50 ANNI DAL LEGGENDARIO RADUNO ROCK DI VILLA
PAMPHILI DI ROMA
Il compleanno di uno degli
eventi che ha segnato la storia musicale italiana non poteva passare
inosservato.Il grande
raduno musicale “Festival Pop
Rock” a Villa Doria Pamphili a Roma ha segnato una tappa
importante nella storia della musica italiana, la cui riscoperta ha però un
valore che oltrepassa l’ambito musicale, in quanto rivela uno spaccato sociale
e culturale dell’Italia di quegli anni. Celebrare quest’evento è un’occasione
per restituire alla comunità, e soprattutto ai giovani, un pezzetto di storia
recente. Numerosi gli eventi collaterali. Fotografie, documenti
e racconti inediti riempiranno, fino al 26 giugno, le sale della Biblioteca
Villino Corsini, all’interno del parco di Villa Doria Pamphili che ospitò il
concerto e i 100.000 spettatori che accorsero ad assistere al grande evento. Il più celebre raduno rock
della storia musicale, non solo italiana. Più di centomila giovani riempirono i
grandi spazi del parco romano, tra il 25 e il 27 maggio del 1972. Non mancarono
i grandi nomi del prog italiano, come il Banco del Mutuo Soccorso, gli Osanna,
i Trip e i Garybaldi, Aum Kaivalya, Raccomandata Ricevuta di Ritorno, Osage
Tribe. Inoltre i più importanti gruppi della scena romana (Quella Vecchia
Locanda, Fholks, il Punto, RRR, Blue Morning, Cammello Buck, Semiramis, con
alla chitarra un giovanissimo Michele Zarrillo). Non da meno gli ospiti
stranieri, tra i quali i leggendari Van Deer Graf Generator, Hawkwind,
Hookfoot. Il tutto al prezzo politico di trecento lire, a parziale rimborso
delle spese di organizzazione. Simbolo dell’evento, il pacifista carrarmato
floreale dei Trip, parcheggiato sul prato!
PER CHI DESIDERA APPROFONDIRE L'ARGOMENTO "ROCK PROGRESSIVE":
Ippolito Nievo è stato un letterato, poeta e patriota italiano, vissuto
nel diciannovesimo secolo e attivo partecipe degli eventi che hanno portato
all’unificazione degli stati italiani sotto un’unica bandiera. Nato nel 1831 a
Padova, da famiglia agiata, eavendo
vissuto la sua infanzia e la prima giovinezza fra Veneto e Friuli, negli anni
ha sviluppato una accesa insofferenza verso i dominatori austriaci, fattore che
l’ha avvicinato agli ambienti patriottici e rivoluzionari. Nel 1855 si laurea
in Legge all’università di Padova. Il padre, avvocato, vuole avviarlo alla carriera
forense, ma Ippolito sceglie di non esercitare la professione per non fare atto
di sottomissione al governo austriaco. Nel 2011 la Fazi editore ha pubblicato
un romanzo storico di Paolo Ruffilli dal titolo “L’isola e il sogno”,
interamente dedicato alla vita, breve ma avventurosa, di Ippolito Nievo,
l’autore del celebre “Le confessioni di un italiano”, opera che uscì postuma
nel 1867. Ad onore del vero, però, va detto che la vita di Nievo non fu per
niente romanzata ma ebbe risvolti piuttosto drammatici e nello stesso tempo inquietanti,
che gettano una luce cupa sulla fin troppo ridondante e stucchevolmente
retorica epopea risorgimentale.
Giovanissimo,
aveva partecipato attivamente ai moti del 1848, ma era stato l’incontro con
Giuseppe Garibaldi a condizionare la sua vita, tanto che nel 1859 si arruolò
nei Cacciatori delle Alpi, per poi indossare la camicia rossa e partecipare,
l’anno seguente, alla spedizione dei Mille. Dopo essere stato nominato vice
intendente della spedizione, il Nievo compilò un diario in cui annotava con precisione
certosina tutti gli accadimenti che si verificarono dal 5 al 28 maggio del
1860. In seguito fece ritorno a Torino, soddisfatto di aver dato il suo apporto
alla causa dell’unità nazionale. Gli viene conferito il grado di colonnello
dell’esercito piemontese.
Poco dopo la spedizione, intanto, Garibaldi venne messo da parte da
Vittorio Emanuele II, e la reggenza delle regioni meridionali affidata a
fedelissimi funzionari della corona sabauda. Da questo momento si iniziò a far
luce sulla gestione dei fondi dell’intera spedizione, fondi raccolti dalle
generose sottoscrizioni effettuate sia in Italia che all’estero (specialmente
dall’Inghilterra, dove la massoneria si diede un gran da fare!!!) e poi
cresciuti in maniera abnorme man mano che i liberatori “requisivano” le casse
del Banco di Sicilia prima e di Napoli dopo, ricche di depositi finanziari del
governo borbonico. La somma raggiunse la stratosferica cifra di 600 milioni di
lire (per rendere meglio l’idea, il corrispettivo attuale in euro è di circa
tre miliardi !!!!).
Garibaldi affidò l’amministrazione di tale ingente patrimonio ad Agostino
Bertani, medico milanese di fervente fede repubblicana, divenuto di fatti il
cassiere dei Mille. Nessuno ha mai fatto chiarezza sulla limpidezza della
gestione di Bertani, sta di fatto che il dottore meneghino, dopo breve tempo,
divenne esageratamente ricco, cosa che prima non era. A Torino pensarono bene
di affidare ad Ippolito Nievo il delicato incarico di tornare in Sicilia e
recuperare ogni sorta di documentazione sulla gestione finanziaria dell’impresa
dei mille, senza tener conto che la spedizione aveva comunque proseguito il suo
cammino, risalendo la Calabria fino a Napoli e che lungo il tragitto e nella
capitale borbonica fu requisito e prelevato tutto ciò che c’era da prendere (se
questo non si chiama furto, datemi una mano a trovargli un nome).
Nievo, nei sui resoconti, aveva annotato con precisione maniacale ogni
particolare: il numero degli arruolati, le paghe ad essi corrisposti, i costi
delle forniture militari e le spese di gestione. Spesso si era trovato in
disaccordo con i responsabili del nuovo governo dittatoriale, riscontrando una
enorme confusione e i conti che non quadravano affatto. Fra le diverse
operazioni sospette, l’acquisto di sessanta mila cappotti destinati ai
garibaldini, ma mai indossati: si scoprirà che gli stessi garibaldini li
rivendevano a basso prezzo, per intascarsi i soldi! Un numero spropositato e
ingiustificato di promozioni nell’esercito, in modo da far lievitare la paga
mensile per molti componenti la spedizione! Inoltre, nei vari reparti
dell’esercito si annotavano gli arrivi, ma non i trasferimenti e i congedi,
cosicché parte del contingente che formava il battaglione era di fatto
fittizio, ma il denaro che arrivava in base al numero dei soldati iscritti era
vero però !!!
Il Nievo soggiornò per qualche giorno a Napoli, in compagnia del suo
diretto superiore Giovanni Acerbi. Fu questi che gli indicò di recarsi a
Palermo, al fine di procurarsi la documentazione. Imbarcatosi il 15 febbraio
del 1861 sul vapore “Elettrico”,giunse a Palermo tre giorni dopo. Verso
la fine del mese, dopo aver raccolto una imponente documentazione cartacea, che
stivò in sei capienti casse, il letterato decise di far rientro a Napoli. In
una cassa in particolare, dalla quale Nievo non si separava mai, erano
contenuti molti soldi, ricevute, fatture, lettere e tutto quello che riguardava
l’ingente patrimonio garibaldino. Fra i tanti carteggi, c’erano le prove di un
finanziamento di dieci mila piastre turche (all’incirca 15 milioni di euro
attuali – la piastra turca all’epoca era la valuta con la quale avvenivano le
transazioni commerciali e finanziare nel Mediterraneo), il cui destinatario era
proprio il Garibaldi, bonifico arrivato da Londra a nome di misteriosi funzionari governativi. Per le cronache di politica europea dell’epoca, diciamo
che l’Inghilterra era favorevole al ridimensionamento del Papato e dei Borbone
del Regno delle Due Sicilie, oltre all’interesse famelico per l’enorme
ricchezza contenuta nelle banche del Regno.
Ma all’origine dell’ostilità antiborbonica della corona britannica c’era
un vecchio contenzioso sullo sfruttamento del prezioso zolfo siciliano, indispensabile
per la produzione di polvere da sparo. Inoltre, da poco era stato aperto il canale di Suez e i bastimenti inglesi, di ritorno dalle Indie, seguivano proprio la rotta mediterranea siciliana. Quindi i reali borbonici erano considerati
inaffidabili, in quanto più di una volta avevano tentato di mettere in
discussione il monopolio delle grandi compagnie inglesi nell’estrazione del
minerale ( ma i Borbone non facevano altro che praticare prezzi di mercato e al
miglior offerente !!!).
Tra le numerose prove cartacee presenti nel baule, si registrano anche
quelle da cui emergono generose ricompense per spie ed informatori segreti,
oltre a gravi responsabilità di Garibaldi e di alcuni banchieri palermitani
conniventi che avevano utilizzato fondi dei correntisti del Banco di Sicilia
per corrompere diversi generali dell’esercito borbonico, in particolare il Lanza,
che in cambio di una sostanziosa somma, ordinò a 25 mila soldati ben armati ed
equipaggiati di abbandonare Palermo e metterla in mano a 600 garibaldini della
peggior razza, sporchi, inesperti e male armati !!!
La documentazione raccolta da Ippolito Nievo era molto scottante e più di una persona aveva interesse a farla sparire. Negli
ambienti politici e giudiziari torinesi e nell’opinione pubblica piemontese,
oltre che nella libera informazione di metà ottocento, circolavano voci non
proprio edificanti, di gestioni sospette, di oscure operazioni e di avventurieri che, partiti senza un soldo dalle lande del nord per aggregarsi ai mille (gran
parte dei garibaldini imbarcati erano montanari bergamaschi, che non avevano
mai visto il mare prima di allora) erano ritornati a casa inspiegabilmente
arricchiti! Inoltre si faceva cenno a una nuova società per azioni, costituita da poco
(con quali capitali?!!) e appaltatrice dei lavori per la costruzione delle ferrovie in Sicilia, i cui maggiori azionisti, guarda caso, erano il medico Bertani e Domenico Menotti Garibaldi,
figlio primogenito di Giuseppe Garibaldi (non so se ridere o piangere) !!!
La mattina del 4 marzo 1861 Nievo si imbarcò sul vascello a vapore
“Ercole”, attraccato al molo dell’Arsenale del porto di Palermo. Sulla nave, al
comando del capitano Michele Mancino, vi erano 63 marinai, 12 passeggeri e 233
tonnellate di merci. Tra i passeggeri erano presenti alcuni ufficiali
garibaldini, che “scortavano” il letterato e le sue preziose casse. Nella notte
tra il 4 e il 5 marzo, giunti quasi in vista dell’isola di Capri, quindi molto
vicini allo sbarco, la nave improvvisamente si inabissò. Non ci fu alcun
superstite. Si trattò di una strana coincidenza, in quanto quella notte le
condizioni atmosferiche erano ottimali e il mare piuttosto calmo. Il piroscafo
non arrivò mai a Napoli e, cosa curiosa, non c’è mai stato ritrovamento di
vittime, fasciame o oggetti della nave. La notizia venne fatta giungere a
Torino solo dopo il 17 marzo 1861, data della proclamazione del nuovo regno
d’Italia. La magistratura piemontese non aprirà nessuna indagine: solo una
apatica quanto inutile inchiesta ministeriale stabilirà che la tragedia è stata
causata da un incendio dei motori del piroscafo. La versione, frutto della
volontà di chiudere in fretta il caso, convincerà ben poche persone, e
l’accaduto era destinato a rimanere in un lunghissimo oblio.
Il 5 marzo del 1961, esattamente un secolo dopo, il noto documentarista
Stanislao Nievo, pronipote di Ippolito, si mette all’opera per far luce sulla
morte dello zio. Setaccia archivi e biblioteche. Fruga nell’epistolario
dell’avo, ne ricostruisce la vita e gli ultimi giorni, chiede aiuto al famoso
esploratore e ingegnere svizzero Jacques Piccard, che gli mise a disposizione
il suo innovativo batiscafo, capace di esplorare gli abissi a notevole
profondità. Le ricerche durano otto anni e finalmente il relitto viene avvistato a
240 metri di profondità, nel tratto di mare compreso tra Punta Campanella e le
Bocche di Capri. Dalle analisi, specie quelle del vano motore, il documentarista parlò
senza mezzi termini di affondamento provocato da una esplosione, essendo stati rilevati degli ampi squarci alle caldaie. Ma chi ebbe
interesse a far saltare in aria il vascello ? A quale scopo ? Garibaldi, i suoi nemici di Torino, la corona sabauda o
gli inglesi?
Secondo alcuni storici, i servizi inglesi erano a conoscenza del viaggio
di Nievo e scortarono la nave in gran segreto, sapendo che conteneva molti
soldi. Altri parlavano di misteriosi agenti del Cavour entrati in azione su
quella nave. Non è dato saperlo. L’unica certezza è quella che i libri di
storia scolastici e celebri e affermati storici, anche contemporanei, non hanno
mai fatto cenno a questo che sembra l’ennesimo caso molto inquietante e oscuro
della storia d’Italia, probabilmente il primo.
In pochi sanno che su questa vicenda sono stati pubblicati diversi
volumi. Primo fra tutti, lo stesso pronipote del Nievo, Stanislao, che,
terminate le ricerche, diede alle stampe il volume “il prato in fondo al mare”,
del 1974 e vincitore del Premio Campiello nel 1975. Metà saggio storico e metà
diario immaginario, secondo il critico letterario Cesare Garboli si intravede
nel libro la rappresentazione di una sospetta strage di stato italiana, con la
quale si sarebbe aperta la storia dell’Italia unita. Quello delle stragi
misteriose e senza colpevoli sarà il leitmotiv
della storia italiana, fino ai giorni nostri!!!
Questa tesi viene ripresa da Umberto Eco, nel romanzo “il cimitero di
Praga”, del 2010. Il primo sporco affare di cui si occupa il suo protagonista,
il camaleontico e abilissimo falsario Simone Simonini, è proprio la
soppressione di Ippolito Nievo. Il patriota è in possesso di prove
compromettenti, che dimostrano come l’esercito borbonico sia stato sconfitto
grazie a una rete di complicità massoniche e di tradimenti di generali del
Regno delle Due Sicilie, corrotti dall’oro britannico e dai servizi segreti sabaudi.
Oltre a Eco, altri scrittori e studiosi si sono cimentati in quello che
l’antropologo Nino Buttitta, figlio del grande poeta siciliano Ignazio, ha
definito una sorta di caso Mattei ante litteram. Duilio Chiarle, Rino
Cammilleri, Lucio Zinna, Cesaremaria Glori, tutti propensi a sposare la tesi
del complotto, secondo cui l’eliminazione di Nievo era stata concepita a Torino
(per screditare la spedizione/farsa dei mille) o addirittura in ambienti
garibaldini (per occultare le malversazioni di cui si erano macchiati molti
esponenti dell’esercito e delle camicie rosse).
Sul caso Nievo è tornato lo scrittore Lorenzo Del Boca, che prende spunto
e rielabora il pensiero del suo capostipite, Carlo Alianello, la cui opera più
citata, La conquista del Sud, del 1972, è un duro atto di accusa contro la
politica di Cavour e dei Savoia, rei di una unificazione del paese artificiosa,
estranea agli interessi del Mezzogiorno e architettata in combutta col governo
britannico e le massonerie di mezza Europa. Nel suo lavoro appena ristampato
Del Boca descrive il Nievo come un pignolissimo e onesto piantagrane, che rese
impossibile la vita ai suoi vertici (Risorgimento disonorato – il lato oscuro
dell’unità d’Italia).
Per sfogare la sua amarezza, a Nievo restano soltanto le pagine dei suo
diario. E’ lì che egli annota diligentemente i piccoli e grandi ricatti subìti
nello svolgimento del suo delicato ufficio. D’altro canto, non gli sfuggiva che
il clima politico del paese stava cambiando. L’unificazione era ad un passo, e la
lotta per la supremazia nel nuovo parlamento acuiva le rivalità, i contrasti e
i reciproci sospetti tra lo schieramento liberale e quello democratico.
Dalla Sicilia, pochi giorni prima del suo imbarco per Napoli, il Nievo
scrisse una lettera a Cesare Cologna, un caro compagno di vacanze. Un paio di
foglietti, con la solita calligrafia minuta, leggermente inclinata verso destra: < …. mi conservo fanciullo.... Mi muovo per muovermi, respiro per respirare, morirò
per morire. E tutto sarà finito >. In effetti tutto finirà una settimana dopo, quando
salirà a bordo dell’Ercole.
Quel giorno l’autore delle Confessioni
d’un italiano era un giovane uomo di neanche trent’anni, “elegante,
distaccato, viso morbido, dal carattere imprevedibile, ora caldo ora gelido.
Freddo coi superiori, proteggeva i suoi subalterni come una gatta coi suoi
piccoli […]. Romantico
e razionale nell’azione, coraggioso, temeva due cose, le malattie e il mare”
(Stanislao Nievo). E il mare se lo sarebbe portato via, insieme a tanti oscuri segreti custoditi in quei bauli, ai primi vagiti della nuova Storia d'Italia, già condita di quegli ingredienti subdoli e inconfessabili che caratterizzeranno molte vicende successive.
Molti di noi non si meravigliano affatto del consolidato malcostume italiano, venuto
prepotentemente a galla e all’onore delle cronache negli ultimi trent’anni, fra
mala politica e malaffare, se i presupposti non proprio edificanti sono stati
questi: una nazione nata dalla corruzione, dal terrorismo di stato e da oscure
trame di potere.
Il repertorio della canzone italiana, fra le innumerevoli
tematiche che ha trattato nei suoi testi, è piuttosto ricco di riferimenti,
poetici e non, rivolti a svariate città della penisola, da nord a sud, ma, nel
variegato panorama, non mancano “pensieri” rivolti alle più celebri capitali
europee. Questa consuetudine, comune
soprattutto nella musica pop americana, affonda le proprie radici nel
patrimonio classico, in particolare nella culla della musica popolare italiana,
ossia Napoli. Ed è proprio la città di Partenope, insieme a Roma, Milano,
Genova, sin dalle origini della musica popolare di largo consenso, tra le
destinatarie privilegiate di intense ed eterne composizioni di musica leggera.
Nel vasto assortimento musicale è successo che una stessa città sia stata
“ricordata” da molteplici interpreti, i quali hanno evidenziato connotazioni
diverse, a seconda dell’autore, del genere musicale, del momento storico, degli
aspetti che si sono voluti tracciare, delle esperienze personali. Nella maggior
parte dei casi il nome della città viene menzionato nel testo, in altri si va a
porre l’attenzione su di una via, una piazza o un angolo preciso, in altri
ancora è sottinteso, intuibile, concepito fisicamente, oppure funge da
metafora, da “spirito-guida”. Probabilmente questo articolo non riuscirà a
comprende tutta la produzione musicale italiana dedicata alle città, per
questioni di spazio e di opportunità, ma spero di aver elencato almeno quelle
tra le più emblematiche.
In Italia
Abbiamo parlato di Napoli come
una delle città più omaggiate dagli artisti delle sette note, e, caso unico, le
liriche composte in suo onore sono state quasi sempre in lingua napoletana e
composte da napoletani. La tradizione, che è iniziata da oltre un secolo
e mezzo, ha seguito di pari passo i cambiamenti che ha avuto nel corso degli
anni la musica pop-olare: la Napoli delle cartoline, del profumo del mare,
della melodia, dei vicoli felicemente e armoniosamente affollati, dei panorami
unici ha lasciato dapprima il posto alla Napoli “americana” del boogie e della
ricostruzione, dei forestieri, dei personaggi pittoreschi di Renato Carosone e
poi, in anni più recenti, la cruda realtà giornaliera ha preso il sopravvento
con la rivoluzione afro-jazz-blues del Neapolitan Power, di Napoli Centrale e
soprattutto di Pino Daniele. La città del folklore lascia il posto alla quotidianità,
alle difficoltà, alle periferie, ai mali che attanagliano le metropoli, mali
che a Napoli assumono un dolore particolare. Però, proprio a questi anni
appartengono due dei più straordinari brani composti in onore della città: Napul’è, del 1977, vero e proprio inno,
un’autentica dichiarazione d’ amore di Pino Daniele e Voglia ‘e turnà, di Teresa De Sio, magica, trasversale, antica e moderna
allo stesso tempo, uscita nel 1982. Un decennio più tardi Claudio Mattone ha
una geniale intuizione con ‘A città ‘e
Pulecenella, in cui, alla bellezza struggente e alla luce intensa del cielo
e del mare, si contrappongono il grigiore e lo squallore di corruzione e
malaffare. Ma non meno suggestiva è la composizione strumentale di Daniele
Sepe, Sacicce e friariell, con le
atmosfere serali di una festa patronale di quartiere e la banda musicale come
sottofondo, che catturano l’interesse dell’attento ascoltatore.
Su Roma si è scritto e cantato
molto. La città eterna si predispone perfettamente alla poesia, specie se fatta
in musica, e i suoi figli (e non solo) non hanno tradito l’attesa. Alla poetica
di De Gregori, cruda, tagliente, cinica (nel brano Viaggi & Miraggi la definisce “…una cagna in mezzo ai
maiali…”), a volte poeticamente disincantata, si contrappone la maestosità dei
testi di Venditti, la Roma eterna, unica, la rilettura di quel Roma caput mundi di latina memoria. Emblema
di questo approccio poetico è Roma
Capoccia, eterno e rinnovato amore per la città. Renato Zero fruga nel
pieghe del quotidiano, i suoi personaggi e le sue situazioni borderline animano
il quotidiano della capitale, personaggi grotteschi, dimenticati, spesso
sconfitti. Franco Califano canta Roma come vissuto personale: i propri
incontri, le esperienze, sono la sua ispirazione per descrivere la Roma che lo
coccola e lo protegge, nonostante tutto. Ma con la Nevicata del ’56, la mente torna nostalgicamente indietro al dopoguerra,
quando la città, priva del traffico, degli spari, della polvere e degli affaristi,
ha dato il meglio di sé (….si sentiva soltanto il rumore del fiume la sera…).
Da brividi la versione cantata da Mia Martini e portata al Festival di Sanremo
del 1990.
Luca Barbarossa, nel 1981, con la sua Roma spogliata, ha una visione più romantica, divisa tra nostalgie
e il conto salato che spesso la città ha dovuto pagare. Via Margutta, sempre di Barbarossa, è la città nel particolare, il
microcosmo fatto di arte, di botteghe del caffè e di timori per la guerra, per
i bombardamenti e i rastrellamenti. Le elegantissime emozioni di una Roma che
vuole essere Parigi, dalle forti connotazioni cinematografiche, le cantano i
Matia Bazar, con Vacanze Romane, prendendo
a prestito il titolo di una celeberrima pellicola holliwoodiana. 1950 per la musica italiana non è solo
una semplice data: il capolavoro di Amedeo Minghi si rifà al filone nostalgico
di una Roma persa per sempre, quando la città possedeva una vera identità e una
unicità che l’hanno proiettata nel mondo.
Milano non è mai stata dei milanesi. I suoi figli prediletti ne
hanno cantato il tempo oramai perso, pieno di speranze, di amori e di ringhiere
di periferia, meno problematiche e più umane. Jannacci e Gaber docet! Roberto Vecchioni canta la propria storia, la
sua Milano, condensata in un capolavoro, Luci
a San Siro, una delle più belle liriche sulla città meneghina, dal
fortissimo impatto emotivo. Si spinge oltre Alberto Fortis, piemontese, che
negli anni ottanta traccia un irriguardoso parallelo tra la burocratica e
farraginosa Roma e la pragmatica Milano, con Milano e Vincenzo, giurando eterno amore alla laboriosa città
lombarda e fuggendo dalla sorniona e “traditrice” capitale, che ha tentato di
sopprimerlo inesorabilmente. Ma è il grande Lucio Dalla a comporre quella che
si può definire la lirica definitiva con Milano,
un brano del 1979 che, come spesso è accaduto nella produzione di Dalla, scruta
con sbalorditiva lungimiranza il futuro. Con poche pennellate il cantautore
descrive una Milano cosmopolita e mondana, moderna e antica, grigia e di una
bellezza fiera, proiettata nel cuore dell’Europa e del mondo. Più contemporanea
è la visione dei Marta sui Tubi, con Sushi
e coca, brano del 2008. Giovanni Gulino canta una
città in preda alla frenesia, fra droghe, violenza e una efficienza di
facciata, una Milano dove non c’è spazio per i fragili, come i vecchi e i
bambini, ma solo per l’autodistruzione camuffata da edonismo. “Sapessi com’è
strano sentirsi innamorati a Milano, a Milano. Senza fiori senza
verde, senza cielo senza niente. Fra la gente, tanta gente”. La visione peynetiana di un
signore milanese doc come Memo Remigi è prorompente. Nel 1974, fra grandi
magazzini, cemento e austerità, la città della Madunina sa anche essere
romantica. Cinquant’anni fa c’era chi
parlava di ecologia! Il ragazzo della via
Gluck, celeberrimo brano di Adriano Celentano vennepresentato al Festival di Sanremo 1966, ma il brano
viene eliminato dopo la prima serata (l’intuizione delle giurie sanremesi
a volte è commovente!!), ma diventa nel tempo una delle canzoni più note del
Molleggiato. Nel testo ci sono molti riferimenti autobiografici, a partire dal
titolo: via Gluck è infatti la strada di Milano dove il cantante
viveva da ragazzo con la famiglia, notoriamente di origini foggiane.
Nel patrimonio culturale e musicale della notevole produzione
artistica di Fabrizio De André, non potevano mancare versi dedicati alla
propria città, Genova, in cui sono descritti i caruggi, con tutte
le loro stranezze e il popolo di quei «quartieri dove il sole del buon Dio non
dà i suoi raggi, ha già troppi impegni per scaldar la gente d'altri paraggi».
Faber canta gli ultimi, le "pubbliche mogli", i «ladri, gli assassini
e il tipo strano, quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano».
E l'invito è a non giudicarli, con uno dei versi che è
diventato espressione comune: «Se non sono gigli son pur sempre figli,
vittime di questo mondo». Singolare è il brano Crêuza de mä, che nel dialetto genovese
è una mulattiera, spesso con dei gradoni sconnessi, che sale verso la collina. Chi guarda Genova sappia che Genova si vede
solo dal mare, quindi non
stia lì ad aspettare di vedere qualcosa di meglio, qualcosa di più, di quei
gerani che la gioventù fa ancora crescere nelle strade! Sono nitide le
parole di Ivano Fossati, in una composizione del 1988, in cui si lascia
intendere che Genova può essere cantata solo dai genovesi. “Se questi muri sapessero parlare anche le
strade potrebbero arrossire, se questa gente avesse la pianura chiusa,
Genova….io questa notte ho voglia di cantare…..”. Componimento marcatamente
blues di Francesco Baccini, genovese, genoano, che nel 1990 scrisse questa
singolare Genova blues!, ad
arricchire il già cospicuo patrimonio musicale della Superba. Paradossalmente,
l’omaggio di un avvocato piemontese, Paolo Conte, è uno di quelli destinati a
rimanere impresso nella memoria della storia della musica italiana: una poesia che è un inno d'amore alla
sua maniera, scritta nel 1975, Genova per
noi racconta di chi sta "in fondo alla campagna" (il cantautore è
di Asti) e va nel capoluogo ligure a cercare un po' di sole. Con quella faccia un po’ così,
quell’espressione un po’ così che abbiamo noi prima di andare a Genova….«Eppur
parenti siamo in po' di quella gente che c'è lì, che come noi è forse un po'
selvatica, ma la paura che ci fa quel mare scuro e che si muove anche
di notte non sta fermo mai». E poi Genova «macaia, scimmia di luce e di follia,
foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia».“ Personalmente.. non
aggiungerei altro….!!!
La bellissima e soleggiata Catania,
città di numerosi artisti, protetta dal vulcano caldo e irrequieto come la
terra che lo ospita, rimane sempre nei cuori dei suoi figli, anche quando
questi si allontanano da lei. Nel brano di Carmen Consoli In bianco e nero la cantantessa recita “…nitido scorcio degli anni 60di una raggiante Catania […]”
tracce del ricordo della madre, di quando la città era soprannominata la Milano
del Sud, vitale, dinamica, opulenta. Poi sono arrivate la mafia e la
malapolitica…Ma questa è un’altra storia! Nostalgia della propria terra, nel
brano Ma non ho più la mia città di
Gerardina Trovato, “… venne il giorno che
le dissi, tu Catania non mi basti, dei miei sogni che ne hai fatto, me li hai
chiusi in un cassetto…”. Ma una
volta lontana, può constatare che, “…dove
vivo non c’è il mare, sulle case sempre neve, solo nebbia e vento freddo, sopra
il grano scende pioggia, ma le strade sono bianche, non c’è terra non c’è
sangue, e penso ancora alle parole scritte in alto sul giornale, Chi non ha paura
di morire muore una volta sola…”. La citazione di Giovanni Falcone dona una
“visceralità tutta siciliana” e una decisiva veemenza al testo. La città di Bologna sintetizzata
nella sua piazza principale, Piazza Maggiore, definita dal geniale Lucio Dalla Piazza Grande, in cui persone, vicende,
esperienze si intersecano, sotto gli occhi vividi e attenti di un senzatetto.
Bologna vista da un modenese, come Francesco Guccini, con una lettura del
vivere bolognese, scoprendone il suo lato più umano, “Bologna è una vecchia
signora, dai fianchi un po’ molli, col seno sul piano padano e il culo sui
colli”. Nonostante la storica e tradizionale vivacità culturale, Bologna non si
presta alle etichette, restando così una “provinciale Parigi minore”!
Non
poteva di certo mancare Firenze, in questa rassegna. Datato 1980, Firenze (canzone triste) di Ivan
Graziani è un singolo che racconta di un amore non vissuto o meglio di “una donna da amare in
due”. Da cornice, una Firenze universitaria. Il brano, una delicatissima e
struggente ballata, bellissima nella sua cupezza, si presenta come un dialogo
amaro e malinconico fra il protagonista e il Barbarossa, lo studente irlandese
colpito dalla bella donna tanto contesa (che da lì a poco se ne andrà via da
Firenze) ma oramai in procinto di ritornare anch’egli nelle terre irlandesi.
Cantare le città italiane vuol dire anche Venezia, che a detta di molti, alla bellezza delle sue
architetture, ai canali, all’armonia dell’uomo con il mare, accosta un’aria
drammaticamente malinconia, angosciosa come l’interno di una cattedrale gotica
all’ora del tramonto.
Paolo Conte usa uno spregiudicato liscio per raccontare di
una coppia che si scatta una foto in Piazza San Marco, <col colombo in
man>, per far arrabbiare la cugina che si vantava di essere stata a Venezia
prima di loro. Sono vendicativi i piccolo borghesi, ma hanno ragione:
quell’antipatica della cugina “tutto il viaggio raccontò, quando descrisse
anche il bidet ci siam sentiti come due pezzi da piè”! Una piccola storia
novecentesca, nel brano del 1974, Tua
cugina prima (tutti a Venezia).
Venezia “mi ricorda istintivamente Istanbul, stessi palazzi
addosso al mare, rossi tramonti che si perdono nel nulla”. Così il grande
maestro Franco Battiato ricordava Venezia, in una delle sue numerose perle, un
brano del 1980, Venezia-Istanbul, tratto
dall’album Patriots.E poi D’Annunzio
che monta a cavallo con fanatismo futurista, Socrate che parla delle gioie
dell’amore e gli studenti che gli offrono il corpo, “…e perché il sol
dell’avvenire splenda ancora sulla terra, facciamo un po’ di largo con un’altra
guerra”. Con questi versi, esatti e taglienti, vengono colpite con estrema
sintesi le contraddizioni più eclatanti della morale umana e delle costruzioni
ideologiche, siano esse la Santa Inquisizione o le manifestazioni più tragiche
del socialismo reale, non per le loro innegabili tensioni spirituali, ma per le
loro manifestazioni dogmatiche e violente. Battiato andrebbe studiato a
scuola !!!
Nel 1985 Francesco De Gregori chiude l’album Scacchi e
Tarocchi con l’immagine degli operai che navigano sulle gondole che non si possono
permettere. Un altro miracolo. “E’ una canzone sulla centralità operaia e sul
cinema”, ha detto l’autore, che con il brano Miracolo a Venezia ha voluto parafrasare il capolavoro
cinematografico neorealista del 1951 di Vittorio De Sica, Miracolo a Milano,
con un finale fantastico in cui i barboni volano sopra Piazza Duomo a Milano a
cavallo di scope.
Nel mondo
La musica d’autore italiana ha da sempre subìto il fascino
gotico e misterioso della ville lumière, che ben si presta alle evoluzioni mnemoniche
e linguistiche di affermati interpreti di casa nostra. Parigi
è molto presente nei testi di autori e cantautori che di frequente hanno avuto
il desiderio di cantare molte delle sue numerose facce. Misterioso parallelo
tra una storia d’amore e la città. La Parigi di Vecchioni ha dei forti rimandi
letterari, col brano che assume delle sfumature decadentiste, specie nella
narrazione finale, con la meravigliosa voce di Lucia Poli: “… è tempo di riaccendere le stelle consigliere…Rimbaud veleggerà sui
tetti della città…nuvola artificiale di alluminio…Costruiremo riformatori più
grandi e luminosi….i delinquenti di oggi saranno i dirigenti di domani… la
prima volta che mi uccisi, là, sulle lamiere della tour Eiffel...lo feci per
far rabbia alla mia amante….Ormai sono solo al mondo e se muoio anche io non
avrò più nessuno…”.
Brano autenticamente femminile quello di Grazia Di Michele, Le ragazze di Gauguin. Parigi non viene
menzionata, ma i riferimenti pittorici, cinematografici e della moda rimandano
inevitabilmente alla capitale francese. “...Ballerine
di Degas, bianche nuvole il vento non le scioglierà, le bambine di Renoir,
fiori gialli a Montparnasse...”. Il brano del 1986, è un autentico gioiello
musicale, un quadretto impressionistico in cui ruotano figure femminili
particolari e sicuramente affascinanti. Sullo sfondo, Una eterea Parigi fa da
palcoscenico, sul quale si muovono…le
ragazze di Buñuelfreddi angeli, il sole non le
riscalderà, le modelle di Chanel, prigioniere in un atelier…!
Di natura opposta, quasi cialtronesca, è il brano del 1989 Parigi con le gambe aperte di Gino Paoli
e Ricky Gianco. Una perla “alla Charles Bukowski”, quasi un divertissement, che
rende poeticamente carnale la città di Parigi “…e vedo i piccoli caffè svegliarsi sui boulevard, la Senna che
accarezza la città. Il cuore è quasi fermo e non respiro più. Una puttana ride
e noi <bonjour>. Ci avviciniamo in fretta ma lei è già andata via, Parigi
è solamente una bugia ! [….] pensiamo invece a lei, io metterei il suo culo fra
i trofei, un culo bianco e tondo che non finiva mai, degno dei paradisi di
Versailles…Parigi sotto le lenzuola, tu, Parigi con le gambe aperte: la libertà
passa di là, Parigi vuole dire amore…
“E le foglie morte nel vento, tra le pale del
Moulin Rouge, vagano da sempre nel tempo, come le chanteuses a Pigalle…”. Dopo
lo straordinario omaggio a Roma, i Matia Bazar replicano con Parigi (nominando
solo alcuni dei suoi angoli più caratteristici), e il brano Souvenir. Una ballata dal raffinatissimo
gusto francese, dallo stile vagamente retrò, presentata al festival di Sanremo
del 1985.
Parigi con le gambe aperte - Gino Paoli e Ricky Giango
Le ragazze di Gauguin
Nel 1980 i Pooh decidono di omaggiare una delle
più belle capitali europee, Vienna, con l’omonimo brano contenuto nell’album Stop. “Donna sul ponte, alla porta dell’est….aria d’argento soffia
dall’Ungheria, come un serpente domestico il Danubio va via. Vienna, pastello,
cancellami la frontiera, con tutti i voli che partono e ogni treno che va…”.
Memoria di una gloria passata, al centro di un grande impero, e oggi città di
frontiera, fuori dalle rotte e onesta capitale europea.
Berlino è l’anomalia delle capitali europee: sciatta, struccata,
vestita male, ubriaca, drogata. Eppure tutti la desiderano. E' la città di
tutti, ma a tutti sfugge, non vuole appartenere a nessuno.
Importante piazza, considerato il centro di Berlino Est,
crocevia di persone e commerci, Alexanderplatz
è la dedica personale del grande Franco Battiato alla città che gli ha
rapito il cuore. Portata al successo dalla
voce straordinaria di Milva, il testo descrive la solitudine di una città
lacerata dal Muro, fredda nel corpo e nell’anima, nell’inverno del 1982. Nel
primo incontro con la città Battiato rimase stregato, dal quel giorno senza mai
più abbandonarla.
La avanguardistica new wave italiana di Garbo, nel 1981, anno
di uscita di A Berlino…va bene, con
lo spirito di David Bowie che aleggia, descrive la città nella sua atmosfera
invernale, col freddo che spaventa, e sembra che solo il muro non lo senta.
Nebbia, fumo, birra, “… a Berlino non penso mai…si può vivere un giorno in più…”.
Brano del 2000, non parla della città, ma di uno dei suoi 12
distretti, Neukölln, uno dei più
particolari, multiculturali, l’antico villaggio boemo della capitale tedesca,
non il più turistico ma sicuramente attraente per i veri intenditori di
Berlino. L’ex frontman dei CCCP Fedeli Alla Linea, Giovanni Lindo Ferretti,
esalta una delle più importanti capitali europee. “dove sono sempre stato, dove
tornerò comunque”.
La parte est di Berlino, quella “comunista”, quando la città
era divisa in due, è stata la meno decantata, visitata, osannata. Nel grigiore
quotidiano le persone, accanto al desiderio di andare “dall’altra parte”,
sapevano al tempo stesso accontentarsi di quel poco di buono che avevano,
lasciando che i propri sogni aiutavano a tenere alti l’interesse e la voglia di
vivere. Lettera da Berlino Est è un
meraviglioso brano dei Pooh, scritto da Stefano D’Orazio nel 1983.
Alexanderplatz - Milva (Battiato)
“Segunda-feira de
Lisboa, che nome d’incanto! Qui da noi è lunedì soltanto”. Nel 1996 il grande Battiato
compose questo brano, insieme alla meravigliosa penna di Manlio Sgalambro,
affascinato dalla musicalità della lingua portoghese. L’occhio privilegiato è
per la capitale Lisbona, arrampicata sulle
alture, con il corpo in Europa e la mente oltre Atlantico.
E’ una importantissima arteria di San
Pietroburgo, in italiano Corso della Neva, che parte dalla piazza dove è
situato il Palazzo d’Inverno, e prende il proprio nome dal fiume che attraversa
la città. Ma è anche un capolavoro assoluto di Franco Battiato, che ne ha
descritto le atmosfere del 1917, all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre. Prospettiva Nevskij è l’ennesimo omaggio
che il cantautore ha fatto a uno dei luoghi più cari, tracciandone scorci di
vita quotidiana. […] Seduti sui gradini
di una chiesa, aspettavamo che finisse messa e uscissero le donne, poi
guardavamo con le facce assenti la grazia innaturale di Nijinsky, e di lui si
innamorò perdutamente il suo impresario […] un giorno sulla Prospettiva Nevskj
per caso vi incontrai Igor Stravinsky, e gli orinali messi sotto i letti per la
notte, e un film di Ejzenstejn sulla rivoluzione […] e il mio maestro mi
insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire…! Meravigliosa
anche la versione cantata da Alice.
Extra
Con questa canzone, cantata in duo con Alice, l’Italia partecipò
nel 1984 all’Eurofestival raggiungendo il quinto posto.
La canzone fa riferimento a Tozeur, cittadina tunisina, una delle prime oasi nel deserto
dopo Douz. La città è circondata da un lago salato (cit. «distese di sale…») le
cui esalazioni in estate portano i viandanti a vedere miraggi. Se un tempo si
parlava di carovane nere all’orizzonte oggi quei miraggi possono essere visti
come treni all’orizzonte, I treni di
Tozeur, appunto.
Da ricordare gli omaggi di Marcella Bella a Rio de Janeiro,
brano del 1981, e di Grazia di Michele, che nel 1990 compose la stupenda Bahia, entrambe
suonate strizzando l’occhio ai ritmi samba brasiliani.
E’ un capolavoro di Eugenio Finardi del 1983, scritta quando
nacque sua figlia Elettra, afflitta dalla Sindrome di Down. Le ragazze di Osaka“sono tutte quelle figlie dai tratti un po’ orientali
dovuti alla sindrome, figlie amate e volute, contro l’indifferenza e
l’ignoranza che ci circonda”. E’ un brano che emerge forte nella sua
produzione, con una melodia che trasuda malinconia, dolore misto a
consapevolezza.
INTERVISTA PER LO "STATO QUOTIDIANO", ORGANO DI INFORMAZIONE TERRITORIALE, DELLA PROFESSORESSA MARGHERITA PASQUARIELLO, APPASSIONATA STUDIOSA DELLA STORIA ORTESE E DI CAPITANATA.
ORTA NOVA - Esiste un vero e proprio mondo nel sottosuolo ortese: gli Ipogei, una rete di cunicoli e camminamenti, una interessante risorsa che attende da anni di essere esplorata, monitorata e valorizzata. Attraverso lo studio degli Ipogei si potrebbe risalire alle origini della storia di Orta Nova, un passato da conoscere e che potrebbe diventare fonte di attrazione storico-turistica.
Non ancora ufficialmente noti al Ministero dei Beni Culturali, gli Ipogei del sottosuolo ortese non sono mai stati messi in relazione con gli eventi storici che potrebbero averne determinato la costruzione. Le ricerche fin qui svolte portano a ritenere la loro origine fin dai tempi del Medioevo.
MARGHERITA PASQUARIELLO
< Alla fine degli anni '70 effettuammo una prima perlustrazione in occasione della stesura del saggio storico " La residenza Svevo-Angioina di Orta", dato alle stampe nel 1998. Non era mai stata fatta una ricognizione dei cunicoli, ma la tradizione orale raccontava di camminamenti, di gallerie, e decidemmo di esplorarli, allo scopo di trovare tracce di epoca medievale, riconducibili alla ubicazione della residenza federiciana di Orta.
L'allora sindaco di Orta Nova, Vincenzo Maffione, diede con molta disponibilità l'autorizzazione.
Gli Ipogei presentavano delle volte a "botte" intersecate da volte a crociera e archi di rinforzo a tutto sesto. Larghi dai due ai tre metri, e altrettanto alti, evidenziavano una varietà di materiali da costruzione: dalla pietra alle "cruste", dal tufo ai mattoni di argilla. Secondo la tradizione i camminamenti si estenderebbero oltre i confini del centro abitato. Il nostro concittadino, il compianto Angelo Santo Laddaga ricordava quando da ragazzino, con un gruppo di amici, si divertivano ad esplorare e a giocare in uno dei cunicoli, che dal Palazzo Gesuitico giungeva fino a via Papa Giovanni XXIII, in pratica circa duecentocinquanta metri di percorso >.
QUALE POTREBBE ESSERE L'INGRESSO AGLI IPOGEI ?
Gli ingressi sono diversi.
COSA AVETE TROVATO NEL CORSO DI QUELL' ESPLORAZIONE ?
In alcuni tratti, purtroppo, fogne a cielo aperto, in altri il piano di calpestio interrato. Al di sotto dell' angolo destro del Palazzo dei Gesuiti si evidenziavano le fondamenta della torre circolare merlata, riportata in una piantina della locazione di Orta del 1686, disegnata dal compassatore regio Antonio Michele, in occasione della Reintegra dei Tratturi. La torre citata si ritiene essere crollata a seguito del violentissimo terremoto del 1731.
FINO A CHE PUNTO E' GIUNTA QUESTA PRIMA INDAGINE ?
Non riuscimmo a percorrere tutti i camminamenti, poiché essi si diramano a ragnatela. Inoltre diversi percorsi risultano interrotti dalle fondamenta di nuove costruzioni, realizzate nel frattempo.
SI PUO' PENSARE AD UN RECUPERO DEGLI IPOGEI NELL' AMBITO DI UN PROGETTO DI VALORIZZAZIONE DEL TERRITORIO ?
Certo che si può ! Come primo step si potrebbero recuperare tutti i cunicoli al di sotto del Palazzo dei Gesuiti, che sono facilmente percorribili.
COME SI POTREBBE INIZIARE UN' OPERA DI INVESTIGAZIONE E ESPLORAZIONE DEGLI IPOGEI DI ORTA NOVA ?
L' amministrazione comunale dovrebbe segnalare ed interessare la Sovrintendenza.
RIGUARDO ALLA RICOSTRUZIONE STORICA, A COSA POTREBBE PORTARE UN LAVORO DI STUDI DEGLI IPOGEI ?
A conseguenze di enorme portata per la storia ortese. Aiuterebbe a capire se ci sono tracce della Domus Federiciana in loco, dilemma ancora da sciogliere. Diamo già per scontato l'origine medievale del primo nucleo di Orta. La prova scritta sta negli atti emessi in Orta da Federico II: parliamo del Datum Ortae, atto con cui Manfredi proclamava la fondazione di Manfredonia; i carteggi relativi al restauro della Domus di Orta, realizzati dalla corte angioina intorno al 1270; la minuziosa descrizione inventariale della masseria regia fatta nel 1279; i mandata che ci ragguagliano sulla defensa e sulla marescallia; le attività di figure prestigiose come il protomagister Anserano da Trani, a cui si deve la costruzione del Palazzo di Orta commissionata da Federico II, ed il magister carpenterius Giovanni da Toul, che in seguito di occuperà del restauro dello stesso.
COME E' DIMOSTRABILE L' ORIGINE MEDIEVALE DEGLI IPOGEI DI ORTA NOVA ?
Curiosamente presentano la stessa conformazione degli Ipogei di Cerignola e di quelli importanti di Foggia, già molto valorizzati dall' opera dell' Associazione Ipogei, molto attiva sul territorio. Osservandoli tutti, si intuisce che una stessa mano e nella una stessa epoca abbia voluto costruire questi interessanti camminamenti.
QUALI POTREBBERO ESSERE LE FINALITA' PER UN EVENTUALE UTILIZZO NEL TEMPO DEGLI IPOGEI ?
Le risorse monumentali sono dei beni su cui investire. Il loro utilizzo potrebbe avvenire attraverso varie modalità. Un primo step potrebbe essere la presentazione del monumento e dell' analisi del suo recupero; poi una raccolta museale di tutta l' oggettistica emersa; un altro step la lettura del bene in rapporto alle risorse del territorio.
Credo che
mai come in questo periodo “oscuro” il compito dell’arte sia più importante
come poche cose. Questa è stata la molla che ha spinto l’autrice Dora Mendolicchio
ad organizzare la propria mostra personale di pittura, pur consapevole delle
difficoltà a cui andava incontro. Tenutasi dal 23 settembre fino ai primi
giorni di ottobre questo evento segna un coraggioso tentativo di ritorno a una
normalità messa ogni giorno in forse da una emergenza sanitaria che ha
inesorabilmente accompagnato tutto l’anno. Però è stata anche una delle poche
risposte al torpore che sta avvolgendo la nostra città, già di suo molto
parsimoniosa di eventi e di organizzazione. L’intenzione di comunicare bellezza
che hanno espresso i dipinti della mostra non sono una novità nel panorama
cittadino, in quanto Dora Mendolicchio ha già avuto modo di esporre la propria
creatività in altre occasioni. Come sempre la sua arte è la vivida risultante
di uno stato d’animo ricco di colori e di armonia, che si riflettono sulla tela
con le pennellate decise e dinamiche che caratterizzano la sua produzione. In
una precedente occasione ho avuto modo di sottolineare la caratteristica
peculiare dei suoi quadri, di come trasmettono impressioni positive, con un
linguaggio poco formale, che rendono le immagini non statiche, ma con la
percettibile impressione che esse siano in movimento.
Uno degli eventi più originali della Settimana della
Cultura senza dubbio è stato quello della sera di mercoledì 4 settembre, ovvero
la presentazione di un interessante album musicale del musicista Giovanni
Russo.
Pubblicato dall’etichetta molfettese Digressione
Music e accompagnato dal videoclip di “Acqua Tersa”, Alìve è
il nuovo album firmato da Giovanni Russo, musicista dal
lungo ed articolato percorso, fatto di ricerca, di contaminazione e di
rivalutazione del patrimonio popolare pugliese. Nel titolo sono racchiuse le
ispirazioni di questo nuovo disco con il quale l’artista pugliese fa ritorno a
casa, alle sue origini e alla sua giovinezza, come è scritto nelle note di
copertina: l’album si compone di tredici titoli e, dal punto di vista musicale,
vede Giovanni Russo alle prese con un suono dal tratto tipicamente world nel
quale convergono, tra incroci ed attraversamenti sonori, elementi di jazz,
funky e pop. Non a caso i musicisti che collaborano alla realizzazione del
disco provengono dai più disparati contesti: Livio Gianola (chitarra 8
corde), Teo Ciavarella e Umberto
Sangiovanni (piano), Michele Carrabba (clarinetto
basso), Flaviano Braga (fisarmonica e
bandoneon), Sergio Picucci (basso elettrico), Michele
Telera (contrabasso), Stefano Pesante (flauto
e sax soprano), Mauro del Grosso (arciliuto), Cesare
Rizzi, Eugenio Ambrosino e Corrado
Niglio (chitarre elettriche), Alfredo Ricciardi e Gennaro
Calabrese (percussioni), Antonio Cicoria (batteria)
e le voci di Luana Croella, Annamaria
Mirasole e Piernicola Dalla Zeta.
Da collaborazioni di
questo genere non poteva che prendere vita un’opera musicalmente matura, di
grande suggestione, certamente non di facile consumo e modaiola, ma di qualità
tecnica e poetica di enorme spessore. Inoltre, contemporaneamente alla presentazione
del disco,si è potuto visionare una
mostra fotografica, all’interno dell’auditorium, raffigurante stupendi e
suggestivi paesaggi pugliesi, con la luce e i colori che solo la nostra regione
sa offrire.
Nell’ambito
della dodicesima edizione della Settimana della Cultura si è tenuta la mostra
collettiva Visioni d’Arte, allestita nel Palazzo ex Gesuitico di Orta Nova, dal
2 all’8 settembre scorsi. La direttrice artistica, professoressa Tommasa
Scommegna, per l’ occasione ha voluto dare una impronta ben specifica
all’esposizione, con un taglio più contemporaneo e meno “tradizionalista”,
coinvolgendo ventidue artisti di varia estrazione e provenienza. Gli
espositori, gran parte dei quali con una formazione accademica alle spalle, e
altri con eterogenee e interessanti esperienze artistiche, provengono da
svariati centri della provincia di Foggia, da Cerignola a San Severo, da Orta
Nova a Mattinata, da Foggia a Carapelle, con un curricolo formativo presso
eccellenti istituti, primo fra i quali il Liceo Artistico di Cerignola, ma
anche l’Accademia di Urbino e quella di Foggia. Le tematiche delle opere
vertevano soprattutto su argomentazioni e problematiche della società moderna e
tecnologica, con svariate chiavi di lettura che, evitando di limitarsi all’aspetto
prettamente figurativo, spingevano più verso un processo di concettualizzazione
e di arbitraria lettura che ogni attento osservatore ha potuto attribuire a
ciascun dipinto. Non la solita mostra facile e “piaciona”, ricca di orpelli
decorativi e di inutili barocchismi, fatta di eccessivi estetismi provinciali,
col solo intento di attirare il consenso, ma un invito al pensiero,
all’elaborazione del “messaggio” che la tela poteva stimolare. In questo modo
un quadro diventava dieci quadri, cento quadri, tanti quanti sono stati gli
spettatori che l’hanno osservato con più attenzione. L’arte non più come
processo passivo di osservazione, ma lo spettatore diventa parte attiva
dell’opera, facendo proprie le istanze che la tela, i colori, la materia
stavano proponendo. L’opera è il ponte che mette in comunicazione l’autore con
chi la osserva, la scruta, la contempla, entra tra i segni, la tecnica, i
colori!
Inoltre, in
questa trascorsa edizione della mostra, si è voluto sperimentare la novità di
un percorso multisensoriale, che ha visto coinvolti, oltre alla vista, l’olfatto
e l’udito: lo spazio espositivo è stato corredato di diffusori di profumi
mediterranei e dal suono di musica ambient, da me curati personalmente, con le
soffuse note, tra gli altri, di Anuvida & Nick Tyndall, Patrick O’Hearn,
Mandalay, Penguin Cafe Orchestra, Jansen e Barbieri, Brian Eno. Una esperienza
tutta nuova, che, visto l’alto e competente numero di visitatori, credo abbia
avuto un soddisfacente riscontro.