venerdì 17 ottobre 2014

Il compito degli storici veri...


“….la storia è scritta dai vincitori…”. Quante volte abbiamo ascoltato e letto questo che sembra essere un ineludibile assioma, che inevitabilmente ci invita ad accettare la “verità” senza mai chiederci quanto obiettive e veritiere siano le informazioni sui piccoli e i grandi avvenimenti. Nel novecento, inoltre, il privilegio di raccontare le cronache della storia è diventato appannaggio non solo degli storici accademici, ma anche dei loro parenti più "poveri", ossia i giornalisti.  Riflettendo attentamente, viene da pensare che in fondo la storia non esiste, che è solo un' invenzione della mente umana: più che gli avvenimenti reali, conta quello che agli uomini conviene raccontare, spinti da mille ragioni e spesso facendo in modo che i fatti seguano un percorso di comodo, per gli interessi e gli equilibri di un determinato pensiero dominante. La disciplina della storia, invece, negli ultimi anni, si sta rivelando una materia in continuo divenire, grazie soprattutto a nuovi metodi di indagine, di ricerca, a ridotti condizionamenti, al web e alle ampliate capacità mentali di chi studia gli avvenimenti che, scevro da qualsivoglia riserva ideologica, cerca di capire in maniera più approfondita e logica il corso degli eventi del passato. Quelle che risultano verità oggettive acquisite da decenni, possono essere passibili di rilettura e, perché no, di revisione, anche se, a tal proposito, le resistenze che si incontrano sono tante, specie nel mondo accademico. Negli Stati Uniti d'America, ad esempio, c'è un tentativo di rivalutazione dei fatti storici che sta mettendo in dubbio la "bontà" di alcuni personaggi della giovane storia americana, primo fra tutti lo "scopritore" del continente, Cristoforo Colombo, che si sta riscoprendo, da nuove fonti acquisite, essere stato un violento persecutore delle popolazioni indigene caraibiche. Ricordiamo anche la vicenda dei nativi americani, quegli stessi pellerossa che il cinema americano del dopoguerra ci ha sempre rappresentato come ostili, violenti e inospitali,  ma che realmente sono stati oggetto di un vero e proprio genocidio, vittime inermi della violenta conquista europea del lontano West! In Spagna invece, è possibile ammirare in numerose piazze, pomposi  monumenti equestri dedicati ai due "eroi" iberici, Cortes e Pizarro, che le cronache dell'epoca invece dipingono come due criminali sanguinari e avidi predatori, che hanno contribuito letteralmente a cancellare importanti e secolari civiltà in Sud America, con uno spargimento di sangue che non riusciamo neanche ad immaginare, anche col beneplacito del clero, e con la conseguente riduzione a colonia di Stati che ancora oggi stanno pagando il prezzo della loro sciagurata storia!                                              

In Italia, il caso più “eclatante” si sta rivelando la storia che narra gli avvenimenti del risorgimento: alla luce di più attente ed approfondite ricerche, e a seguito di una clamorosa richiesta di alcuni consiglieri regionali pugliesi del Movimento 5 Stelle, di istituire una giornata della memoria per le vittime meridionali del risorgimento, si sono accesi i riflettori sulle vicende post unitarie relative al Mezzogiorno d'Italia. Lentamente si sta scoprendo una storia molto manipolata, disseminata di luoghi comuni, di omissioni e di inesattezze. Numerosi episodi risultano essere poco chiari, con evidenti incongruenze, dalle quali scaturiscono molte domande, alcune di una logica disarmante, ma che il più delle volte non ricevono risposta!  Non tutti sanno che negli anni immediatamente successivi all’unificazione della Penisola, allo scopo di formare un pensiero "nazionale", vennero dati alle stampe decine di ponderosi volumi e migliaia di documenti contenenti palesi imprecisioni, di maggiore o minore entità: alcuni ritocchi erano piuttosto superficiali, altri invece riguardavano l'occultamento sistematico di tutto ciò che aveva rappresentato il Regno delle Due Sicilie e chi, nel bene e nel male, lo ha governato fino al 1861. Il tutto ad opera degli storiografi ufficiali, il cui «posto di lavoro» dipendeva dalla protezione offerta loro dal governo sabaudo!


 Gli storici di regime, definiti da Antonio Gramsci «scrittori salariati», hanno soprattutto fatto a gara nel partorire, con atteggiamento manicheo, la teoria che la "ragione" era da una parte, con i Garibaldi, i Mazzini, i Cavour, i Vittorio Emanuele II ( tra l'altro un’accozzaglia indefinita di ideologie, divise fra monarchici, repubblicani, anarchici), mentre il "torto" era dalla parte dei vinti, degli sconfitti e i derelitti, quelli da civilizzare, in parole povere i meridionali. Infangare la memoria dei Borbone e di tutto il Regno fu, per i nuovi padroni savoiardi, una vera e propria necessità, poiché dovevano giustificare in ogni modo un'operazione militare e di conquista poco trasparente. Inoltre, c'era l'urgente necessità di costruire, con una dose massiccia di retorica, un pensiero patriottico che doveva servire a tenere incollati i vari pezzi di penisola. Pertanto, solo accuse molto gravi a carico dei precedenti governanti avrebbero potuto fornire, agli occhi dell'Europa e dei nuovi parlamentari del tempo, un buon alibi ( per attaccare l’Iraq ci fu una martellante campagna di (dis) informazione, da parte di prestigiose testate giornalistiche occidentali, che paventavano scenari apocalittici sull’arsenale militare iracheno, informazione rivelatasi senza fondamento, ma intanto l'Iraq fu invaso e Saddam Hussein era stato già impiccato!). Il risultato di questa distorta informazione è stato quello che, anche a distanza di un secolo e mezzo, primeggiano convinzioni allegramente metabolizzate, secondo le quali è del tutto "normale" che il meridione sia meno sviluppato del nord, e non parliamo solo di superiorità economica! Ad alimentare queste differenze, inoltre, contribuirono notevolmente anche le strampalate teorie fisiognomiche del Lombroso, sui tratti anatomici dei meridionali, che erano quelli tipici dei criminali!!! Alla luce di questo pensiero, non c’è da meravigliarsi se, ancora oggi, sono ancora vivi determinati atteggiamenti discriminatori, che in molti casi sfociano nel razzismo vero e proprio, verso le persone e tutto ciò che è meridionale. 
La storia del cosiddetto risorgimento, non è una vicenda storica come le altre, perché in più di 150 anni ha in gran parte determinato quelli che sono gli attuali equilibri, i modi di intendere e di percepirci tra noi “italiani”. Essa ha “formato” un pensiero, una mentalità, una classe politica che ha deciso e sta decidendo delle sorti dell’Italia. Ciò che oggi è necessario prevalga è, innanzitutto, l’onestà intellettuale. Si chiamino, quindi, le cose con i loro veri nomi: una strage è una strage, un assassino è un assassino, un ladro è un ladro. E, nell’assoluto rispetto della verità, l’attività di ricerca e di divulgazione storica deve avvalersi di inconfutabili testimonianze coeve e di inoppugnabili documenti d’archivio, che attestino in maniera inequivocabile la certezza e la veridicità degli accadimenti.
Non è accettabile che, ancora oggi, l’Italia viva profonde divisioni, o che esista una enorme differenza sociale ed economica tra nord e sud del paese, anche se, come è plausibile, questa può essere una situazione di comodo per la classe politica e burocratica, che si “serve” delle criticità che attanagliano il Sud per conservare la loro posizione di privilegio, proponendosi ad ogni tornata elettorale come i potenziali risolutori di tutti i problemi!
E, nel concludere, è utile rammentare agli storici e agli attenti lettori la severa ammonizione di Bertold Brecht: «Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente!».





la "brigantessa" Michelina De Cesare

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