Quello italiano è sempre stato un campionato
apparentemente monotono, dominato com’era e com’è dai soliti squadroni delle
ricche città del nord, vedi Milano e Torino, con qualche piccola concessione
alla capitale Roma e con altre rare eccezioni, che comunque confermano la
regola. E a noi le eccezioni piacciono molto….
Per non andare troppo indietro nel tempo (o forse si),
il 1970 fu la prima tra queste eccezioni:
il Cagliari
di Manlio Scopigno, detto il “filosofo”, che con 42 punti, cinque in più sulle
inseguitrici Juventus e Inter, portò lo Scudetto del campionato 69/70 nel più
lontano avamposto della provincia del pallone. Con la sua aria da grande
dissacratore, la sua passione per il whisky e il viscerale anticonformismo,
Scopigno ha attraversato il calcio italiano come un visitatore alieno,
combattendone con nonchalance i luoghi comuni più efferati.Fu la vittoria non solo di una città, ma di
un’intera regione, la Sardegna. Ma fu anche la vittoria di chi non ha mai vinto
niente, di quelle che non ti aspetti possa vincere qualcosa, specie se vive in
una terra isolata dalla quotidianità della nazione, una terra abitata da
pastori, minatori, pescatori e banditi, la terra di confine che produce poco e
dalla quale nulla ti aspetti. Lo scudetto è arrivato prima delle spiagge, prima
dell’Aga Khan e della Costa Smeralda, prima dell’Anonima Sequestri, di Briatore
e del Billionaire, prima che i milanesi la scoprissero come divertente parco
giochi per l’estate! L’unico sardo non sardo ad aver gioito sicuramente sarà
stato Fabrizio De Andrè, che l’ha amata e cantata, nonostante tutto, in maniera
viscerale. Una terra definita Italia meridionale, anche se la storia non dice
proprio così. Probabilmente perché al “vero” Sud la accomunava la bellezza
della natura, una lingua incomprensibile in alta Italia, la miseria, la disperazione e l’enorme contributo di manodopera per le fabbriche e fabbrichette
della padania!
MANLIO SCOPIGNO
Se si considera che la serie A era a 16 squadre e la
vittoria valeva due punti e il pareggio uno, al Cagliari sono bastati solo 42
punti per raggiungere l’obiettivo. Dopo aver battuto il Bari per 2 - 0,
domenica 12 aprile 1970, allo stadio Amsicora, con trentamila spettatori sugli
spalti, la festa (e il riscatto) può cominciare. Fu l’ultimo campionato che la
squadra giocò nel vecchio stadio, prima di trasferirsi al Sant’Elia.
I PROTAGONISTI
Albertosi, Martiradonna, Mancin, Cera, Niccolai, Poli,
Domenghini, Nenè, Gori, Brugnera e il leggendario Gigi Riva (rombo di tuono).
Dopo due mesi, Albertosi, Domenghini, Gori e Gigi Riva
faranno parte della nazionale italiana ai mondiali di Mexico 70, che arrivò
seconda, sconfitta dal mitico Brasile di Pelè e compagni.
La sera del 18 agosto del 2006, in una Piazza Pietro
Nenni inaspettatamente gremita, nell’ambito della Settimana della Cultura,
organizzata dall’Ortese dei Cinque Reali Siti, venne conferito uno speciale
riconoscimento, qual è L’Ortese nel Mondo, al coreografo Saverio Ariemma. Nato
ad Orta Nova, nei lontani anni settanta, come tanti altri giovani ortesi,
lasciò la città natale per inseguire i suoi sogni e realizzare i suoi progetti,
che erano e sono soprattutto di natura artistica. Trasferitosi a Roma, dopo anni
di scuola e di dura gavetta, il nostro concittadino divenne componente
importante del corpo di ballo che ha accompagnato Raffaella Carrà, sia nei
varietà Rai del sabato sera che nelle lunghe tournée in giro per l’Europa e il
Sudamerica. Lasciata la carriera di ballerino, presto si è dedicato alle
coreografie, curando svariati programmi Rai e Mediaset, prima fra tutti
Striscia La Notizia. Inoltre Saverio Ariemma ha diretto i corpi di ballo che hanno
accompagnato artisti di rilievo durante i loro tour, fra i quali Eros
Ramazzotti, Miguel Bosé e Mango.
Aziende multinazionali si sono servite della sua
competenza nell’organizzare stage e presentazioni ufficiali in grande stile di
novità e prodotti di punta: basta citare Fiat, Citroen, Telecom, Birra Ceres, L’Oreal
e Garnier.
per chi volesse conoscere gli altri post della serie "LO SAPEVI CHE...":
Da poco sono venuto a
conoscenza di un bel progetto, fra musica e divulgazione, di quella che è la nuova
forma di poesia che sono le canzoni dei cantautori storici italiani.
Parole & Note,
questo il nome del progetto, nasce da un’idea del giornalista e musicista, nonché
amico, Luca Caporale, che assieme ad una band di indubbia qualità, si ripropone
di “scoprire” singoli brani del meglio che il cantautorato italiano ha saputo
produrre negli anni passati. Un viaggio affascinante e minuzioso nella musica e nelle parole di
veri e propri poeti, quali Franco Battiato, Rino Gaetano, Francesco De
Gregori, Lucio Battisti, Francesco Guccini, Lucio Dalla, Giorgio Gaber e
Fabrizio De André. La lettura attenta dei loro testi, accompagnati dall’esecuzione
dei brani è la giusta direzione per poter apprezzare meglio un repertorio che è
patrimonio culturale della nazione. Il pubblico potrà seguire non un semplice e
tradizionale concerto, ma una nuova forma di comunicazione e di condivisione,
tenendo nella giusta considerazione ogni singola frase di testi che sono essi
stessa musica, apprezzandone la creazione, la metrica e il più profondo
significato di essi. Solo in questo modo si potrà affermare di conoscere a
fondo la personalità, lo spirito, la potenza espressiva e la sensibilità di
ogni singolo autore. Oltre a Luca Caporale al basso e alla narrazione, la band
è formata da Antonio Benedetto alla voce, Danilo Rubino alle chitarre,
Francesco Bozza al piano, John Trip alle tastiere e organo e Davide Fiore alla
batteria.
Tra i tanti fenomeni che hanno caratterizzato gli anni
ottanta, uno tra i più singolari è stato quello della enorme diffusione di formazioni
musicali formate da due elementi. Sarà stata una questione di flessibilità, o
semplice coincidenza, ma nel decennio era frequente imbattersi in questa
tipologia di band, che in alcuni casi hanno raggiunto una ragguardevole popolarità.
Come è stato tipico degli ottanta, con un forte spirito di rinascita, di eccessivo entusiasmo e di
creatività, lo stile musicale delle formazioni era eterogeneo e ognuna di
essa ha vantato dei decisi tratti di originalità. E come succede regolarmente
nelle formazioni a due elementi, per una curiosa legge non scritta, è sempre
uno dei due componenti a prevalere sull’altro, cosa che il più delle volte ne
determina lo scioglimento. Andiamo ad analizzarne qualcuna, iniziando la
rassegna con le tre formazioni che più di altre si sono ritagliate uno spazio
più ampio, di mercato e di celebrità, senza disdegnare altri duo, di
provenienza quasi sempre britannica, che invece hanno goduto di consensi più limitati, ma il cui prodotto artistico non è stato da meno dei loro colleghi più famosi.
Nel 1981, due compagni di scuola di Londra decidono di
iniziare un comune percorso artistico, essendo appassionati entrambi di soul
music e dance. Andrew Ridgeley e Georgios Kyriacos Panayiotou, in arte George
Michael, di famiglia greco-cipriota, intraprendono la loro avventura musicale,
ignari che nel giro di un paio di anni conquisteranno una notorietà planetaria.
Già dal loro primo album, Fantastic, gli
Wham! si impongono con autorevolezza
sul mercato e brani come Club Tropicana
e Bad Boys li trasformano
immediatamente in idoli. Nel 1984 producono il secondo album, Make it Big, che per la cronaca contiene
almeno quattro hits da alta classifica, tra le quali Careless Whispers e Wake me
up Beforeyou go-go e gli Stati
Uniti e l’Inghilterra salutano il duo in testa alle hit parade! A dicembre
dello stesso anno esce il 45 giri Last
Christmas e contemporaneamente George Michael partecipa al progetto Band
Aid, che culminerà nel luglio del 1985 con la sua strepitosa partecipazione al
Live Aid, allo stadio Wembley di Londra. Nel 1986 il duo si scioglie e George
Michael intraprende la sua carriera da solista, che nel giro di pochi anni lo
ricondurrà ai vertici della musica mondiale, con un suo specifico sound, fatto
di accattivanti ballate e di ritmi che strizzano l’occhio a un tipo di soul e
di dance raffinate e di grande presa.
In quegli stessi anni, nella città di Bath, il
chitarrista Roland Orzabal e il bassista Curt Smith danno il via al progetto Tears for Fears, un duo di ottimi
polistrumentisti, che nel giro di due anni, con due album da antologia, si
impongono nelle classifiche di mezzo mondo. Brani come Shout, Everybody Wants to Rule the World, Change e Mad World fanno parte oramai della
storia del pop mondiale. Il duo è ancora attivo e a fasi alterne pubblica nuovi
lavori, sempre con la stessa ricercatezza, anche se non godono più della visibilità
mediatica a loro riservata quarant’anni fa.
Nel 1980 la scozzese Annie Lennox e l’inglese Dave
Stewart, entrambi provenienti dalla band dei Tourist e all’epoca legati
sentimentalmente, al fine di sperimentare le nuove frontiere delle sonorità
elettroniche e per liberarsi da qualsiasi vincolo creativo, decisero di fondare gli Eurythmics, provvedendo sia alla
scrittura che all’arrangiamento dei brani. Inoltre il duo, non disponendo di
sufficienti finanze, riuscì ad autogestirsi una propria sala di registrazione
per poter pubblicare i propri lavori. Il grande successo arrivò nel fatidico
1983, vera età dell’oro per molti artisti, quando uscì il loro album Sweet Dream (Are made of This), e fu
l’apoteosi. Nel giro di pochi mesi il duo occupò la vetta delle classifiche
americane ed europee, mentre nello stesso anno usciva l’album successivo, Touch, che consacrò definitivamente la
band ai massimi livelli mondiali. Il grande successo proseguì per tutti gli
anni ottanta, alla fine dei quali il duo si prese una pausa di riflessione a causa di divergenze
varie, per poi riunirsi verso il 1999. Poco dopo fu comunicato lo scioglimento
definitivo. La successiva carriera solista della talentuosa Annie Lennox ha
conosciuto momenti molti produttivi e felici, con lavori davvero notevoli,
specie durante gli anni novanta.
In sintesi, questi appena citati sono i tre duetti che
negli anni ottanta hanno avuto un profilo commerciale e di popolarità davvero
alto, tanto è vero che la loro musica viene annoverata tra i grandi classici
della storia del pop di quegli anni. Ma di fianco a questi, ma con un riscontro
di popolarità decisamente inferiore, ma non meno interessanti, esistono altre
formazioni di due elementi che si sono distinte per qualità e ricercatezza (anche
se in diversi casi hanno costituito degli “one hit wonder”), e, per
chi si imbatte nella loro conoscenza, possono riservare dei sorprendenti risvolti. Ecco qui in rassegna alcuni di essi.
Metro
E’ doveroso iniziare questa breve rassegna ricordando
il duo inglese che, a detta di molti, è stato fondamentale sulla formazione di
molte band new wave e new romantic degli anni ottanta, che stavano di lì per
iniziare. Formato da Duncan Browne, abile polistrumentista ed autentico dandy
del mondo sotterraneo britannico, e dal tastierista Peter Godwin, il duo
propose un genere che univa un progressive romantico con delle sfumature folk,
il tutto condito da arrangiamenti sofisticati e da un gusto e una eleganza
compositiva fuori dal comune. L’influenza che ebbe su gruppi come i Japan, i
Roxy Music e sul movimento new romantic inglese fu notevole e lo stesso David
Bowie, nel 1983, nel suo album Let’s Dance propose una cover del loro brano più
conosciuto, Criminal World.
Yazoo
L’ex componente dei Depeche Mode, Vince Clarke,
tramite un annuncio su una rivista specializzata, conobbe e scoprì la cantante
Alison Moyet, dalle straordinarie qualità vocali. Nel 1982 uscì la loro hit Don’t Go, che li fece conoscere in tutto
il mondo.
Erasure
A quanto pare l’instancabile Vince Clarke non voleva
demordere, e in coppia con il vocalist Andy Bell formò questo duo di musica
synth pop e new wave. Dopo la pubblicazione di ben tre album, il duo si avviò
verso un inesorabile tramonto.
Communards
L’ex cantante dei Bronski Beat, Jim Somerville, nel
1985 diede vita a questo interessante sodalizio, in collaborazione con Richard
Coles, abile polistrumentista, di formazione classica, ma capace di adattarsi
alle sonorità elettro pop in voga negli anni ottanta. You are my world fu una hit davvero sorprendente, che proiettò il
duo in testa alle classifiche di mezza Europa. I Communards si distinsero
soprattutto per aver realizzato delle magnifiche cover di brani di disco music
americana.
Soft
Cell
Formatesi a Leeds nel 1979, il duo, composto da Marc
Almond, poliedrico, carismatico e geniale artista, e da David Ball, si è
distinto per un synth pop post punk di forte impatto, come anche decisamente
“forti” erano i loro testi, che trattavano di eccessi e trasgressioni. Vicini alle problematiche della comunità LGBT, il
loro successo più clamoroso rimane Tainted
Love, best seller negli Stati Uniti e in altri 17 paesi, mentre il loro
primo album, Non Stop Erotic Cabaret
è considerato uno tra i lavori più influenti della musica di tutti gli anni
ottanta e oltre.
Style
Council
Duo inglese, fondato a Woking nel 1983, da Paul
Weller, voce e chitarra, e da Mike Talbot, piano e tastiere. Il loro genere
musicale è stato alquanto insolito per l’epoca, visto che hanno proposto uno
stile di pop raffinato, dalle venature jazz e soul, fino a sfociare in un funky
morbido e ricercato. Il loro album di maggior successo è stato senza dubbio Cafè Bleu, del 1984, col quale hanno
scalato le classifiche inglesi ed europee.
Everything
But the Girl
La curiosa denominazione di questo duo inglese nasce
dallo slogan pubblicitario di un negozio di arredamenti della loro città, Hull,
in Inghilterra, che prometteva di fornire tutto per la camera da letto, tutto
eccetto la ragazza, everything but the girl appunto!!
Formato dalla cantante e bassista Tracey Thorn e dal
produttore e chitarrista Ben Watt, al pari dei loro colleghi Style Council (coi
quali hanno avuto una collaborazione nella realizzazione dell' album Cafè Bleu), la formazione ha
proposto una sorta di cool jazz pop davvero interessante, dalle sonorità discrete e intimiste, che in alcuni episodi strizzavano l'occhio ai ritmi sudamericani. Il loro album più
importante rimane Eden, del 1984.
Double
Interessante duo svizzero, formato da Felix Haug e
Kurt Maloo.Il loro unico successo è
stato senza dubbio The Captain of Her
Heart, trasmesso dalle radio di mezzo mondo, brano col quale vantano una partecipazione come super ospiti al
Festival di Sanremo del 1986.
Laid
Back
Formazione danese, attiva dal 1979, ma giunta al
successo negli anni ottanta. Formata da John Guldberg e Tim Stahl, è uno di
quei casi in cui il loro brano più celebre è più conosciuto del gruppo che lo ha
eseguito. Sunshine Reggae ha
conquistato una fama universale, pur essendo uno dei pochissimi successi del
duo.
Modern
Talking
Anche la Germania negli anni ottanta ha dato il suo
contributo alla diffusione di musica dance di largo consumo. Il duo, formato da
Dieter Bohlen e da Thomas Anders, ha prodotto delle hit che non potevano mancare
nelle serate danzanti del decennio, e successi come You’re My Heath You’re My Soul, Cheri, Cheri Lady sono entrati di
diritto nell’archivio dei ricordi di chi quegli anni li ha vissuti e li ha ballati.
Pet
Shop Boys
Formazione synth pop inglese, costituita da Neil
Tennant, cantante, chitarrista e tastierista e da Chris Lowe, tastierista.
Creatori di una dance pop dalle venature techno molto originale, il duo detiene il
record di vendita di dischi, sia in Europa che in Nord America. Una delle loro
hits più famose rimane West End Girls,
grazie alla quale hanno ricevuto numerosissimi riconoscimenti. Una curiosità:
nel 1986 pubblicano il brano Paninaro,
dedicato alla tendenza dei giovani milanesi di quegli anni. L’idea nacque durante
il tour di presentazione di un loro lavoro, quando il duo fece tappa a Milano.
Il video del brano rappresenta una fedele testimonianza e un reale spaccato della
Milano degli anni ottanta.
Dali’s
Car
Un discorso a parte merita questo straordinario duo,
che, pur non avendo ottenuto un riscontro commerciale immediato, cosa che nel
giro di pochi mesi ne determinò lo scioglimento, è riuscito a realizzare un
album di qualità notevole, tanto osannato dalla critica musicale, quanto
snobbato dal mercato. Formato da Peter Murphy, cantante dei Bauhaus e da Mick
Karn, talentuoso bassista dei Japan, il genere da loro proposto fu un gothic rock
post punk ermetico e sofisticato, di difficile lettura e per palati fini. L’album The Waking Hour uscì nel 1984 e alcuni
brani contenuti in esso furono ripubblicati nel 2010, poco prima della
prematura scomparsa di Karn.
A differenza della Gran Bretagna, in Italia il fenomeno dei duo è stato meno diffuso e
influente. Negli anni ottanta si distinsero in particolare due formazioni: i
Krisma e i Righeira.
I primi sono stati un duo di formazione decisamente techno punk, formati dai coniugi Cristina Moser e Maurizio Arcieri e sono entrati
nelle classifiche con brani come Many
Kisses e Cathode Mama, opere che hanno
vantato per la loro realizzazione importanti collaborazioni internazionali.
Il duo dei Righeira invece ha avuto un successo commerciale e una fama straordinari. A metà degli anni ottanta i torinesi Stefano Righi e
Stefano Rota, in arte Johnson e Michael Righeira, hanno lanciato delle hits
ballabili che dire celebri è dire poco: Vamos
alla Playa, No Tengo Dinero, L’estatesta
Finendo e con la hit Innamoratissimo
parteciparono al Festival di Sanremo del 1986.
per chi volesse approfondire l'argomento "fenomeni musicali anni '80", digitare sul link:
Un brano musicale
faceva < …..da lei saliva profumo di coloniali che giungevano a lui come da
una di quelle drogherie di una volta, che tenevano la porta aperta davanti alla
primavera….! > Così cantava Paolo Conte, in Boogie, versi che sembrano
calzare alla perfezione nel ricordo dell’atmosfera della più antica salumeria
di Orta Nova. Chi non è mai entrato almeno una volta nel negozio di Raffjeluccje,
che sembra esista da sempre in quella che è la prima parte di via Nazionale,
quasi un monumento per la città. In effetti la salumeria ha accompagnato la
vita di Orta Nova per più di un secolo, essendo nata nel 1866, anche se in
origine era una rivendita di prodotti ittici essiccati e salati. Questa
attività era ubicata nell’odierna sede della gastronomia mentre la salumeria
vera e propria prese l’avvio tempo dopo, poco più in là della Tabaccheria
Giacomiello, di fianco alla Oreficeria Battaglini. Nel 1940, il gestore
Giovanni Liberti cedette l’attività alla signora Maria De Finis, vedova
Ladogana e madre di Raffaele, che un anno dopo, nel 1941, spostò la sede della
salumeria nella posizione attuale (dove prima sorgeva la famosa rivendita di
pesce essiccato). Erano altri tempi, la città aveva un aspetto diverso e il
modo di fare la spesa era quasi un rituale, certamente meno frenetico e
consumistico di quello attuale e meno indirizzato al facile consumo e alla
politica dei volantini, che scientificamente convoglia la clientela verso le
direzioni più congeniali alla grande distribuzione!
Era
l’epoca dei rapporti umani e di reciproca stima e fiducia, tra il botteghiere e
il cliente, dei prodotti genuini e artigianali, che conferivano al negozio
un’atmosfera tipica e suggestiva, fatta di quel tipico profumo di alimenti
freschi, atmosfera che è rimasta impressa nella memoria delle persone di una
certa età. La peculiarità della
salumeria Ladogana è stata sempre quella, nella persona di Raffaele prima e di
Andrea adesso, di aver conservato quell’atteggiamento di “altri tempi”, per il quale il cliente ha una sua
sacralità e una forma di rispetto, a prescindere. E Raffaele, da quando ha
rilevato l’attività dalle mani della madre, nel 1952, ha fatto proprie tutte
quelle convinzioni, che hanno portato la salumeria ad attraversare interi
decenni, resistendo a molteplici cambiamenti e alla spietata concorrenza di
supermercati e grandi centri commerciali. Nel 1955 un incendio distrusse quasi
completamente il negozio, che poi risorgerà nuovo per continuare la propria
storia. Dopo diversi decenni, nel 1995,
l’esercizio passa nella mani del figlio Andrea, che rappresenta la quarta generazione
di una vera e propria dinastia. L’auspicio è quello che Andrea possa proseguire
nel tempo questa storica attività, perché, cari lettori, è difficile pensare ad
Orta Nova senza la salumeria di Raffjeluccje…!!!
50 ANNI DAL LEGGENDARIO RADUNO ROCK DI VILLA
PAMPHILI DI ROMA
Il compleanno di uno degli
eventi che ha segnato la storia musicale italiana non poteva passare
inosservato.Il grande
raduno musicale “Festival Pop
Rock” a Villa Doria Pamphili a Roma ha segnato una tappa
importante nella storia della musica italiana, la cui riscoperta ha però un
valore che oltrepassa l’ambito musicale, in quanto rivela uno spaccato sociale
e culturale dell’Italia di quegli anni. Celebrare quest’evento è un’occasione
per restituire alla comunità, e soprattutto ai giovani, un pezzetto di storia
recente. Numerosi gli eventi collaterali. Fotografie, documenti
e racconti inediti riempiranno, fino al 26 giugno, le sale della Biblioteca
Villino Corsini, all’interno del parco di Villa Doria Pamphili che ospitò il
concerto e i 100.000 spettatori che accorsero ad assistere al grande evento. Il più celebre raduno rock
della storia musicale, non solo italiana. Più di centomila giovani riempirono i
grandi spazi del parco romano, tra il 25 e il 27 maggio del 1972. Non mancarono
i grandi nomi del prog italiano, come il Banco del Mutuo Soccorso, gli Osanna,
i Trip e i Garybaldi, Aum Kaivalya, Raccomandata Ricevuta di Ritorno, Osage
Tribe. Inoltre i più importanti gruppi della scena romana (Quella Vecchia
Locanda, Fholks, il Punto, RRR, Blue Morning, Cammello Buck, Semiramis, con
alla chitarra un giovanissimo Michele Zarrillo). Non da meno gli ospiti
stranieri, tra i quali i leggendari Van Deer Graf Generator, Hawkwind,
Hookfoot. Il tutto al prezzo politico di trecento lire, a parziale rimborso
delle spese di organizzazione. Simbolo dell’evento, il pacifista carrarmato
floreale dei Trip, parcheggiato sul prato!
PER CHI DESIDERA APPROFONDIRE L'ARGOMENTO "ROCK PROGRESSIVE":
Ippolito Nievo è stato un letterato, poeta e patriota italiano, vissuto
nel diciannovesimo secolo e attivo partecipe degli eventi che hanno portato
all’unificazione degli stati italiani sotto un’unica bandiera. Nato nel 1831 a
Padova, da famiglia agiata, eavendo
vissuto la sua infanzia e la prima giovinezza fra Veneto e Friuli, negli anni
ha sviluppato una accesa insofferenza verso i dominatori austriaci, fattore che
l’ha avvicinato agli ambienti patriottici e rivoluzionari. Nel 1855 si laurea
in Legge all’università di Padova. Il padre, avvocato, vuole avviarlo alla carriera
forense, ma Ippolito sceglie di non esercitare la professione per non fare atto
di sottomissione al governo austriaco. Nel 2011 la Fazi editore ha pubblicato
un romanzo storico di Paolo Ruffilli dal titolo “L’isola e il sogno”,
interamente dedicato alla vita, breve ma avventurosa, di Ippolito Nievo,
l’autore del celebre “Le confessioni di un italiano”, opera che uscì postuma
nel 1867. Ad onore del vero, però, va detto che la vita di Nievo non fu per
niente romanzata ma ebbe risvolti piuttosto drammatici e nello stesso tempo inquietanti,
che gettano una luce cupa sulla fin troppo ridondante e stucchevolmente
retorica epopea risorgimentale.
Giovanissimo,
aveva partecipato attivamente ai moti del 1848, ma era stato l’incontro con
Giuseppe Garibaldi a condizionare la sua vita, tanto che nel 1859 si arruolò
nei Cacciatori delle Alpi, per poi indossare la camicia rossa e partecipare,
l’anno seguente, alla spedizione dei Mille. Dopo essere stato nominato vice
intendente della spedizione, il Nievo compilò un diario in cui annotava con precisione
certosina tutti gli accadimenti che si verificarono dal 5 al 28 maggio del
1860. In seguito fece ritorno a Torino, soddisfatto di aver dato il suo apporto
alla causa dell’unità nazionale. Gli viene conferito il grado di colonnello
dell’esercito piemontese.
Poco dopo la spedizione, intanto, Garibaldi venne messo da parte da
Vittorio Emanuele II, e la reggenza delle regioni meridionali affidata a
fedelissimi funzionari della corona sabauda. Da questo momento si iniziò a far
luce sulla gestione dei fondi dell’intera spedizione, fondi raccolti dalle
generose sottoscrizioni effettuate sia in Italia che all’estero (specialmente
dall’Inghilterra, dove la massoneria si diede un gran da fare!!!) e poi
cresciuti in maniera abnorme man mano che i liberatori “requisivano” le casse
del Banco di Sicilia prima e di Napoli dopo, ricche di depositi finanziari del
governo borbonico. La somma raggiunse la stratosferica cifra di 600 milioni di
lire (per rendere meglio l’idea, il corrispettivo attuale in euro è di circa
tre miliardi !!!!).
Garibaldi affidò l’amministrazione di tale ingente patrimonio ad Agostino
Bertani, medico milanese di fervente fede repubblicana, divenuto di fatti il
cassiere dei Mille. Nessuno ha mai fatto chiarezza sulla limpidezza della
gestione di Bertani, sta di fatto che il dottore meneghino, dopo breve tempo,
divenne esageratamente ricco, cosa che prima non era. A Torino pensarono bene
di affidare ad Ippolito Nievo il delicato incarico di tornare in Sicilia e
recuperare ogni sorta di documentazione sulla gestione finanziaria dell’impresa
dei mille, senza tener conto che la spedizione aveva comunque proseguito il suo
cammino, risalendo la Calabria fino a Napoli e che lungo il tragitto e nella
capitale borbonica fu requisito e prelevato tutto ciò che c’era da prendere (se
questo non si chiama furto, datemi una mano a trovargli un nome).
Nievo, nei sui resoconti, aveva annotato con precisione maniacale ogni
particolare: il numero degli arruolati, le paghe ad essi corrisposti, i costi
delle forniture militari e le spese di gestione. Spesso si era trovato in
disaccordo con i responsabili del nuovo governo dittatoriale, riscontrando una
enorme confusione e i conti che non quadravano affatto. Fra le diverse
operazioni sospette, l’acquisto di sessanta mila cappotti destinati ai
garibaldini, ma mai indossati: si scoprirà che gli stessi garibaldini li
rivendevano a basso prezzo, per intascarsi i soldi! Un numero spropositato e
ingiustificato di promozioni nell’esercito, in modo da far lievitare la paga
mensile per molti componenti la spedizione! Inoltre, nei vari reparti
dell’esercito si annotavano gli arrivi, ma non i trasferimenti e i congedi,
cosicché parte del contingente che formava il battaglione era di fatto
fittizio, ma il denaro che arrivava in base al numero dei soldati iscritti era
vero però !!!
Il Nievo soggiornò per qualche giorno a Napoli, in compagnia del suo
diretto superiore Giovanni Acerbi. Fu questi che gli indicò di recarsi a
Palermo, al fine di procurarsi la documentazione. Imbarcatosi il 15 febbraio
del 1861 sul vapore “Elettrico”,giunse a Palermo tre giorni dopo. Verso
la fine del mese, dopo aver raccolto una imponente documentazione cartacea, che
stivò in sei capienti casse, il letterato decise di far rientro a Napoli. In
una cassa in particolare, dalla quale Nievo non si separava mai, erano
contenuti molti soldi, ricevute, fatture, lettere e tutto quello che riguardava
l’ingente patrimonio garibaldino. Fra i tanti carteggi, c’erano le prove di un
finanziamento di dieci mila piastre turche (all’incirca 15 milioni di euro
attuali – la piastra turca all’epoca era la valuta con la quale avvenivano le
transazioni commerciali e finanziare nel Mediterraneo), il cui destinatario era
proprio il Garibaldi, bonifico arrivato da Londra a nome di misteriosi funzionari governativi. Per le cronache di politica europea dell’epoca, diciamo
che l’Inghilterra era favorevole al ridimensionamento del Papato e dei Borbone
del Regno delle Due Sicilie, oltre all’interesse famelico per l’enorme
ricchezza contenuta nelle banche del Regno.
Ma all’origine dell’ostilità antiborbonica della corona britannica c’era
un vecchio contenzioso sullo sfruttamento del prezioso zolfo siciliano, indispensabile
per la produzione di polvere da sparo. Inoltre, da poco era stato aperto il canale di Suez e i bastimenti inglesi, di ritorno dalle Indie, seguivano proprio la rotta mediterranea siciliana. Quindi i reali borbonici erano considerati
inaffidabili, in quanto più di una volta avevano tentato di mettere in
discussione il monopolio delle grandi compagnie inglesi nell’estrazione del
minerale ( ma i Borbone non facevano altro che praticare prezzi di mercato e al
miglior offerente !!!).
Tra le numerose prove cartacee presenti nel baule, si registrano anche
quelle da cui emergono generose ricompense per spie ed informatori segreti,
oltre a gravi responsabilità di Garibaldi e di alcuni banchieri palermitani
conniventi che avevano utilizzato fondi dei correntisti del Banco di Sicilia
per corrompere diversi generali dell’esercito borbonico, in particolare il Lanza,
che in cambio di una sostanziosa somma, ordinò a 25 mila soldati ben armati ed
equipaggiati di abbandonare Palermo e metterla in mano a 600 garibaldini della
peggior razza, sporchi, inesperti e male armati !!!
La documentazione raccolta da Ippolito Nievo era molto scottante e più di una persona aveva interesse a farla sparire. Negli
ambienti politici e giudiziari torinesi e nell’opinione pubblica piemontese,
oltre che nella libera informazione di metà ottocento, circolavano voci non
proprio edificanti, di gestioni sospette, di oscure operazioni e di avventurieri che, partiti senza un soldo dalle lande del nord per aggregarsi ai mille (gran
parte dei garibaldini imbarcati erano montanari bergamaschi, che non avevano
mai visto il mare prima di allora) erano ritornati a casa inspiegabilmente
arricchiti! Inoltre si faceva cenno a una nuova società per azioni, costituita da poco
(con quali capitali?!!) e appaltatrice dei lavori per la costruzione delle ferrovie in Sicilia, i cui maggiori azionisti, guarda caso, erano il medico Bertani e Domenico Menotti Garibaldi,
figlio primogenito di Giuseppe Garibaldi (non so se ridere o piangere) !!!
La mattina del 4 marzo 1861 Nievo si imbarcò sul vascello a vapore
“Ercole”, attraccato al molo dell’Arsenale del porto di Palermo. Sulla nave, al
comando del capitano Michele Mancino, vi erano 63 marinai, 12 passeggeri e 233
tonnellate di merci. Tra i passeggeri erano presenti alcuni ufficiali
garibaldini, che “scortavano” il letterato e le sue preziose casse. Nella notte
tra il 4 e il 5 marzo, giunti quasi in vista dell’isola di Capri, quindi molto
vicini allo sbarco, la nave improvvisamente si inabissò. Non ci fu alcun
superstite. Si trattò di una strana coincidenza, in quanto quella notte le
condizioni atmosferiche erano ottimali e il mare piuttosto calmo. Il piroscafo
non arrivò mai a Napoli e, cosa curiosa, non c’è mai stato ritrovamento di
vittime, fasciame o oggetti della nave. La notizia venne fatta giungere a
Torino solo dopo il 17 marzo 1861, data della proclamazione del nuovo regno
d’Italia. La magistratura piemontese non aprirà nessuna indagine: solo una
apatica quanto inutile inchiesta ministeriale stabilirà che la tragedia è stata
causata da un incendio dei motori del piroscafo. La versione, frutto della
volontà di chiudere in fretta il caso, convincerà ben poche persone, e
l’accaduto era destinato a rimanere in un lunghissimo oblio.
Il 5 marzo del 1961, esattamente un secolo dopo, il noto documentarista
Stanislao Nievo, pronipote di Ippolito, si mette all’opera per far luce sulla
morte dello zio. Setaccia archivi e biblioteche. Fruga nell’epistolario
dell’avo, ne ricostruisce la vita e gli ultimi giorni, chiede aiuto al famoso
esploratore e ingegnere svizzero Jacques Piccard, che gli mise a disposizione
il suo innovativo batiscafo, capace di esplorare gli abissi a notevole
profondità. Le ricerche durano otto anni e finalmente il relitto viene avvistato a
240 metri di profondità, nel tratto di mare compreso tra Punta Campanella e le
Bocche di Capri. Dalle analisi, specie quelle del vano motore, il documentarista parlò
senza mezzi termini di affondamento provocato da una esplosione, essendo stati rilevati degli ampi squarci alle caldaie. Ma chi ebbe
interesse a far saltare in aria il vascello ? A quale scopo ? Garibaldi, i suoi nemici di Torino, la corona sabauda o
gli inglesi?
Secondo alcuni storici, i servizi inglesi erano a conoscenza del viaggio
di Nievo e scortarono la nave in gran segreto, sapendo che conteneva molti
soldi. Altri parlavano di misteriosi agenti del Cavour entrati in azione su
quella nave. Non è dato saperlo. L’unica certezza è quella che i libri di
storia scolastici e celebri e affermati storici, anche contemporanei, non hanno
mai fatto cenno a questo che sembra l’ennesimo caso molto inquietante e oscuro
della storia d’Italia, probabilmente il primo.
In pochi sanno che su questa vicenda sono stati pubblicati diversi
volumi. Primo fra tutti, lo stesso pronipote del Nievo, Stanislao, che,
terminate le ricerche, diede alle stampe il volume “il prato in fondo al mare”,
del 1974 e vincitore del Premio Campiello nel 1975. Metà saggio storico e metà
diario immaginario, secondo il critico letterario Cesare Garboli si intravede
nel libro la rappresentazione di una sospetta strage di stato italiana, con la
quale si sarebbe aperta la storia dell’Italia unita. Quello delle stragi
misteriose e senza colpevoli sarà il leitmotiv
della storia italiana, fino ai giorni nostri!!!
Questa tesi viene ripresa da Umberto Eco, nel romanzo “il cimitero di
Praga”, del 2010. Il primo sporco affare di cui si occupa il suo protagonista,
il camaleontico e abilissimo falsario Simone Simonini, è proprio la
soppressione di Ippolito Nievo. Il patriota è in possesso di prove
compromettenti, che dimostrano come l’esercito borbonico sia stato sconfitto
grazie a una rete di complicità massoniche e di tradimenti di generali del
Regno delle Due Sicilie, corrotti dall’oro britannico e dai servizi segreti sabaudi.
Oltre a Eco, altri scrittori e studiosi si sono cimentati in quello che
l’antropologo Nino Buttitta, figlio del grande poeta siciliano Ignazio, ha
definito una sorta di caso Mattei ante litteram. Duilio Chiarle, Rino
Cammilleri, Lucio Zinna, Cesaremaria Glori, tutti propensi a sposare la tesi
del complotto, secondo cui l’eliminazione di Nievo era stata concepita a Torino
(per screditare la spedizione/farsa dei mille) o addirittura in ambienti
garibaldini (per occultare le malversazioni di cui si erano macchiati molti
esponenti dell’esercito e delle camicie rosse).
Sul caso Nievo è tornato lo scrittore Lorenzo Del Boca, che prende spunto
e rielabora il pensiero del suo capostipite, Carlo Alianello, la cui opera più
citata, La conquista del Sud, del 1972, è un duro atto di accusa contro la
politica di Cavour e dei Savoia, rei di una unificazione del paese artificiosa,
estranea agli interessi del Mezzogiorno e architettata in combutta col governo
britannico e le massonerie di mezza Europa. Nel suo lavoro appena ristampato
Del Boca descrive il Nievo come un pignolissimo e onesto piantagrane, che rese
impossibile la vita ai suoi vertici (Risorgimento disonorato – il lato oscuro
dell’unità d’Italia).
Per sfogare la sua amarezza, a Nievo restano soltanto le pagine dei suo
diario. E’ lì che egli annota diligentemente i piccoli e grandi ricatti subìti
nello svolgimento del suo delicato ufficio. D’altro canto, non gli sfuggiva che
il clima politico del paese stava cambiando. L’unificazione era ad un passo, e la
lotta per la supremazia nel nuovo parlamento acuiva le rivalità, i contrasti e
i reciproci sospetti tra lo schieramento liberale e quello democratico.
Dalla Sicilia, pochi giorni prima del suo imbarco per Napoli, il Nievo
scrisse una lettera a Cesare Cologna, un caro compagno di vacanze. Un paio di
foglietti, con la solita calligrafia minuta, leggermente inclinata verso destra: < …. mi conservo fanciullo.... Mi muovo per muovermi, respiro per respirare, morirò
per morire. E tutto sarà finito >. In effetti tutto finirà una settimana dopo, quando
salirà a bordo dell’Ercole.
Quel giorno l’autore delle Confessioni
d’un italiano era un giovane uomo di neanche trent’anni, “elegante,
distaccato, viso morbido, dal carattere imprevedibile, ora caldo ora gelido.
Freddo coi superiori, proteggeva i suoi subalterni come una gatta coi suoi
piccoli […]. Romantico
e razionale nell’azione, coraggioso, temeva due cose, le malattie e il mare”
(Stanislao Nievo). E il mare se lo sarebbe portato via, insieme a tanti oscuri segreti custoditi in quei bauli, ai primi vagiti della nuova Storia d'Italia, già condita di quegli ingredienti subdoli e inconfessabili che caratterizzeranno molte vicende successive.
Molti di noi non si meravigliano affatto del consolidato malcostume italiano, venuto
prepotentemente a galla e all’onore delle cronache negli ultimi trent’anni, fra
mala politica e malaffare, se i presupposti non proprio edificanti sono stati
questi: una nazione nata dalla corruzione, dal terrorismo di stato e da oscure
trame di potere.