martedì 6 agosto 2019
EVENTI DI FINE ESTATE
giovedì 14 marzo 2019
NILE RODGERS Il re Mida della musica
domenica 7 ottobre 2018
Pino Daniele - 1979
In “Terra mia” l’autore si muoveva, attraverso un sound spesso accattivante e provocatorio, ma anche fortemente intimista, fra i drammi della sua città, osservandoli, scrutandoli, arrabbiandosi, incarnando i disagi degli “scugnizzi” moderni. Il disco è la sintesi di un sound “troppo napoletano”, con forti influenze folk, dallo stile ruvido, grezzo; nonostante tutto, in quest’album è contenuta la gemma più preziosa della carriera di Pino Daniele, una struggente dedica d’amore verso la propria città e uno dei brani più intensi di tutta la produzione italiana del dopoguerra, ossia Napule è. Ma se nel primo album ci sono tutti i connotati della sperimentazione, di un inconsapevole salto nel buio, nella seconda produzione il cantautore è già ad una svolta: abbandonata la ritmica popolare e folkloristica, c’è una virata verso stili più universali, come il blues o il samba. Brani come “Ue Man” e “Chillo è nu buono guaglione” sono la dimostrazione della metamorfosi, una delle tante che caratterizzerà l’intera carriera di Pino Daniele. Chi afferma che i primi album del cantautore sono tra i migliori mai prodotti, non si sbaglia. Con LP Pino Daniele, del 1979, si sono raggiunti livelli qualitativi difficilmente eguagliabili. Pino gioca molto sulle coordinate tra la Napoli nuova e quella vecchia, sui vicoli, sulle superstizioni e sulle tradizioni. Le canzoni cantate in dialetto napoletano rimangono ferme alle origini dando veramente poco posto all’italiano, mentre la musica si fa più corposa e influenzata sempre più dal blues e dalla musica latina. In studio il disco prende vita in modo quasi naturale, e nell’ispirazione di Pino Daniele la lava del Vesuvio comincia a farsi bagnare con maggior decisione dalle acque del Mississippi.
Chi tene 'o mare
cammina c'a vocca salata
chi tene 'o mare
'o sape ca è fesso e cuntento.
Chi tene 'o mare 'o ssaje
nun tene niente...
ci stanno tutt'e paure 'e nu popolo ca cammina sotta 'o muro.....Donna Concetta simbolicamente identificativa di un popolo, che cerca dignitosamente il proprio riscatto e la propria autodeterminazione.
... E cerca 'e me capi', canzone che chiudeva il disco, in cui è presente un uso delle parole molto potente e incisivo:
voglio fà ' niente
sto cull'uocchie apierte e sento 'e
sunà.
E pruove a vedè cu dint’a ll'uocchie
'o sole
e cò cazone rutto a parlà 'e
Rivoluzione
e cride ancora, cride ancora
e pruove a vedè chi t'ha attaccato 'e
'mmane
e nun te pu’ girà pecchè te fanno male
e cride ancora, cride ancora...!
martedì 11 settembre 2018
NON STOP: quando la televisione italiana trasmetteva il futuro!
venerdì 10 agosto 2018
LO SAPEVI CHE....
…..la sera del 5 gennaio del 2013, chi si trovò ad
entrare nel cineteatro Cicolella di Orta Nova, avrà creduto di essere stato
catapultato nella Brodway degli anni ’40, a una serata di Glenn Miller o di
George Gershwin, oppure a un concerto di Kid Creole & Coconuts degli anni ’80!
La musica della New Ort Band, diretta dal maestro
Franco Ariemme, ha saputo ricreare le atmosfere perdute del vecchi club
americani, fra luci e suoni autentici, e con una cornice di pubblico che
neanche i 600 posti del teatro hanno saputo contenere.
Così è iniziata la breve storia di una serie di tre
eventi, per tre anni consecutivi, tenutosi al cineteatro a margine delle
festività natalizie, il modo migliore per salutare l’anno nuovo e ritornare
alla vita quotidiana, dopo gli eccessi delle festività.
L’interessante rassegna si è interrotta bruscamente,
privando così la nostra città dell’ennesima occasione per fare cultura e per
promuovere eccellenze territoriali.
E pensare che le serate della New Ort Band, ad ogni
edizione si stavano arricchendo di dettagli e proposte sempre più appetitose. A
partire dagli ospiti, come il caro e compianto Tony Santagata, oltre che delle
brillanti voci femminili che abitualmente accompagnavano l’ensemble. Non era scontato, proponendo musica swing, dixieland, pop
jazz, avere un riscontro popolare, ma a giudicare dalle presenze, credo che l’esperimento
sia riuscito alla grande.
La sensazione è sempre quella dell’occasione mancata,
della cosa iniziata e mai finita. La nostra città sta vivendo un momento, che
dura ormai da qualche anno, di aridità culturale, di appiattimento, di
omologazione a modelli discutibili e di anestetizzazione dello spirito di iniziativa, senza
che si faccia nulla per un rinascimento delle coscienze.
domenica 29 luglio 2018
CANZONI PER IL “CHE”
Il 14 giugno scorso avrebbe compiuto 90 anni. Una delle icone per eccellenza di tutto il 900, simbolo e sinonimo di rivoluzione, del sacrificio nel nome di una causa: il “Che”, Ernesto Guevara. Molto è stato scritto, documentato, trasmesso in televisione e sul grande schermo del cinema mondiale, ma anche molto è stato cantato, messo in musica e poesia. La notizia curiosa è che, dopo il mondo ispanico, l’Italia è la nazione che ha maggiormente omaggiato con i suoi versi questa figura indimenticabile per gli eterni ideali di giustizia e uguaglianza. Vi stupirete della varietà dei generi.
Due omaggi da parte del “maestrone” modenese. In ‘Canzone per il Che’ del 2004 vince il senso dell’uomo fiero che guarda con dignità in faccia i propri esecutori: rivoluzionario cubano, rivoluzionario d’America, il Che di Francesco Guccini è un uomo che va incontro alla morte con dignità e consapevolezza. "Signor Colonnello, sono Ernesto, il “Che” Guevara. Mi spari, tanto sarò utile da morto come da vivo".
GUCCINI - stagioni
Skiantos – ‘Canzone per Che Guevara’
Qui si “grida” l’aspetto più umano di Guevara, nel rimpianto dell’amico perduto, a tu per tu e senza filtri, come quando da ragazzi ci confidavamo coi poster appesi al muro della nostra stanza. Realizzato con la collaborazione dei fratelli Severini, ovvero i Gang, e pubblicato nel 1999, gli Skiantos tirano fuori questo grintoso pezzo dallo stile moderno, post punk, e nel finale non manca il rimpianto: “Ernesto Guevara, detto il Che, avrei volentieri bevuto con te!".
La nostalgia doppia per Pino Daniele, che è sia ricordo dell’eroe scomparso, sia memoria personale di un concerto tenuto a L’Avana nel 1983, al Varadero Festival (in compagnia, tra gli altri, di Nanà Vasconcelos) spinge Pino Daniele a scrivere, 21 anni dopo, questa canzone struggente e malinconica. Un nostalgico di sinistra che invoca il ritorno di “un comandante (…) che parla di rivoluzione”. Inconfondibile la chitarra “latina” di Pino Daniele, in un brano suonato magistralmente, solo come il grande cantautore partenopeo ci ha abituato ad ascoltare.
Intimità anche nel pezzo di Vecchioni, che si pone – tipico di lui – nei panni della donna: della figlia, dell’amante o come in questo caso della madre. E allora è la mamma di Ernesto che canta, è mamma Celia che lo vede partire sulla sua moto, già sapendo che sarà per sempre. Celia De La Cerna è il nome di mamma Guevara. Eccola, nel pezzo scritto da Roberto Vecchioni, datato 1997, interloquire con quel figlio un po’ speciale e ricordare la Poderosa, o meglio la vecchia Norton 500 con la quale il Che intraprese il suo viaggio per le strade del Sud America. Citato anche il primo soprannome di suo figlio, quel “Fuser” con il quale era conosciuto nelle sue squadra di rugby, il Sic e l’Altalaye. L’introduzione del brano è uno spezzone di una vecchia ed emozionante registrazione della voce originale del “Che”, dall’ impatto molto potente per l’ascoltatore, seguita dalla musicalità personalissima del professore e dalla sua timbrica vocale carica di tensione emotiva.
Angelo Branduardi - ‘1° aprile 1965’
Si tratta di uno stralcio in musica dell’ultima lettera scritta da Guevara ai propri genitori, il lamento di un figlio che anela alla libertà ma si sente costretto nelle corde troppo istituzionali dell’esperienza politica cubana. Angelo Branduardi trasforma in musica e canto i sentimenti più intimi e i conflitti interiori dell’eroe argentino. Un pezzo toccante, molto sentito, ben calibrato tra le parole del Che, ormai stanco dell’esperienza al governo dell’Avana e pronto a imbarcarsi verso nuove avventure, nel puro stile Branduardi, soffuso, dolce, ma molto efficace. Brano pubblicato nel 1988.
Uno dei cantautori fondamentali degli anni ’90 nella sua fase più ribelle, quell’ “uomo col megafono” che denunciava la libertà e i diritti di un popolo diverso nel panorama mondiale che sfrecciava verso la globalizzazione a tutti i costi. Cohiba è la marca di un sigaro cubano e anche il titolo di una delle canzoni più popolari del repertorio di Daniele Silvestri, uscita nel 1996. Un inno al Che senza se e senza ma e all’intera isola di Cuba che, nonostante tutto, resiste agli embarghi e all’aggressività dei vicini di casa yankee. I tempi musicali del brano sono trascinanti, un possente rock, condito sapientemente da reminiscenze di salsa cubana.
Una b-side firmata Pier Francesco Pingitore, ode che oltre alla passione vocale della Ferri ha dalla sua il merito del tempo. Si tratta infatti di un omaggio pubblicato proprio nel tragico 1967, anno in cui scomparve l’eroe argentino. Uno strano 45 giri, con un lato A occupato da “Il mercenario di Lucera”, interpretato da Pino Caruso e preso a prestito dai giovani di destra, mentre sull’altra facciata compare un’ode a Che Guevara, cantata alla sua maniera, da Gabriella Ferri. Ancora più curioso è che i testi delle due canzoni portino la stessa firma, quella di Pier Francesco Pingitore. Sì, quello del Bagaglino. Una struggente ballata eseguita magistralmente dalla malinconica e “romanissima” voce di Gabriella Ferri.
sei morto nella valle
e non vedrai morire
la tua rivoluzione......
come volevi tu
sei morto un giorno solo
e non poco per volta......
Sergio Endrigo - ‘Anch’io ti ricorderò’
È il personalissimo saluto che il delicato cantautore di Pola dà al “Che”, soffermandosi sul suo ultimo giorno di vita, crepuscolare nella consapevolezza della sconfitta ma luminoso perché destinato alla memoria eterna del suo popolo. “Anch’io ti ricorderò” è un mesto addio al Comandante Guevara, la descrizione del suo ultimo giorno di vita. Sergio Endrigo, sue le firme di testo e musica, immagina un eroe ormai sconfitto e immerso tra i ricordi di Cuba, mentre la sua gente continua a vivere sotto il sole giurando di non dimenticarlo mai. E’ una canzone del 1968, incisa sul lato B di un 45 giri. , "La colomba". Lo stile è quello tipico di Endrigo, diviso tra cantautorato italiano e chansonnier francesi.
Quello di “Transamerika”, brano del 1997, è l’Ernesto che parte in moto in compagnia di Alberto Granado per girare in lungo e in largo l’America del Sud. Più che un viaggio un’iniziazione, la definitiva presa di coscienza di uno sfruttamento sistematico delle popolazioni indigene e delle loro risorse. Le parole introduttive sono di Luis Sepulveda, poi i Modena City Ramblers chiudono il cerchio con la loro consueta gioia.
Tratto da “Urlo”, l’album di maggior successo della prima parte di carriera di Ivan Cattaneo, pubblicato nel 1980, “Cha cha Che Guevara” è un pezzo per certi versi irriverente, che naviga tra il glam e il punk di marca milanese, mescolando Fidel Castro, il mambo, i Barbudos e il tabacco. Tutto questo, quando in Italia era frequente una certa sperimentazione, specie negli ambienti underground, molto tempo prima della grande omologazione!
“Ognuno ha i suoi santi, le sue bandiere di libertà, io seguo Che Guevara”. In poco più di tre minuti, in questo brano del 2004,una dichiarazione di intenti, un no alla guerra, un sì deciso alla fratellanza, alla mescolanza, al lato nascosto dell’America. Il rock folk di una straordinaria band fuori da qualsiasi legge di mercato e di tecniche di marketing.
Brano del 1976, che conferma l’impegno politico della grande interprete italiana. Dalla connotazione teatrale, quale Milva ci ha abituato da sempre, si avverte tutta l’intensità e la drammaticità della voce calda della cantante, con un cantato e una scrittura che richiama molto e anticipa le sonorità di Battiato e di Alice.
“Bandiera e il cuore cucito addosso
Per dire che ci sei.
Quel basco nero nel sole rosso
Che non tramonta mai”.
I testi accorati di Loredana Bertè accompagnano questo pezzo del 1993. La pasionaria del rock italiano, anticonvenzionale, dissacrante, si misura con un testo e una “dedica” molto impegnativi: un inno alla figura del Che, un rock fresco e dinamico, cantato e suonato alla sua maniera, anche se non è tra le canzoni più conosciute dell’artista calabrese.
Concludo degnamente questo articolo, con i meravigliosi versi di Francesco Guccini, tratti dal brano “Stagioni”:
lunedì 16 luglio 2018
FOGGIA, CAPITALE PER UN GIORNO
Le vicende umane, da quando esiste la civiltà, hanno sempre avuto il carattere della caducità, alternando fortuna a cicli di decadenza. La città di Foggia, ad esempio, oggi possiede una marginale importanza in quelli che sono gli equilibri all’interno dell’organigramma dello Stato italiano, essendo, per posizione geografica, o per peso politico, economico e culturale, relegata al ruolo di realtà “periferica”, al pari di decine di altre piccole città italiane, soprattutto meridionali. Un peso ben diverso possedeva invece al tempo del Regno delle Due Sicilie, per il delicato ruolo strategico che il centro agricolo possedeva: situata nel cuore del Tavoliere, crocevia di comunicazioni, la sua importanza era dovuta anche grazie al settore pastorizio, col fondamentale compito logistico di smistamento, censimento e tassazione delle numerose greggi di ovini (grazie al secolare fenomeno della transumanza). La relativa vicinanza geografica e politica di Foggia con la capitale Napoli, oltre all’enorme contributo per la fornitura di derrate alimentari, in particolare grano, e di sostegno economico derivante dalle attività sopraindicate, ha fatto sì che presso il governo Reale godesse di enorme considerazione e prestigio, tanto da essere annoverata come una “vice capitale” sui generis del Regno. In virtù di questo privilegio, verso la fine del diciottesimo secolo, la città dauna fu scelta come sede di un evento di particolare importanza, ossia le nozze Reali tra il Principe ereditario Francesco di Borbone e la principessa Clementina d’Austria.
In previsione di questo evento, che avrebbe coinvolto l’intera città, Palazzo Dogana venne invaso da muratori, stuccatori, decoratori, fabbri e falegnami. Il palazzo venne ridipinto a nuovo all’interno e all’esterno, furono chiuse porte ed altre se ne aprirono, molti soffitti vennero rifatti, le cucine subirono spostamenti e fu creata una bottiglieria ed una biscotteria con forno esterno. Stucchi, decorazioni, dipinti nobilitarono e completarono gli ambienti.
Al primo piano vennero allestiti gli appartamenti reali, quello dello sposo e quello della sposa. Alle dame di compagnia e alle cameriere venne riservato il secondo piano, mentre, dove erano situate le originarie carceri maschili, al piano terra, in seguito allo sgombero e alla successiva disinfestazione, vennero allestiti i locali per ospitare il corpo dei granatieri reali.
Il Salone del Tribunale, dopo la cerimonia religiosa in Cattedrale, divenne il centro di grandi festeggiamenti, allietati per l’occasione dall’esecuzione del melodramma gioioso “Daunia Felice”, appositamente composto da Giovanni Paisiello, musicista e compositore tarantino, di fama europea, autore dell’inno nazionale delle Due Sicilie.
Tanto calda e generosa fu l’accoglienza di Foggia e delle sue più ricche famiglie (che contribuirono generosamente al prestito pubblico lanciato per finanziare i preparativi) che il Re elevò a rango di marchesi i casati dei Freda, dei Celentano, dei Filiasi e dei Saggese.






