lunedì 24 giugno 2013

L’INDUSTRIA DELLA MUSICA

È inevitabile che il trascorrere del tempo apporti continui cambiamenti al mondo e agli uomini. Una  parte dell’umanità  possiede, per cultura o per intelligenza, la capacità di adattarsi ai cambiamenti, oggi ancora più veloci e caotici. Ma di fianco a questa, esiste un’altra parte di uomini che i cambiamenti non li accetta immediatamente e spesso si trincera in rassicuranti abitudini e in nostalgici ricordi della loro vita passata, cosa che li rende più sicuri e più “protetti” nella società. Il pensiero dominante della nostra epoca  è quello che qualsiasi novità sia sempre migliore e più completa di una situazione già esistente, che agli occhi della maggioranza diventa “vecchia”, superata, obsoleta. Ma a volte esistono delle formidabili eccezioni, e la storia ce lo insegna. I casi sono molteplici e qui, visto che parliamo prevalentemente di musica, un esempio memorabile da citare è quello degli anni 80 e degli anni 90, un ventennio che, nonostante i grandi fasti e le innumerevoli novità che ha proposto, ha costituito senza dubbio un paradossale regresso qualitativo rispetto alla grande ed evoluta stagione beat, rock progressive e cantautoriale degli anni 60 e 70!
 Oggi pare che questo trend al regresso continui ancora, col risultato che la gran parte dei fruitori di musica è oramai "ineducata" nel gusto, ma anche incapace di scegliere, di scindere la qualità dalla mediocrità. L’industria discografica, a differenza di quarant’anni fa, ha smesso di investire, di scoprire, di rischiare, non per incapacità, ma per una scelta voluta: essa cerca la sicurezza di un prodotto di sicuro successo, che si possa “vendere” senza rischi e imprevisti. La miriade di piccole case discografiche indipendenti degli anni 70, ha lasciato il posto ai mega colossi delle multinazionali, il cui solo interesse è quello di fare utili per i propri azionisti. Questa prosaica strategia economica fa si che il gusto del grande pubblico possa essere veicolabile e poi comodamente soddisfatto: si propone un prodotto che tendenzialmente piacerà alla maggioranza, a prescindere dalla qualità. Se non fosse per le piccole produzioni indipendenti, cosiddette di nicchia, al mondo ascolteremmo tutti la stessa musica e ammireremmo tutti gli stessi idoli, le “pop star” costruite per veicolare il gusto e i dollari! Questo ha fatto si che si creasse una profonda frattura fra la musica di facile consumo e quella considerata “alternativa”, “colta”, “impegnata”, presente oramai solo in contesti ristretti. Complice di questa strategia commerciale è senz’altro la televisione, che costituisce il mezzo più potente per forgiare i nuovi “artisti” e plasmare il gusto musicale ed estetico di chi la guarda. I talent show sono nati proprio per questo scopo, ottimizzando al meglio le produzioni “seriali”: la TV organizza il programma, ottiene gli ascolti e riempie il palinsesto; successivamente la casa discografica, che sponsorizza i programmi, si troverà con un “prodotto” già pronto, giovani interpreti divenuti celebri ancor prima di incidere dischi, personaggi da gossip che stuzzicano l’interesse e le aspettative del pubblico. Con queste premesse, i dischi si venderanno praticamente da soli! Molti addetti ai lavori e con loro personaggi più o meno celebri, intervengono a difesa di questo sistema, portando a pretesto il fatto di come oggi sia diventato difficile fare musica e che anzi queste “occasioni” sono un toccasana per la carriera e l’opportunità  di chi vuole cantare: teoria  falsa e facilmente confutabile!


Ma si sa che ogni medaglia ha il suo rovescio. In effetti la maggior parte dei giovani partecipanti a questi programmi è inesorabilmente destinata a ritornare nel dimenticatoio, ma anche per quelli che proseguono non sempre il percorso è agevole, in quanto questi "artisti" difficilmente posseggono una adeguata corazza per fronteggiare l'improvvisa celebrità, oltre alla grande responsabilità di costruirsi un percorso artistico solido e duraturo. Se i talent show costituiscono una corsia privilegiata per chi vuole intraprendere una carriera artistica, c’è sempre un dazio da pagare! Innanzitutto l’assenza di un percorso formativo di questi artisti in erba, quella che veniva comunemente definita “gavetta”, che permette di acquisire competenze, esperienza, padronanza delle situazioni.  La gavetta che permette di misurarsi con un pubblico “vero”, non fittizio ed “ammaestrato” come quello televisivo, talvolta un pubblico esigente, dal palato fine, arbitro di ogni esibizione e spesso giudice di una carriera artistica.  La gavetta permette l’immersione negli ambienti idonei, negli spazi musicali della città, nei club, nei circoli, nelle cantine, in cui ci si confronta, ci si sfida e dove avviene un fitto scambio di idee, proposte, consigli. Negli anni 70 esistevano in Italia le cosiddette  “scuole” musicali, composte da cantautori, parolieri e musicisti immersi negli ambienti artistici di una stessa città: quindi si parlava di scuola romana, milanese, bolognese, genovese, napoletana, ognuna con precipue caratteristiche che ne denotavano la provenienza. Quelle erano fucine, laboratori a cielo aperto, dove si sono formati schiere di musicisti e cantautori di talento: la musica si respirava nell’aria, bastava individuarla e catturarla, poi magari “intrappolarla” su un disco in vinile! Ma lo stesso valeva per le diverse città del mondo: basti ricordare  Londra, New York, Liverpool, Dublino,  Rio de Janeiro, San Francisco, Berlino, Los Angeles, Glasgow e, in anni più recenti, la Seattle del grunge e la Manchester dell' alternative rock britannico.                                                                         

        Oggi, spesso, i talent show strappano questi giovani interpreti alla solitudine delle loro camerette, alla iperprotezione delle famiglie o delle piccole e chiuse comunità in cui vivono. Non è raro che poi, partecipando ai suddetti talent, questi vengano portati a confrontarsi con repertori di artisti del passato che nemmeno conoscono, ma che, per esigenza di copione, devono interpretare, con la pretesa di “sentire propria” quella musica!!! Ogni buon musicista è obbligato a possedere un minimo di cultura musicale, a conoscere i grandi nomi del passato, a sapere chi prima di lui ha aperto la strada ai nuovi orizzonti musicali e ha osato superare le barriere della musica facile, concedendosi alla sperimentazione, inventando nuovi percorsi, esplorando la jungla delle contaminazioni.                                                                                                      

    L’altra “anomalia” è quella dell’assenza  di varietà di linguaggi musicali. I talent show sono impostati in maniera univoca, alla ricerca di voci talentuose, potenti, "originali"; ma la storia del pop e del rock ci insegna che l’espressione musicale è un insieme di fattori, che talvolta in maniera inspiegabile, ha permesso ad artisti o band di avere un enorme consenso e un impatto culturale planetario. Di esempi ne esistono a decine e se ci si sofferma su ognuno di essi, si nota chiaramente che la comunicatività del linguaggio che hanno espresso i Beatles, Elvis Presley, i Doors, i Led Zeppelin, i Pink Floyd, i Rolling Stones, esula da una semplice e solitaria “bella voce” o da una bella presenza, ma è impregnata di svariate componenti, che spesso anche i più esperti hanno difficoltà a spiegare!  Nei talent show chiunque osa ribellarsi alla dittatura della “bella voce” è già finito, eliminato, escluso: non sono ammessi toni, linguaggi e generi musicali inusuali, fuori dagli schemi, che non sia la solita vocina impostata, oppure voci apparentemente “inascoltabili”, come quella di Tom Waits o del nostro Paolo Conte. C’è da aggiungere che durante questi programmi televisivi si induce il concorrente a “misurarsi” con brani che a volte sono molto differenti tra di loro, non rispettando così quelle che sono le peculiarità e la natura del “concorrente”, magari incline a cantare un genere musicale piuttosto che un altro. Inoltre, nel dare eccessiva importanza alla voce e al personaggio, si vanno inevitabilmente ad inficiare due elementi vitali per la sopravvivenza del pop e del rock: la qualità strumentale e il lavoro degli autori, parolieri e compositori.  L’industria della musica sta producendo, con la sua catena di montaggio, un esercito di cloni che ha invaso il mercato e le vite di ognuno di noi. Spero  almeno che nell’immenso pubblico, esista qualcuno ancora capace di “ribellarsi”.     


 


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