lunedì 22 aprile 2013

L’ULTIMO SABATO DI APRILE



LA FEDE POPOLARE E DEMOCRATICA





Quel venerdì di fine aprile fu molto freddo e il conte d'Ariano, dopo una lunga e stremante battuta di caccia, probabilmente troppo preso dall’inseguire uno splendido cervo, colto dal buio trovò rifugio in un casolare, nel folto della foresta, nei pressi del fiume Cervaro, che conduce le fredde acque del Subappennino verso l’Adriatico, con la sua stretta confluenza a poca distanza da Sipontum. Intanto, mentre il sabato muoveva i primi passi, all'improvviso, durante la notte, una luce vivissima attraversò la selva. Il conte, attratto dal chiarore, giunse ai piedi di un grosso albero, dalla cui sommità una misteriosa Signora, avvolta in un’aura sfolgorante, gli indicava una statua poggiata fra i rami di una quercia. Casualmente, nello stesso tempo, passava su quello stesso sentiero un contadino che si recava al lavoro con i suoi buoi; l'uomo, alla vista della Signora, capì subito di essere in presenza della Vergine Santissima. Strazzacappa, così si chiamava il contadino, prese il paiolo che gli serviva per il magro pasto giornaliero, vi versò dal cornetto la razione d'olio d'oliva che avrebbe dovuto bastargli per tutto il mese, e, fatto un rozzo stoppino, l'accese in onore della Madonna. L'omaggio di Strazzacappa restò per sempre come il povero obolo della vedova, di evangelica memoria, simbolo e segno di una fede che tutto dona al Signore e che dal Signore tutto riceve. Era l’anno del Signore 1001!                                                              
     Di li a pochi mesi, il nobile conte di Ariano fece costruire una cappella, che nei secoli successivi divenne un celebre Santuario. Così prende vita una delle vicende più straordinarie riguardanti la fede cristiana. Le comitive di villani, di pastori e di pellegrini che passavano dal Tratturo Regio, diretti al grande santuario dell'Arcangelo Michele, su a Monte Sant'Angelo, ne fecero una meta gradita e privilegiata. La grande chiesa, così come la conosciamo oggi, è il frutto di un progetto del 1953, dell'ingegnere romano Luigi Vagnetti. Il complesso del Santuario esprime una felice sintesi fra elementi simbolici e strutture architettoniche tipiche del territorio, quali la capanna ed il trullo, si estende su 13 ettari e si compone di diversi edifici: il tempio sacro, con schema planimetrico a croce greca e a vano unico, l’ala riservata ai Padri, l’imponente campanile alto 57 metri, il museo, il teatro e la casa del Pellegrino, con 58 posti letto.
Il complesso, pur attraverso una modernità di linee e soluzioni, esprime mirabilmente l'humus culturale in cui questa storia millenaria è maturata. La grande area recintata, di cui il santuario è il centro, ispira il senso dell'arrivo, di un abbraccio, nella quiete piena di pace della casa di Dio. Ricorda anche gli stazzi, una volta numerosi nei territori dauni, disposti a corona attorno alle grandi masserie, in cui trovavano rifugio le greggi di pecore dei pastori abruzzesi. Fra i grandi santuari della Capitanata, quello dell’Incoronata esprime meglio di tutti l’attesa operosa e lungimirante della Chiesa di vedere tutti i suoi figli intorno a lei, felici negli “atri” del Signore. E' la rappresentazione visiva della maternità di Maria e della Chiesa, che tutti aspetta e tutti riceve, nel suo seno provvido e materno. L’altissimo campanile è, insieme, segno felice del trionfo della croce e preghiera che s’innalza solenne. Il santuario conserva gelosamente tutto un patrimonio di tradizioni legate al particolare culto della Madonna: la Vestizione, nella giornata del mercoledì che precede l’ultimo sabato di aprile, il sabato del prodigio;  la Cavalcata degli Angeli, che si svolge due giorni dopo, il venerdì. Oggi i pellegrinaggi si manifestano con maggiore sobrietà. Una volta, invece, la gente umile e meno umile, più che con le parole, amava parlare col Signore attraverso la plasticità del gesto e il linguaggio dei simboli. Quando i pellegrini arrivavano al ponte sul Cervaro o, per quelli che arrivavano da settentrione, alla confluenza del Tratturo con la ferrovia per Potenza, usavano togliersi i calzari e percorrere gli ultimi chilometri a piedi nudi. Era un gesto di umiltà fatto nel ricordo di Mosè, a cui, sul monte Oreb, il Signore comandò "togliti i sandali perché il suolo che calpesti è terra santa". I luoghi ove i pellegrini si toglievano i sandali venivano detti "scalzatori". Ora questa usanza, insieme ad altre pratiche penitenziali più o meno plateali, non c’è più. E’rimasto il triplice giro che ogni compagnia compie intorno al Santuario prima di entrarvi. E’ un ulteriore atto di omaggio alla Vergine Celeste, quasi un’anticamera, prima di chiedere umilmente il permesso di essere ammessi al cospetto della Regina del Cielo. Tra le usanze religiose sopravvissute è da ricordare anche la benedizione dell’olio che ogni pellegrino riceve: è la rievocazione dell’episodio dell’olio dell’umile Strazzacappa. 

Una importante caratteristica del pellegrinaggio al Santuario dell'Incoronata è stata sempre quella di aver permesso una serena espressione della devozione popolare dell'umile gente, specialmente di contadini e di pastori. Questo elemento conferiva un carattere "democratico" alla fede, ancora in parte esistente. In passato, a causa della lontananza dei paesi di provenienza, i pellegrini si fermavano due, tre o più giorni vicino al Santuario, accampati nel bosco.
La fede viva, assimilata ed appresa fin dai primi anni di vita, attraverso l'esempio e le parole dei genitori, spingeva ogni generazione a pellegrinaggi lunghi e non poche volte duri ed impegnativi: si impiegavano più giorni di cammino che teneva lontano dalle proprie case almeno per una settimana!
Ma era anche un tacito ed inconscio appuntamento che le popolazioni si davano ogni anno per deporre ai piedi della Madre comune le pene e le sofferenze della propria misera esistenza, trascorsa nel duro lavoro dei campi o nell'estenuante custodia delle greggi. Animati da un nuovo fervore ritornavano più sereni alle loro consuete occupazioni.
Altro aspetto caratteristico dei pellegrinaggi all'Incoronata è la spontaneità.
Non è il clero ad organizzarli o a guidarli, ma i fedeli stessi si fanno promotori ed animatori: più volte da uno stesso paese partono più pellegrini, per poi ritrovarsi ai piedi dell'Incoronata in fraterna e comune preghiera.
Ancora oggi si vedono giungere gruppi abbastanza numerosi, composti ed ordinati, che procedono devotamente, anche in assenza di esponenti del clero, guidati solo dalle anziane guide, che pregano e cantano all'unisono le laudi dialettali, altro importante patrimonio culturale, che in questo modo le tramandano alle nuove generazioni.
 L’ubicazione del Santuario è stata da sempre strategica: nei secoli scorsi era uno dei principali nodi della transumanza.
I pastori abruzzesi e molisani si incontravano ai piedi della Madonna, prima di ritornare alle proprie regioni montuose con l'arrivo della bella stagione.
Il Tavoliere aveva offerto alle greggi di pecore nutrimento per l'inverno ed essi, prima di riprendere la via di casa, si radunavano per ringraziare la Vergine Incoronata.
Le carte dei tratturi presenti nell'Archivio di Stato di Foggia documentano ampiamente la "centralità" del Santuario dell'Incoronata, crocevia dei tratturi del tavoliere pugliese e come esso fosse ben collegato con le diverse arterie che percorrevano la grande pianura. La cultura contadina meridionale, come in questo caso, si dimostra ricca e sorprendentemente articolata, patrimonio prezioso e inestimabile da conservare per gli anni a venire.

                                                                          
                    
       


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