domenica 25 gennaio 2015

NEW YORT BAND

CONCERTO DELL’EPIFANIA 2015

Quella che nel 2013 doveva essere una semplice serata musicale come tante, dopo tre edizioni si sta trasformando in un atteso e piacevole appuntamento che ogni anno viene a concludere in bellezza il Natale ortese. La terza edizione del Concerto dell’Epifania, a cura della New Yort Band, come nelle attese, è stata una intensa  serata musicale, e non solo. L’ associazione New Yort Band sta elaborando, man mano che le edizioni si susseguono, un vero e proprio show che si arricchisce ogni anno di nuove idee e nuove proposte. La formula è vincente e sta aprendo prospettive davvero interessanti. Quest’anno, ad esempio, si è dato spazio al cabaret, con la presenza di Chicco Paglionico, comico di scuola napoletana, importante firma della premiata accademia di Zelig. L’aspetto musicale è stato come sempre entusiasmante, con un repertorio, come quello della big band ortese, sempre più ampio e assortito. Anche quest’anno è stata attuata la formula indovinata dello special guest : nel 2015 ospite della serata è stato il bluesman Richard Blues (Riccardo Mennuti), frontman dell’Harlem Blues Band, prestigioso ensemble  di marca ortese, che ha deliziato i presenti con una piccola selezione di brani  di raffinato blues e rhythm and blues. Così come entusiasmante è stato il repertorio della New Yort Band, seguita dalla calda voce soul della vocalist Lucia Tanzi e la sapiente direzione del Maestro Franco Ariemme. Due i momenti emozionanti della serata: la standing ovation in onore di Pino Daniele, con tutto il teatro in piedi, e la presenza sul palco del primo nucleo della giovanissima Banda Cittadina di Orta Nova. A quanto pare, dopo la New Yort Band, i sogni di Franco Ariemme sono ancora tanti e si stanno tutti avverando !
Per leggere altri articoli sulla New Yort Band selezionare di fianco, l'Archivio blog - 2013, Marzo e 2014, Gennaio.

lunedì 12 gennaio 2015

TRA STORIA E LEGGENDA




In un precedente post, dedicato al rock progressivo italiano, avevo accennato alla breve e insolita “immersione” avuta in questo movimento dalla formazione dei Pooh, a metà degli anni settanta, anche se è evidente che la band non è annoverabile tra le formazioni progressive italiane. Sta di fatto che quella breve stagione ha inciso molto più di quanto si pensi sulla loro produzione, in particolare nel periodo che va dal 1973 sino al 1980.  In questo settennio, infatti, essi non hanno disdegnato di inserire nei loro album brani con la tipica struttura progressive, nell’impostazione, negli arrangiamenti e nelle tematiche trattate, pur essendo distanti dalle sonorità rock. A questo punto ritorna utile rammentare la natura propria del prog, dai testi - caratterizzati da un certo spessore culturale, con frequenti riferimenti a figure e opere letterarie, mitologiche, immaginarie e storiche, la prosa molto curata, ricca di figure retoriche - alle composizioni musicali e agli arrangiamenti: i brani diventano quasi delle suite musicali, la cui durata si amplia notevolmente rispetto ai canonici quattro minuti delle produzioni pop. E’frequente avvertire influenze sinfoniche, temi musicali estesi, complesse orchestrazioni, articolati cambi di tempo.  Nel caso dei Pooh, la penna del compianto paroliere Valerio Negrini ha espresso ottimi livelli di invenzione letteraria, con testi mai banali, dalla scrittura delicata, discreta e potente allo stesso tempo, grazie alla quale andava a creare contesti emozionali ed evocativi, ripercorrendo nello stile e nel gergo il tema trattato in un determinato brano musicale, come se i personaggi oggetto del brano parlassero con la lingua del loro tempo!  Però c’è anche da sottolineare come certa critica musicale non ha mai reso piena giustizia ai meriti della produzione della band, liquidando in maniera superficiale come mero “prodotto commerciale” un’opera che invece merita di essere riscoperta, specie quella relativa agli anni settanta. In questo articolo andiamo a porre l’attenzione su specifici brani inseriti negli album dei Pooh (anche in contrasto con i produttori, che mal sopportavano quelle composizioni “poco orecchiabili”), con cui i quattro musicisti andavano a “chiudere” i loro 33 giri. I temi trattati sono molteplici e qui elencati.
PARSIFAL (1973)
Brano della durata di dieci minuti, che riprende le gesta del cavaliere Parsifal, tanto care al compositore tedesco Richard Wagner. Si tratta di  un popolare personaggio del ciclo arturiano, appartenente ai Cavalieri della Tavola rotonda, e, in particolare, il solo che riesce a vedere il Santo Graal. La leggenda racconta di un ragazzo nato e cresciuto nella foresta, che poi si reca alla corte di Re Artù e diventa uno dei Cavalieri della Tavola Rotonda. È ammesso alla vista del Santo Graal perché il suo cuore e la sua anima sono puri. Musicalmente si tratta di una suite dalle diverse ambientazioni, costruita da un’orchestra sinfonica che affianca la batteria, la chitarra elettrica e il basso, unici strumenti “moderni” a comparire. La natura del testo è di stile “cavalleresco”, così come si addice al tema trattato. Il brano, diviso in due parti, di cui la seconda interamente strumentale, dà il titolo all’intero album.
PRELUDIO / IL TEMPO, UNA DONNA, LA CITTA’(1975)
L’album è Un po’ del nostro tempo migliore, a detta di molti la punta più elevata dell’intera produzione musicale dei Pooh, e si apre con Preludio, una vera e propria overture classica, interamente strumentale.  Il LP si chiude con un’elegante suite, di notevole pregio, quale è Il tempo, una donna, la città, della durata di poco più di dieci minuti, dagli svariati temi musicali, una composizione articolata nei testi e nell’uso degli strumenti. La storia narrata è di colore fantasy, gotica, onirica, ricca di figure sfuggenti, ricordi del passato, luoghi incantati, visioni sfocate e sognanti. Musicalmente, si tratta di una composizione portentosa, complessa, in cui la potenza epica dell’orchestra e dei cori è prevalente. Anche qui, come in Parsifal, le parole sono molto evocative, magiche, quasi ermetiche, di impatto emotivo.
 UNO STRANIERO VENUTO DAL TEMPO / PADRE DEL FUOCO, PADRE DEL TUONO, PADRE DEL NULLA (1976)
I due brani in esame sono tratti dall’album Poohlover. Qui Valerio Negrini da ampio sfoggio della sua marcata fantasia, frutto di letture e ricerche approfondite. Il primo brano narra dell’incontro e del dialogo tra un viaggiatore di un altro mondo, arrivato sulla terra mille anni prima, che ricorda il suo mondo natale, a cui forse è sopravvissuto, stanco del suo vagabondare, e un umano, che, incredulo, tenta di scoprire tutto di lui. Un Blade Runner ante litteram ! Musicalmente c’è un cambio di rotta: non più orchestra sinfonica negli accompagnamenti, ma il solo uso di strumenti elettrici e tastiere, che vengono a creare  atmosfere suggestive, sognanti, vagamente psichedeliche. Il secondo brano racconta di vicende, fra storia e immaginazione, della notte dei tempi: il mondo delle civiltà antiche, trattato con vigore e fantasia, dai tratti epici ed immortali, come nella migliore tradizione progressive europea.
 LA LEGGENDA DI MAUTOA / IL RAGAZZO DEL CIELO (LINDBERGH) (1978)
Oramai le orchestre sinfoniche sono un ricordo del passato. I Pooh, pur trattando di temi storici e leggendari, si affidano agli strumenti elettrici da loro suonati, anche se lo stile rimane quello epico / sinfonico. La leggenda di Mautoa, stavolta con le parole di Stefano D'Orazio, racconta una storia di sapore mitico-leggendario: Mautoa è un aborigeno d'Australia la cui salvezza è legata al boomerang, l'arma portatrice di speranza che ritorna dal cacciatore anche quando egli non raccoglie il frutto dei suoi sforzi. L’esperienza di questo cacciatore solitario vive nell’illusione della fine della sua solitudine, materializzata nell’eco della sua stessa voce, che egli crede della donna da amare.  Il secondo brano è ispirato alla storica avventura di Charles Lindbergh, il temerario aviatore americano che effettuò in solitario la prima trasvolata dell’Atlantico sul suo monoplano, lo Spirit of Saint Louis, nel 1927. Nel brano protagonista è la luna, che fa compagnia all’aviatore durante tutto il viaggio, per evitare che questo si addormenti. L’album in questione è Boomerang.
 L’ULTIMA NOTTE DI CACCIA (POWHA L’ INDIANO) (1979)
Prima dell’incisione dell’album Viva, i quattro musicisti fecero un viaggio in Canada. Da quell’esperienza sicuramente è nata l’ispirazione per il brano L'ultima notte di caccia, che racconta la leggenda di un indiano d'America, che si batte contro la conquista delle terre da parte degli europei, e viene ucciso in seguito ad un agguato tesogli da una donna bianca, che gli mostra un certo interesse a sfondo sessuale, ma non fa che attirarlo in una trappola dove trova i suoi assassini. Musicalmente siamo oramai distanti dalle atmosfere classicheggianti del passato. Il genere è un pop molto dinamico, spumeggiante, anche se i testi di Valerio Negrini sono fedeli al suo stile, con l’uso appropriato del gergo a disegnare le atmosfere e le ambientazioni proprie dei nativi americani.
INCA (1980)
Con questo brano, inserito nell’ LP …Stop, i Pooh chiudono di fatto il ciclo dedicato alle tematiche storico / leggendarie, che ha caratterizzato le loro uscite da prima della metà degli anni settanta. La vicenda è la storia dell’ impero degli Incas, al momento dell’arrivo dei conquistadores spagnoli, guidati da Francisco Pizarro, che ne hanno sancito il tramonto e la sottomissione. Lo stile musicale è rockeggiante, aspro, con il prevalere delle chitarre di Dodi Battaglia, mentre i testi sono sempre inventati con grande maestria da Valerio Negrini, costruiti intorno al drammatico dialogo tra il soldato spagnolo e il guerriero inca.
                    
                     Il tempo, una donna, la città (1975)

martedì 6 gennaio 2015

PINO DANIELE

Laddove non ci riesce né la politica, né la società cosiddetta civile, arriva la musica, si, ma la musica di Pino Daniele. Il musicista è stato capace di amalgamare le diverse culture che hanno come comune denominatore il Mediterraneo, da quella araba, alla spagnola, a quella strettamente partenopea e meridionale in generale, spesso condita in salsa Nord e Sud Americana, e questo da quarant’anni! E pensare che oggi, in piena globalizzazione, ci sono ancora  rigurgiti di xenofobia, in cui a prevalere è la cultura dell’esclusione, avallati con opportunismo da alcune forze politiche. La musica di Pino Daniele è molto più avanti, complice la sua città natale, che, come dicevo in un precedente post, è stata sempre fautrice di accoglienza e contaminazione. Napoli ha avuto bisogno di Pino Daniele e l’artista ha avuto bisogno di Napoli, tant’è vero che, non appena se n’ è staccato, la sua vena creativa si è quasi completamente esaurita!
Ma fino a quando egli aveva il cordone ombelicale con la sua città, non ha fatto altro che aggiungere al già ricco patrimonio musicale partenopeo altre gemme, che sono dei classici al pari di quelli già celebrati in tutto il mondo. Il rapporto che Pino ha avuto con la sua città è stato indubbiamente di amore/odio, e forse per troppo amore ha sempre preferito starsene lontano, fino alla sua morte, comprese le sue spoglie, che non riposeranno all’ombra del Vesuvio, scelta discutibile, ma è una scelta. L’unico Re che non riposerà nel suo regno. Ma i sommi atti d’amore verso la sua città, che sono le sue canzoni, quelle si che resteranno napoletane, ma allo stesso tempo internazionali, i capolavori nati nei vicoli e pregni di salsedine, custoditi per sempre dalla sirena Partenope.
PER CHI VOLESSE APPROFONDIRE L’ARGOMENTO SULLA MUSICA DI NAPOLI, VEDERE DI FIANCO, ALL’ARCHIVIO E CLICCARE SUL 2013, MESE DI MAGGIO, oppure cliccare sul link qui sotto.
http://ortanovaculturacontemporanea.blogspot.it/2013/05/napule-e.html
SAREBBE STATO SCONTATO METTERE UNA BRANO DI PINO DANIELE COME OMAGGIO MUSICALE. HO PREFERITO UN PEZZO DI VALERIO JOVINE, DEDICATO ALLA CONTAMINAZIONE MUSICALE E ALLA CULTURA DELL’INTEGRAZIONE, TEMI TANTO CARI A PINO DANIELE.