giovedì 17 ottobre 2013

I 5 Reali Siti

PROVE TECNICHE DI SOCIALISMO
 Prima dell’avvento della dinastia dei Borbone, nell’Italia del Sud la situazione economica e sociale non era particolarmente florida, essendo stato tutto l’insieme delle regioni meridionali sotto varie dominazioni straniere e considerato possedimento da sfruttare. In effetti, dopo aver costituito parte rilevante, prima della Magna Grecia e poi dell’Impero di Roma, il Mezzogiorno intero, pur mantenendo la compattezza territoriale (a differenza del resto della penisola, non fu mai diviso in piccoli staterelli, ducati e comuni vari), per diversi secoli fu ridotto a condizione di colonia, quasi una terra di nessuno (fatta eccezione per brevi parentesi, quali l'età federiciana), fino all’insediamento della casata Borbone, sovrani essi stessi stranieri, ma col tempo ben integrati e divenuti “napolitani”, che ne decretarono l’autonomia politica e amministrativa. Il tentativo della monarchia borbonica, insediatasi nel 1734 con Carlo (1716-1788) al governo del regno di Napoli, di contrastare l’arretratezza feudale del paese e l’accentramento della proprietà feudale in Napoli, si concretizzò con l’introduzione di riforme economiche e sociali ispirate alle idee illuministiche, che si proponevano di conseguire: "... la modernizzazione della macchina statale ed il potenziamento delle istituzioni laiche; lo sviluppo economico; la realizzazione di una società più equa e più stabile! " Se e in quale misura questi obiettivi fossero conseguiti è argomento di dibattito a tutt’oggi. E’ tuttavia innegabile, che pur in maniera contraddittoria, i governi di Carlo e Ferdinando IV di Borbone apportarono originali e importanti trasformazioni in Italia meridionale. Innovazioni furono introdotte in campo economico, giuridico, commerciale, militare; si incrementarono le opere pubbliche, si incoraggiarono le arti e le scoperte di “antichità”; si cercò di limitare lo strapotere dei baroni e l’incremento della proprietà ecclesiastica.

Per rimuovere la struttura feudale del territorio era ben chiaro agli intellettuali e agli aristocratici illuminati dell’epoca il ruolo che l’agricoltura avrebbe dovuto svolgere per la rigenerazione del tessuto sociale. A questo proposito ricordiamo l’opera di Domenico Grimaldi, illuminista impegnato, allievo del Genovesi, figura autorevole dell’illuminismo economico e tecnico. Nella sua opera Piano di riforma per la pubblica economia nelle province del regno di Napoli e per l’agricoltura delle Due Sicilie ( Napoli 1780) affermava, in base all’esperienza della sua fattoria sperimentale a Seminara in Calabria,  ”... la necessità di nuove tecniche agricole, di un adeguato sistema di irrigazione,… di conquistare i campagnoli più intraprendenti alla causa della produzione...”. Studiando il “vivere civile” e la “felicità” dei cittadini elaborò un piano di ammodernamento agricolo per iniziare la rivoluzione dell’economia “campestre”, introducendo le pratiche “rustiche” che erano già solida e concreta realtà in altre nazioni. Consentendo all’agricoltura di applicare nuovi metodi e conseguire miglioramenti tecnici, si compiva un’opera illuminata d’istruzione e di rigenerazione del tessuto sociale, a cominciare dalla base, ossia dall’attività primaria per eccellenza. D’altra parte lo stesso sovrano dava esempio di migliorare l’agricoltura nelle terre di sua proprietà o destinate a siti di delizia della Real Casa, facendovi praticare tutti i nuovi metodi di coltivazione ed introducendo le necessarie macchine. In questo enorme piano di riforme venne a maturare la creazione del distretto agricolo denominato dei 5 Reali Siti, in cui è inserita Orta Nova. Dopo la confisca dei beni della “Casa d’Orta” ai Padri Gesuiti, nel 1774, per volere del Marchese Bernardo Tanucci, Primo Ministro del Re, nacquero i “5 Reali Siti”; con essi sorgevano nuove speranze per coloro i quali si erano avventurati, popolando i nuovi centri di Orta, Ordona, Stornara, Stornarella e Carapelle, di poter godere dei privilegi concessi dal Sovrano affinché gli stessi progredissero sia dal punto di vista economico sia sociale.
A ciascuno furono assegnate 10 versure di terreno seminatoriale, 2 versure di mezzana per il pascolo dei buoi, la casa rurale, alcuni animali, gli attrezzi agricoli, le sementi per la coltivazione dei terreni e tutto il necessario per l'insediamento nei nuovi centri.
 Tale operazione fu chiamata censuazione e fu stabilito un canone annuo, detto estaglio o laudemio di 18 carlini a versura per le terre seminatoriali e di 5 carlini a versura per le mezzane; la concessione aveva una durata di 29 anni con la stipula di un contratto di enfiteusi rinnovabile.
In totale, per i cinque centri furono concessi terreni a 410 famiglie suddivise nel seguente modo: per Orta 105, per Ordona 93, per Stornara 83, per Stornarella 73 e per Carapelle 56.
Soprintendeva all’intera amministrazione la Reale Azienda di Educazione con sede a Napoli.

Ferdinando, pur non dichiarandosi “illuminato”, promosse numerose iniziative che oggi chiameremmo sociali: tra le tante, senza dubbio il suo grande e originale “capolavoro” fu l’istituzione dell’opificio di San Leucio, sulle colline intorno a Caserta.
Inizialmente era il luogo preferito dal sovrano per la caccia ma poi fu trasformato nel posto dove furono ideati e prodotti velluti e sete di grandissimo pregio. Era retto da uno statuto a impronta "socialista", dettato personalmente da Ferdinando, rifinito dai suoi giuristi, che fu magnificato in tutta Europa.
Ai lavoratori delle seterie era assegnata una casa all'interno della colonia, ed era, inoltre, prevista per i figli l'istruzione gratuita potendo beneficiare, difatti, della prima scuola dell'obbligo d'Italia che iniziava fin da 6 anni e che comprendeva le materie tradizionali quali la matematica, la letteratura, il catechismo, la geografia, l'economia domestica per le donne e gli esercizi ginnici per i maschi. I figli erano ammessi al lavoro a 15 anni, con turni regolari per tutti, ma con un orario ridotto rispetto al resto d'Europa! Le abitazioni furono progettate tenendo presente tutte le regole urbanistiche dell'epoca, per far sì che durassero nel tempo (abitate tuttora) e fin dall'inizio furono dotate di acqua corrente e servizi igienici.
La produttività era incentivata da un bonus in danaro che gli operai ricevevano in base al livello di perizia che avevano raggiunto (meritocrazia). La proprietà privata era tutelata, ma erano abolite le doti e i testamenti. La dote veniva concessa di diritto alla donna e i matrimoni avvenivano non per procura o “convenienza” (pratica molto in uso all’epoca), ma si dava ampio spazio e rispetto ai sentimenti dei giovani! I beni del marito deceduto passavano alla vedova e, a morte di questa, al “Monte degli orfani”, cioè la cassa comune gestita da un prelato, che serviva al mantenimento dei meno fortunati. Le questioni personali erano giudicate dall'Assise degli Anziani, scelti fra coloro che avevano raggiunto i massimi livelli di benemerenza, ed erano di nomina elettiva. Questi monitoravano anche la qualità igienica delle abitazioni e potevano deliberare sanzioni disciplinari nonché espulsioni dalla colonia.

  Ferdinando IV Re di Napoli (successivamente Ferdinando I  Re delle Due Sicilie) organizzava spesso battute di caccia e feste condivise con la stessa popolazione della colonia. Il sovrano firmò nel 1789 un'opera esemplare che conteneva i principi fondanti della nuova comunità di San Leucio. Tale codice, voluto dalla consorte Maria Carolina d'Asburgo-Lorena, fu redatto da Giuseppe Planelli, su ispirazione di Mario Pagano e di altri illuministi e fu pubblicato dalla Stamperia Reale del Regno di Napoli in 150 esemplari. Il testo, in cinque capitoli e ventidue paragrafi, rispecchia le aspirazioni del dispotismo illuminato dell'epoca ad interpretare gli ideali di uguaglianza sociale ed economica e pone grande attenzione al ruolo della donna. Diverse opportunità erano offerte anche agli invalidi del lavoro, che potevano rimanere in loco dopo l'infortunio; per questi fu progettato un ospizio apposito, la “Casa degli infermi”. Il codice di regolamento di San Leucio e l’organizzazione lavorativa e sociale della comunità sono stati oggetto di studio di varie università europee e americane, mentre la storiografia e gli atenei italiani hanno preferito dedicarsi a vicende "accademiche" più adeguate al pensiero comune dominante, più incline al luogo comune e alla retorica di cui è infarcita la recente storia d'Italia. 

martedì 8 ottobre 2013

Vico Lungo La Meta

LO STRANO CASO DELLA VIA SENZA NUMERI

La linea rossa traccia il percorso di  "VICO LUNGO LA META"


La parafrasi del titolo di un brano degli U2, “ Where the Street have no number , credo che calzi a pennello per descrivere un piccolo e semisconosciuto angolo della nostra città: vico Lungo la Meta. In effetti, questa stretta, lunga e curiosa via possiede molti elementi inusuali, che la rendono davvero singolare. Nel suo tratto finale, più periferico, ha l’aspetto di una strada “normale”, con quella funzione che una moderna via cittadina possiede; ma nella sua lenta prosecuzione verso il centro, vista dall'alto, assume tutte le caratteristiche di un vero e proprio solco, un“taglio” netto fra gli isolati, che con discrezione conduce verso altre vie più importanti e "blasonate" di lei, quasi che si metta al loro servizio, mentre il suo compito termina al suo sbocco finale, che, al pari di un piccolo torrente col suo minuscolo estuario, si riversa in Corso Aldo Moro. Suo malgrado, e senza saperlo, Vico Lungo la Meta è un'isola, troppo stretta per le auto, troppo dissestata e mal curata per i pedoni. Ma troppo comoda per chi, provenendo dalla periferia, dal quartiere “Leccese”, vuole raggiungere in breve tempo la chjazz  (la piazza), ossia il centro. Nella sua parte finale è pressoché priva di accessi di abitazioni, di conseguenza priva di numeri civici, ma col primato di essere stata la prima isola pedonale di Orta Nova! Ma è anche uno dei pochi angoli che offre il gusto della sorpresa, quasi dell’imprevisto, ed, essendo inibita al traffico motorizzato, pur nella sua brevità, offre anche il sapore del silenzio, un raro caso di quiete cittadina. Peccato per il suo stato di relativo abbandono e di precaria igiene. Vico Lungo la Meta è un colpo di lama inferto all’abitato, una ferita netta, ma indolore, un luogo anonimo, come momentaneamente anonimi diventano tutti coloro che la percorrono: l’urbanistica della nostra città l’ha condannata (o promossa!) a questo ruolo! C'è da dire però che questa minuscola arteria richiede a gran voce di essere eletta a dignità civile, meritevole di un serio restyling che le possa restituire la veste di luogo privilegiato. Non dimenticando la sua natura discreta e silenziosa, sarebbe esteticamente opportuna una adeguata pavimentazione (magari in pietra) e una tenue illuminazione e, perché no, una meritata riscoperta da parte dei “suoi” concittadini.