti)!!! Tra loro meritano di essere ricordati Marco Messeri, Carlo Verdone, il trio partenopeo della Smorfia (Massimo Troisi, Enzo De Caro e Lello Arena), il quartetto veronese de I Gatti di Vicolo Miracoli (Umberto Smaila, Jerry Calà, Franco Oppini e Nini Salerno), il trio fiorentino de I Giancattivi (Francesco Nuti, Athina Cenci e Alessandro Benvenuti), Zuzzurro e Gaspare. Doveroso ricordare anche l'attore Ernst Thole (scomparso pochi anni dopo la sua partecipazione al programma), che con intelligenza e ironia interpretava il ruolo di un omosessuale, tema che, nel 1977, era ben lontano da ogni remota concezione!!!
   In uno studio televisivo cromaticamente sgargiante, un gruppo di giocolieri veniva affrontato da una specie di sceriffo (il jazz singer Nicola Arigliano) che, con la ben nota formula “Non voglio noie nel mio locale!”, sparava colpi con la sua colt. Questo era l’incipit della sigla di Non Stop.  I titoli di testa scorrevano con la musica di El Pasador, al secolo Paolo Zavallone, e la sfilata di tutti i personaggi dello show. Di prassi i personaggi sfilavano in sequenza intervallati da qualche ospite, cantante o danzante. La formula piacque e fu riproposta a distanza di un anno per una seconda serie sempre di sei puntate dal 28 dicembre 1978 al 1° febbraio 1979. Nella prima serie del ’77, oltre ai personaggi già citati, si aggiunsero Enrico Beruschi, Ugo Fangareggi, Corrado Lojacono, Boris Makaresko, Yor Milano, Francesco Vairano. Gli intermezzi canori erano affidati a Asha Puthli, che era reduce dal successo estivo di The Devil is loose, mentre le coreografie vedevano protagoniste Les Chocolat’s, un gruppo franco-sudamericano molto in voga all’epoca. Lo snodatissimo mimo-ballerino Jack La Cayenne si esibiva nei suoi numeri surreali, tra cui quello famoso della sigla in cui si infilava una tazzina da caffè in bocca. Tra gli ospiti ci furono anche i Matia Bazar e un giovanissimo Pino Daniele.

 

 La compianta Stefania Rotolo curava la sigla di chiusura, come anche gli intermezzi coreografici, mentre la sigla d’apertura fu affidata alla voce della cantante inglese Nancy Nova, un clone della ben più nota Kate Bush, che nell’estate ’78 aveva spopolato con il brano Wuthering Heights.   Non Stop, anche qui grazie alla regia straordinaria di Enzo Trapani, fu il capostipite di trasmissioni che negli anni ’80 invasero la tv, prima tra tutte Drive In. La formula, considerata innovativa in quel periodo, si esaurì in seguito anche per la mancanza di nuovi talenti, ma oramai il suo “compito” la trasmissione l’aveva già svolto, e in maniera egregia,  se si pensa che tutto o quasi il cinema della commedia italiana anni Ottanta e Novanta deve il suo successo a attori e comici usciti da Non Stop: Massimo Troisi, Carlo Verdone, Francesco Nuti, Jerry Calà! Enzo Trapani pose una pietra miliare nella storia della televisione, ma non gli fu riconosciuto il pieno merito, sebbene tutti gli altri abbiano continuato a sfruttare le sue idee e intuizioni, valide ed attuali ancora oggi, a distanza di 40 anni.



















venerdì 10 agosto 2018

New Ort Band: eventi


Lo sapevi...
 ...che la sera del 5 gennaio del 2013, chi si trovò ad entrare nel teatro Cicolella di Orta Nova, certamente avrà creduto di essere stato catapultato nella Broadway degli anni 40, o a una serata di Glenn Miller, di George Gershwin o in un più moderno spettacolo di Kid Creole & Coconuts. L’atmosfera era identica, così come le luci e la meravigliosa musica, che prendeva vita direttamente dagli strumenti dell’intero corpo della New Ort Band e dalla regia del maestro Franco Ariemme. Così è iniziata la breve avventura di una serie di tre eventi, tenutosi al Cine Teatro Cicolella di Orta Nova, appuntamento che cadeva a margine delle festività natalizie. L’interessante esperimento culturale si è poi interrotto bruscamente, facendo perdere ad Orta Nova l’ennesima occasione per usufruire di un degno e piacevolissimo spettacolo musicale. Non è stato per niente semplice, in quest’epoca di omologazione del gusto e dell’estetica musicale, proporre una tipologia di intrattenimento come quella della New Yort Band, ma a giudicare dai consensi e dal numero degli spettatori che sono accorsi nelle tre edizioni, il pubblico ortese è più esigente di quanto non si creda.  La musica dell’orchestra è raffinata, magica, per palati fini e senza dubbio costituisce un momento di rottura degli schemi della solita musica dal vivo, che ultimamente ci è stata proposta. Inoltre, nelle poche edizioni a cui abbiamo assistito, si è notata una visibile crescita della qualità dello show, man mano che gli anni trascorrevano. Ad impreziosire le serate poi, ci hanno pensato anche ospiti canori e non, alcuni di fama nazionale, primo fra tutti quel Toni Santagata che in tempi non sospetti fu il precursore della diffusione della musica folk pugliese, oggi tanto di moda. Oltre al folk singer foggiano, il palco ha visto come protagonisti delle eccellenti voci, fra le quali quella della vocalist ufficiale della big band, Lucia Tanzi. Concludendo, quello che era diventato un atteso e piacevole appuntamento che ogni anno veniva a concludere in bellezza il Natale ortese, ancora una volta si è trasformato prima di tutto in un caro e nostalgico ricordo, ma anche in una occasione per stare a manifestare, per l’ennesima volta, tutto il disappunto per la scarsità di eventi culturali e di intrattenimento per la nostra città, frutto della disattenzione politica e di un appiattimento sociale e culturale che negli ultimi anni sta inesorabilmente investendo la città di Orta Nova.



domenica 29 luglio 2018

CANZONI PER IL “CHE”




Il 14 giugno scorso avrebbe compiuto 90 anni. Una delle icone per eccellenza di tutto il 900, simbolo e sinonimo di rivoluzione, del sacrificio nel nome di una causa: il “Che”, Ernesto Guevara. Molto è stato scritto, documentato, trasmesso in televisione e sul grande schermo del cinema mondiale, ma anche molto è stato cantato, messo in musica e poesia. La notizia curiosa è che, dopo il mondo ispanico, l’Italia è la nazione che ha maggiormente omaggiato con i suoi versi questa figura indimenticabile per gli eterni ideali di giustizia e uguaglianza. Vi stupirete della varietà dei generi.
Francesco Guccini - ‘Canzone per il Che’ / ‘Stagioni’
Due omaggi da parte del “maestrone” modenese. In Canzone per il Che del 2004 vince il senso dell’uomo fiero che guarda con dignità in faccia i propri esecutori: rivoluzionario cubano, rivoluzionario d’America, il Che di Francesco Guccini è un uomo che va incontro alla morte con dignità e consapevolezza. "Signor Colonnello, sono Ernesto, il “Che” Guevara. Mi spari, tanto sarò utile da morto come da vivo"
In Stagioni (2000) prevaleva invece lo sconforto generazionale, l’illusione di cambiare il mondo, finita nella consapevolezza di non essere stati all’altezza dei proprio modelli, dei miti di gioventù. Pur confidando in una sua futura, inaspettata “reincarnazione” rivoluzionaria. Lo stile inconfondibile di Guccini, tra cantautorato italiano e folk americano, è la cornice che identifica e suggella questi due splendidi brani.
GUCCINI - canzone per il Che

GUCCINI - stagioni
Skiantos – ‘Canzone per Che Guevara’

Qui si “grida” l’aspetto più umano di Guevara, nel rimpianto dell’amico perduto, a tu per tu e senza filtri, come quando da ragazzi ci confidavamo coi poster appesi al muro della nostra stanza. Realizzato con la collaborazione dei fratelli Severini, ovvero i Gang, e pubblicato nel 1999, gli Skiantos tirano fuori questo grintoso pezzo dallo stile moderno, post punk, e nel finale non manca il rimpianto: “Ernesto Guevara, detto il Che, avrei volentieri bevuto con te!"
Pino Daniele - ‘Isola Grande’
La nostalgia doppia per Pino Daniele, che è sia ricordo dell’eroe scomparso, sia memoria personale di un concerto tenuto a L’Avana nel 1983, al Varadero Festival (in compagnia, tra gli altri, di Nanà Vasconcelos) spinge Pino Daniele a scrivere, 21 anni dopo, questa canzone struggente e malinconica. Un nostalgico di sinistra che invoca il ritorno di “un comandante (…) che parla di rivoluzione”. Inconfondibile la chitarra “latina” di Pino Daniele, in un brano suonato magistralmente, solo come il grande cantautore partenopeo ci ha abituato ad ascoltare.

Roberto Vecchioni - ‘Celia de la Cerna’

Intimità anche nel pezzo di Vecchioni, che si pone – tipico di lui – nei panni della donna: della figlia, dell’amante o come in questo caso della madre. E allora è la mamma di Ernesto che canta, è mamma Celia che lo vede partire sulla sua moto, già sapendo che sarà per sempre. Celia De La Cerna è il nome di mamma Guevara. Eccola, nel pezzo scritto da Roberto Vecchioni, datato 1997, interloquire con quel figlio un po’ speciale e ricordare la Poderosa, o meglio la vecchia Norton 500 con la quale il Che intraprese il suo viaggio per le strade del Sud America. Citato anche il primo soprannome di suo figlio, quel “Fuser” con il quale era conosciuto nelle sue squadra di rugby, il Sic e l’Altalaye. L’introduzione del brano è uno spezzone di una vecchia ed emozionante registrazione della voce originale del “Che”, dall’ impatto molto potente per l’ascoltatore, seguita dalla musicalità personalissima del professore e dalla sua timbrica vocale carica di tensione emotiva.
Angelo Branduardi - ‘1° aprile 1965’

Si tratta di uno stralcio in musica dell’ultima lettera scritta da Guevara ai propri genitori, il lamento di un figlio che anela alla libertà ma si sente costretto nelle corde troppo istituzionali dell’esperienza politica cubana. Angelo Branduardi trasforma in musica e canto i sentimenti più intimi e i conflitti interiori dell’eroe argentino. Un pezzo toccante, molto sentito, ben calibrato tra le parole del Che, ormai stanco dell’esperienza al governo dell’Avana e pronto a imbarcarsi verso nuove avventure, nel puro stile Branduardi, soffuso, dolce, ma molto efficace. Brano pubblicato nel 1988. 
Daniele Silvestri - ‘Cohiba’
Uno dei cantautori fondamentali degli anni ’90 nella sua fase più ribelle, quell’ “uomo col megafono” che denunciava la libertà e i diritti di un popolo diverso nel panorama mondiale che sfrecciava verso la globalizzazione a tutti i costi. Cohiba è la marca di un sigaro cubano e anche il titolo di una delle canzoni più popolari del repertorio di Daniele Silvestri, uscita nel 1996. Un inno al Che senza se e senza ma e all’intera isola di Cuba che, nonostante tutto, resiste agli embarghi e all’aggressività dei vicini di casa yankee. I tempi musicali del brano sono trascinanti, un possente rock, condito sapientemente da reminiscenze di salsa cubana.

Gabriella Ferri - ‘Addio Che’

Una b-side firmata Pier Francesco Pingitore, ode che oltre alla passione vocale della Ferri ha dalla sua il merito del tempo. Si tratta infatti di un omaggio pubblicato proprio nel tragico 1967, anno in cui scomparve l’eroe argentino. Uno strano 45 giri, con un lato A occupato da “Il mercenario di Lucera”, interpretato da Pino Caruso e preso a prestito dai giovani di destra, mentre sull’altra facciata compare un’ode a Che Guevara, cantata alla sua maniera, da Gabriella Ferri. Ancora più curioso è che i testi delle due canzoni portino la stessa firma, quella di Pier Francesco Pingitore. Sì, quello del Bagaglino. Una struggente ballata eseguita magistralmente dalla malinconica e “romanissima” voce di Gabriella Ferri.
......Addio Ché
sei morto nella valle
e non vedrai morire
la tua rivoluzione......
.....Addio Ché
come volevi tu
sei morto un giorno solo
e non poco per volta......
Sergio Endrigo - ‘Anch’io ti ricorderò’

È il personalissimo saluto che il delicato cantautore di Pola dà al “Che”, soffermandosi sul suo ultimo giorno di vita, crepuscolare nella consapevolezza della sconfitta ma luminoso perché destinato alla memoria eterna del suo popolo. Anch’io ti ricorderò” è un mesto addio al Comandante Guevara, la descrizione del suo ultimo giorno di vita. Sergio Endrigo, sue le firme di testo e musica, immagina un eroe ormai sconfitto e immerso tra i ricordi di Cuba, mentre la sua gente continua a vivere sotto il sole giurando di non dimenticarlo mai. E’ una canzone del 1968, incisa sul lato B di un 45 giri. , "La colomba". Lo stile è quello tipico di Endrigo, diviso tra cantautorato italiano e chansonnier francesi.


Modena City Ramblers ‘Transamerika’
Quello di “Transamerika”, brano del 1997, è l’Ernesto che parte in moto in compagnia di Alberto Granado per girare in lungo e in largo l’America del Sud. Più che un viaggio un’iniziazione, la definitiva presa di coscienza di uno sfruttamento sistematico delle popolazioni indigene e delle loro risorse. Le parole introduttive sono di Luis Sepulveda, poi i Modena City Ramblers chiudono il cerchio con la loro consueta gioia. 

Ivan Cattaneo ‘Cha cha Che Guevara’
 Tratto da “Urlo”, l’album di maggior successo della prima parte di carriera di Ivan Cattaneo, pubblicato nel 1980, “Cha cha Che Guevara” è un pezzo per certi versi irriverente, che naviga tra il glam e il punk di marca milanese, mescolando Fidel Castro, il mambo, i Barbudos e il tabacco. Tutto questo, quando in Italia era frequente una certa sperimentazione, specie negli ambienti underground, molto tempo prima della grande omologazione! 

Bandabardò ‘Tre passi avanti’

“Ognuno ha i suoi santi, le sue bandiere di libertà, io seguo Che Guevara”. In poco più di tre minuti, in questo brano del 2004,una dichiarazione di intenti, un no alla guerra, un sì deciso alla fratellanza, alla mescolanza, al lato nascosto dell’America. Il rock folk di una straordinaria band  fuori da qualsiasi legge di mercato e di tecniche di marketing. 

Milva ‘Lungo la strada’
Brano del 1976, che conferma l’impegno politico della grande interprete italiana. Dalla connotazione teatrale, quale Milva ci ha abituato da sempre, si avverte tutta l’intensità e la drammaticità della voce calda della cantante, con un cantato e una scrittura che richiama molto e anticipa le sonorità di Battiato e di Alice.
Loredana Bertè ‘Il comandante Che’
“Bandiera e il cuore cucito addosso
Per dire che ci sei.
Quel basco nero nel sole rosso
Che non tramonta mai”.
I testi accorati di Loredana Bertè accompagnano questo pezzo del 1993. La pasionaria del rock italiano, anticonvenzionale, dissacrante, si misura con un testo e una “dedica” molto impegnativi: un inno alla figura del Che, un rock fresco e dinamico, cantato e suonato alla sua maniera, anche se non è tra le canzoni più conosciute dell’artista calabrese.


Non potevamo però terminare le note ispirate alla musica dalla figura del “Che” senza citare ‘Hasta Siempre’ di Carlos Puebla, portato alle masse nel 1996 dai Buena Vista Social Club e – per restare nello stivale – reinterpretato con grande calore dai Nomadi nel 1997. 
Concludo degnamente questo articolo, con i meravigliosi versi di Francesco Guccini, tratti dal brano “Stagioni”:
“.......Si offuscarono i libri, si rabbuiò la stanza,
perché con lui era morta una nostra speranza:
erano gli anni fatati di miti cantati e di contestazioni,
erano i giorni passati a discutere e a tessere le belle illusioni...”