giovedì 25 maggio 2023

COSA RESTERA’ DEGLI ANNI OTTANTA

 Tutto si può dire tranne che gli anni ottanta fossero banali.

Invadenti, colorati, chiassosi, colmi di cianfrusaglie, oggetti più o meno utili, di musica per tutti i gusti, di qualità o da dimenticare, di mode e di usi che oggi fanno sorridere.

Però tutto ha una ragione, un inizio; le parole di un figlio degli anni ottanta cercano di darne una spiegazione. Nel suo film documentario, Roma Caput Disco, uscito nel 2021, Jovanotti dichiara: ‹‹questi anni Ottanta, spesso giudicati vuoti, sono stati in realtà anni di grande esplosione creativa, anni di ricerca, in cui si è sperimentata una nuova idea di libertà. Dopo l’idea di libertà che hanno cercato gli anni Settanta attraverso l’ideologia e l’uso politico della violenza, negli anni Ottanta tutto questo venne rifiutato. Nessuno più voleva sentire parlare di terrorismo e di Rivoluzione con il tono polveroso e sanguinario che purtroppo il termine aveva assunto. Dopo la Roma degli attentati, delle stragi, delle serrande abbassate la mia generazione ha rifiutato tutto questo. Ma non vuol dire che abbiamo cercato il vuoto, abbiamo cercato altro: la vita, la sensualità, il colore. A una Roma cupa nella quale eravamo cresciuti abbiamo risposto con il colore, la pazzia, il divertimento, il far tardi. Ma non fare tardi per parlare di cambiare il mondo, bensì cambiandolo, vivendolo, divertendoci, andare a cercare il ritmo delle cose, l’esperienza. Quelli sono stati gli anni della nostra formazione ››. E puntualmente gli anni ottanta si sono trascinati con se un enorme e capiente baule di ricordi. Per chi era bambino torneranno in mente cartoni animati, merendine e marche di giocattoli; per chi era adulto, ricorderà epici eventi sportivi e modelli di auto che oggi non esistono più; invece per chi, come me, era già un ragazzo i ricordi si concentrano sui film americani, band musicali, dischi in vinile e le questioni di look!

Proprio il look (termine inglese molto in voga in quegli anni) è stato uno dei crucci degli anni ottanta, che, lungi dall’essere una semplice scelta di capi di abbigliamento da indossare, ha costituito una vera e propria filosofia di vita, quasi una questione di vita o di morte!

Così come Dante ha suddiviso i peccatori in gironi nel suo Inferno, o come la società indiana era divisa in caste, allo stesso modo la gioventù degli anni ottanta aveva le sue specifiche categorie in fatto di abbigliamento e di conseguente affiliazione a stili di vita e tendenze musicali. Sembrava che nessuno si poteva permettere di essere banalmente normale, specie se si viveva in città, nella grande città.

Eppure, anche per quelli che si volevano tirare fuori da qualsivoglia catalogazione, esisteva una categoria, che non si rifaceva ad alcuno dei dress code che determinati gruppi imponevano, che giustappunto erano definiti i normali, e, loro malgrado, destinati all’oblio e al disinteresse da parte dei mass media e di chi cercava qualcosa di speciale!

Dei singolari fenomeni di costume che andiamo ad illustrare, che sono stati tipici di quegli anni e che li hanno addirittura forgiati, cercheremo di scoprire qualcosa di più,  per semplice curiosità e per capire perché gli anni ottanta, sotto certi aspetti, sono stati originali e irripetibili. In ogni modo quelli che analizzeremo sono solo i due filoni che, secondo me,  hanno segnato indelebilmente il decennio e che di fatto non sono sopravvissuti ad esso, a differenza di altre tendenze che invece hanno continuato ad esistere oltre gli ottanta.


La rassegna inizia con la moda Gotica, comunemente definita dark, che ha visto la sua prima affermazione verso la fine dei ’70 per poi diffondersi ampiamente lungo tutti gli ottanta. Da  molti considerata affascinante, misteriosa, ermetica, dalla forte connotazione romantico/letteraria, è stato un fenomeno prettamente europeo, e in molti casi andava oltre l’abbigliamento o il semplice apparire, ma assurgeva a particolare visione della realtà, con atteggiamenti distaccati e critici verso il materialismo e la superficialità della società. Ispirata alla letteratura ottocentesca inglese, così come molti dettagli e accessori dell’abbigliamento, di chiara fattura vittoriana, i seguaci di questa filosofia tendevano ad isolarsi e a ritrovarsi in luoghi culturali e monumenti molto evocativi della propria città. La caratteristica più evidente è la tendenza ad usare il colore nero, abbigliamento stereotipato come dark (da cui il nome col quale era conosciuta in Italia), oscuro, a volte morboso, erotico. Questa “moda” includeva specifici particolari, come lo smalto nero, rossetto nero, vestiti tendenzialmente dello stesso colore, accessori metallici rigorosamente argentati, croci, capelli esclusivamente neri. Lo stile spesso riproduceva la moda romantica dell’ottocento, ma non mancavano riferimenti al punk, che faceva sentire ancora la sua forte influenza. Se l’abbigliamento era importante, non meno rilevante erano le letture di autori di ispirazione horror, noir e decadentista. E poi la musica: gli anni ottanta hanno visto l’esplosione del genere gothic nella produzione musicale, quasi prevalentemente di marca anglosassone, e i vinili di formazioni come i Cure, Bauhaus, Killing Joke, Dead can Dance, Joy Division, Siouxsie and Banshees, Cult, Theatre of Hate non potevano mancare dagli scaffali di qualsiasi dark, italiano o inglese che fosse.






















L’altra tendenza decisamente ottantina è nata e si è diffusa solo in Italia, per la precisione a Milano, dove ha preso il via verso la metà del decennio, per poi diffondersi lungo lo stivale, anche se talvolta con marcate differenze e più legata alla specificità della città in cui si manifestava. I paninari hanno visto l’embrione della loro esistenza in piazza San Babila, dove esisteva una nutrita presenza di paninoteche. La leggenda vuole che la vera genesi del movimento sia avvenuta in uno specifico bar, Al Panino (da cui la denominazione), di Piazza Liberty, sempre a Milano.

Ma è fuori dubbio che il punto di ritrovo ufficiale sia stato uno dei primi fast food di marca italiana, il Burghy di piazza San Babila, vero e proprio luogo “mitologico” dove l’immaginario e la narrazione dei paninari sono diventati letteratura giovanile.


Il movimento paninaro fu una ingenua e colorata degenerazione della tendenza giovanile legata a quell’ondata di riflusso e disimpegno che seguì gli anni settanta (così come è affermato nella dichiarazione di Jovanotti ad inizio articolo). Esso si basava su uno stile di vita fondato sull’apparenza e sul consumo e coinvolse ogni aspetto della vita quotidiana. L’ossessione per il possesso, per l’abbigliamento griffato, per le vacanze, per il successo erano codice di comportamento per qualsiasi paninaro. Questa parte di gioventù era l’autentica espressione di quell’edonismo reganiano (termine coniato da Roberto D’Agostino), che con le sue mode americane e i suoi modelli esistenziali influenzò fortemente parte della società italiana di quegli anni. Gli spot pubblicitari delle neonate tv commerciali e il cinema americano, nonché l’ampia diffusione di musica commerciale, fecero da veicolo a questa nuova, dinamica e, come si scoprirà più tardi, passeggera tendenza.

Le regole ferree del movimento imponevano un rigido e specifico dress code fatto di marchi piuttosto costosi, che di fatto determinavano una netta selezione tra i paninari. Nel guardaroba, tra gli altri, non potevano mancare assolutamente i jeans della Levi’s, i piumini Moncler, le felpe Best Company e cintura rigorosamente El Charro. Fortemente identificative del periodo, le scarpe Timberland, sia il modello Chukka, alto alla caviglia, che le classiche stringate da barca, da indossare con calze a vista, a rombi o bianche. Altro capo tipico era il giubbotto di pelle con collo in pelliccia di pecora. A completare l’opera, per i ragazzi era d’obbligo lo zaino Invicta, mentre le ragazze paninare andavano matte per la borsa postina della Naj-Oleari. Altro cult per le ragazze i paraorecchie di pelo, con cuffiette del walkman annesse.


I paninari, oltre che per l’abbigliamento si sono contraddistinti per aver coniato un complesso e incomprensibile slang, che, anche in questo caso, poteva cambiare a seconda della città di provenienza. A Milano, ad esempio...:

al brucio = alla massima velocità;  cifra = tanto (mi piace una cifra);
cinese = studente di sinistra;  cucador = il macho;  company = la compagnia;
cuccare = conquistare una sfitinzia; everyday = sempre;
fuori di melone, fuori = matto, fuori di testa;  gallo = ragazzo; gino = lo sfigato;
giusto = ottimo, secondo l’ideologia paninara (troppo giusto!); grano = denaro;
kiss = bacio (anche kissetti e kissettini e kissettoni); libidine = piacere, godimento; panozzo = panino; sapiens = i genitori; sballo = ciò che diverte (si usa ancora oggi); sfitinzia = ragazza; tamarro = un non paninaro, rozzo;
tarocco = falso, imitazione; very arrapation = sexy; very original = originale.

Un movimento così strutturato non poteva non attirare l’attenzione, oltre che dei già citati brand di abbigliamento, anche dell’editoria per giovani. Negli anni ottanta si assistette ad un vero e proprio boom di pubblicazioni: nella tasca del Moncler di ogni paninaro doc non poteva mancare l’ultimo numero di una delle tante riviste dedicate, fra le quali le più in voga erano Paninaro, per lui, e Preppy, per lei,  ma anche Sfitty, Il Cucador e Zippo Panino andavano forte. Queste riviste erano ricche di consigli per essere sempre al passo con i tempi: moda, musica, galateo, programmi tv, bellezza e soprattutto la posta del cuore!




                     
                                                                                                                                                                                                    


















Il mondo musicale vicino alla filosofia paninara era piuttosto variegato, anche se tendenzialmente si preferiva il genere synth pop e new romantic: Depeche Mode, Alphaville, Righeira, Sandy Marton, Spandau Ballet, Duran Duran, Pet Shop Boys, Sabrina Salerno, Propaganda, Tracy Spencer, Howard Jones, Bronski Beat, per citarne alcuni.

Sempre dal mondo dei paninari, nel 1985, nasce un vero e proprio caso editoriale, con la pubblicazione di un diario/romanzo ad opera di Clizia Gurrado, una giovane studentessa di Milano. Il titolo del best seller è Sposerò Simon Le Bon ed è diventato un vero e proprio cult giovanile, e, anche a distanza di quasi quarant’anni, è considerato fortemente identificativo di un epoca. Come se non bastasse, dal romanzo è stato tratto un film, con lo stesso titolo del libro e uscito nelle sale nel 1986. Sia il libro che il film ebbero grande risalto sulla stampa e nella televisione italiana e costituiscono una testimonianza autentica di quello che era il mondo dei paninari milanesi dell’epoca.

Curiosa fu anche la scelta del duo inglese dei Pet Shop Boys di pubblicare un brano dal titolo Paninaro, a seguito di un tour di presentazione di un loro lavoro, che fece tappa proprio a Milano. Il video del brano fu girato per le strade della città e nei punti aggregativi dei paninari, che tanto interesse aveva suscitato nei due musicisti d'oltre Manica.



 

 

 

 

 

giovedì 4 maggio 2023

domenica 2 aprile 2023

SAVINO DI PALMA: LA MEMORIA DEL PASSATO NEI VICOLI DI ORTA

 



Conversazione e scambi con l’autore

Il volume scritto dal nostro amico Savino non vuole essere solo un compendio di meravigliose storie e situazioni del passato della nostra città (che è fondamentale non dimenticare, ma che vengano sempre tenute in vita e in memoria) ma è soprattutto l’esercizio dei ricordi e di quel tanto di nostalgia, sentimento questo sempre visto con sospetto, ma che può avere risvolti catartici e rigeneranti. Il conoscerne il passato, la storia e lo sviluppo, aiuta a guardare la nostra città con occhi diversi, a rispettarne ogni suo aspetto, a costruire qualcosa di nuovo, a migliorare quello che già esiste, oltre che a guardare il nostro prossimo con occhi diversi, quello stesso prossimo che condivide con noi il destino di Orta Nova.

Questa città ha già subìto molti scempi e ogniqualvolta una vecchia costruzione viene demolita, per far posto il più delle volte a qualcosa di “mostruosamente” più efficiente (questa è la giustificazione) un pezzo della nostra storia viene perso per sempre. Oggi si è educati a “guardare” solo avanti, a considerare vecchio qualcosa che non fa più moda, utilità, tendenza, perché quello che è stato prima diventa necessariamente inutile, fuori tempo e da buttare.

“…gli antichi non capivano niente, non posseggono quello che abbiamo noi, erano contadini creduloni e superstiziosi, sempliciotti e ignoranti, ma come facevano a campare ?!” Quante volte abbiamo ascoltato discorsi di questo genere?                          Le vecchie case di Orta Nova, quelle del centro storico, basse, piccole e non tanto luminose, erano realizzate con le cruste: muri perimetrali spessi quasi un metro. Praticamente calde d’inverno (bastava ‘u vracijre) e fresche d’estate. Oggi viviamo nelle scatole di cemento e mattoni bucati: d’estate condizionatori per ogni stanza e inverno doppi infissi e termosifoni a palla! Le meravigliose strade con i relativi marciapiedi del centro storico erano pavimentate in pietra lavica e pietra bianca. Praticamente molto fresche, anche con le temperature a più di 40° e molto più igieniche. Avete provato a toccare l’asfalto in pieno agosto alle tre di pomeriggio ?!! E quel calore che si sprigiona dove va a finire ?!!

Quindi, chi è che non ha capito niente ??!!

Savino con la sua opera antropologica, oltre a far conoscere come è stata l’umanità ortese in due secoli e mezzo di esistenza, ci vuole allenare alla pratica dei ricordi come patrimonio comune, ci vuole spingere ad impossessarci della nostra storia, affinché partendo da questa riusciamo meglio a ricostruire la nostra identità, la comunità e un futuro migliori. Il suo volume ci dice che la storia ortese non è caratterizzata da grandi ed eclatanti avvenimenti, ma è fatta di vita quotidiana, tanto semplice quanto affascinante, di conquiste, a volte di sopravvivenza, ma ci parla anche di personaggi che in qualsiasi altra parte d’Italia avrebbero una considerazione maggiore, mentre qui sono stati per molto tempo vergognosamente ignorati (vedi il dottor Campese e il grandissimo atleta Michele Fanelli).

E’ la storia del popolo. Umile, silenzioso, capace di costruire grandi cose, di realizzare un avvenire per i loro posteri.



ORTA NOVA, 28 marzo 2023, ore 18:00

In un bar cittadino, riservato incontro con l’autore:

…considerando che questo è uno spazio incentrato soprattutto sui ricordi di vicende del passato, incentivato da una buona dose di nostalgia….

D – un libro sui ricordi di un mondo che non esiste più. Quanto importanti sono questi?

Nel mio caso, ho voluto realizzare un’opera che portasse a conoscenza delle giovani generazioni fatti e vicende di un’Orta Nova che non esiste più, ma che potrebbe aiutare ad appropriarsi della storia e dell’identità culturale della nostra comunità, perché non tutti la conoscono. E’ importante costruire un senso civico e di appartenenza in questa città.                                                                                                                                    

C’è un qualcosa di nostalgico in queste pagine?

Credo di si, soprattutto da parte di chi quel mondo lo ha vissuto, anche marginalmente. Ma è naturale che ciò avvenga. Ricordare, e a volte sospirare, con atteggiamento romantico il passato non lo ritengo affatto negativo.

I ricordi come possono incidere sul presente?

Leggendo il libro molti lettori vengono virtualmente condotti nei periodi descritti, magari in compagnia dei tanti personaggi e personalità che hanno vissuto la vita ortese tanto tempo prima di noi. L’intenzione è quella di far percepire a chi legge lo spirito e la vitalità dei nostri antenati, la cultura contadina che ci ha sempre caratterizzati, che vengono condensate in un'unica parola: solidarietà. I tempi passati che la nostra città ha attraversato non sono stati sempre positivi, anzi… quindi la cultura del mutuo soccorso e del buon vicinato hanno sempre aiutato alla sopravvivenza e al superamento di difficoltà più o meno gravi, che in tempi remoti non mancavano mai.

Leggendo il libro, che suggerimento potrebbe ricavare un amministratore politico della nostra città?

Spero quello della salvaguardia della storia e del tessuto urbano del centro storico. L’attenzione per una struttura spesso fragile qual è la parte originaria della città è fondamentale se vogliamo conservare un minimo di identità. Proteggerla dal trascorrere tempo e spesso dalle “attenzioni” non proprio “poetiche” di operazioni deturpanti e speculative. Ma è auspicabile anche un arricchimento per valorizzare al meglio quel poco di storico che ci rimane, con arredi e soluzioni consone.

Come ti immagini Orta Nova fra cinquanta o cento anni?

Con il mondo che cambia in maniera rapida e continua, a volte precipitosa e confusionaria, la previsione è quanto di più difficile da fare. Spero almeno che i nostri discendenti trovino la piazza e le vie centrali così come le stiamo vedendo noi. Riguardo alla società è tutto in divenire. E tutto così imprevedibile. Spero che qualcuno conservi e sfoglierà ancora questo libro!


PER APPROFONDIRE ARGOMENTI RIGUARDANTI ORTA NOVA E LA SUA STORIA:

https://ortanovaculturacontemporanea.blogspot.com/2021/03/gli-ipogei-di-orta-nova.html

https://ortanovaculturacontemporanea.blogspot.com/2013/10/vico-lungo-la-meta.html

https://ortanovaculturacontemporanea.blogspot.com/2013/03/al-capezzale-dello-struscio-che-fu.html

https://ortanovaculturacontemporanea.blogspot.com/2014/12/orta-nova-ieri-e-oggi.html

https://ortanovaculturacontemporanea.blogspot.com/2018/04/tratturo-incoronata.html

 

 

 


domenica 19 marzo 2023

STORIE DI CALCIO (ROMANTICO)

 

IL CAGLIARI


Quello italiano è sempre stato un campionato apparentemente monotono, dominato com’era e com’è dai soliti squadroni delle ricche città del nord, vedi Milano e Torino, con qualche piccola concessione alla capitale Roma e con altre rare eccezioni, che comunque confermano la regola. E a noi le eccezioni piacciono molto….

Per non andare troppo indietro nel tempo (o forse si), il 1970 fu la prima tra queste eccezioni:

il Cagliari di Manlio Scopigno, detto il “filosofo”, che con 42 punti, cinque in più sulle inseguitrici Juventus e Inter, portò lo Scudetto del campionato 69/70 nel più lontano avamposto della provincia del pallone. Con la sua aria da grande dissacratore, la sua passione per il whisky e il viscerale anticonformismo, Scopigno ha attraversato il calcio italiano come un visitatore alieno, combattendone con nonchalance i luoghi comuni più efferati.  Fu la vittoria non solo di una città, ma di un’intera regione, la Sardegna. Ma fu anche la vittoria di chi non ha mai vinto niente, di quelle che non ti aspetti possa vincere qualcosa, specie se vive in una terra isolata dalla quotidianità della nazione, una terra abitata da pastori, minatori, pescatori e banditi, la terra di confine che produce poco e dalla quale nulla ti aspetti. Lo scudetto è arrivato prima delle spiagge, prima dell’Aga Khan e della Costa Smeralda, prima dell’Anonima Sequestri, di Briatore e del Billionaire, prima che i milanesi la scoprissero come divertente parco giochi per l’estate! L’unico sardo non sardo ad aver gioito sicuramente sarà stato Fabrizio De Andrè, che l’ha amata e cantata, nonostante tutto, in maniera viscerale. Una terra definita Italia meridionale, anche se la storia non dice proprio così. Probabilmente perché al “vero” Sud la accomunava la bellezza della natura, una lingua incomprensibile in alta Italia, la miseria, la disperazione e l’enorme contributo di manodopera per le fabbriche e fabbrichette della padania!


MANLIO SCOPIGNO


Se si considera che la serie A era a 16 squadre e la vittoria valeva due punti e il pareggio uno, al Cagliari sono bastati solo 42 punti per raggiungere l’obiettivo. Dopo aver battuto il Bari per 2 - 0, domenica 12 aprile 1970, allo stadio Amsicora, con trentamila spettatori sugli spalti, la festa (e il riscatto) può cominciare. Fu l’ultimo campionato che la squadra giocò nel vecchio stadio, prima di trasferirsi al Sant’Elia.


  I PROTAGONISTI

Albertosi, Martiradonna, Mancin, Cera, Niccolai, Poli, Domenghini, Nenè, Gori, Brugnera e il leggendario Gigi Riva (rombo di tuono).

Dopo due mesi, Albertosi, Domenghini, Gori e Gigi Riva faranno parte della nazionale italiana ai mondiali di Mexico 70, che arrivò seconda, sconfitta dal mitico Brasile di Pelè e compagni.



 


lunedì 13 marzo 2023

LO SAPEVI CHE.....

 

La sera del 18 agosto del 2006, in una Piazza Pietro Nenni inaspettatamente gremita, nell’ambito della Settimana della Cultura, organizzata dall’Ortese dei Cinque Reali Siti, venne conferito uno speciale riconoscimento, qual è L’Ortese nel Mondo, al coreografo Saverio Ariemma. Nato ad Orta Nova, nei lontani anni settanta, come tanti altri giovani ortesi, lasciò la città natale per inseguire i suoi sogni e realizzare i suoi progetti, che erano e sono soprattutto di natura artistica. Trasferitosi a Roma, dopo anni di scuola e di dura gavetta, il nostro concittadino divenne componente importante del corpo di ballo che ha accompagnato Raffaella Carrà, sia nei varietà Rai del sabato sera che nelle lunghe tournée in giro per l’Europa e il Sudamerica. Lasciata la carriera di ballerino, presto si è dedicato alle coreografie, curando svariati programmi Rai e Mediaset, prima fra tutti Striscia La Notizia. Inoltre Saverio Ariemma ha diretto i corpi di ballo che hanno accompagnato artisti di rilievo durante i loro tour, fra i quali Eros Ramazzotti, Miguel Bosé e Mango.

Aziende multinazionali si sono servite della sua competenza nell’organizzare stage e presentazioni ufficiali in grande stile di novità e prodotti di punta: basta citare Fiat, Citroen, Telecom, Birra Ceres, L’Oreal e Garnier.










per chi volesse conoscere gli altri post della serie "LO SAPEVI CHE...":












giovedì 2 marzo 2023

PAROLE & NOTE

 

Da poco sono venuto a conoscenza di un bel progetto, fra musica e divulgazione, di quella che è la nuova forma di poesia che sono le canzoni dei cantautori storici italiani.

Parole & Note, questo il nome del progetto, nasce da un’idea del giornalista e musicista, nonché amico, Luca Caporale, che assieme ad una band di indubbia qualità, si ripropone di “scoprire” singoli brani del meglio che il cantautorato italiano ha saputo produrre negli anni passati. Un viaggio affascinante e minuzioso nella musica e nelle parole di veri e propri poeti, quali Franco Battiato, Rino Gaetano, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, Francesco Guccini, Lucio Dalla, Giorgio Gaber e Fabrizio De André. La lettura attenta dei loro testi, accompagnati dall’esecuzione dei brani è la giusta direzione per poter apprezzare meglio un repertorio che è patrimonio culturale della nazione. Il pubblico potrà seguire non un semplice e tradizionale concerto, ma una nuova forma di comunicazione e di condivisione, tenendo nella giusta considerazione ogni singola frase di testi che sono essi stessa musica, apprezzandone la creazione, la metrica e il più profondo significato di essi. Solo in questo modo si potrà affermare di conoscere a fondo la personalità, lo spirito, la potenza espressiva e la sensibilità di ogni singolo autore. Oltre a Luca Caporale al basso e alla narrazione, la band è formata da Antonio Benedetto alla voce, Danilo Rubino alle chitarre, Francesco Bozza al piano, John Trip alle tastiere e organo e Davide Fiore alla batteria.





 

 

 

 

venerdì 24 febbraio 2023

OTTANTA IN DUO

 

Tra i tanti fenomeni che hanno caratterizzato gli anni ottanta, uno tra i più singolari è stato quello della enorme diffusione di formazioni musicali formate da due elementi. Sarà stata una questione di flessibilità, o semplice coincidenza, ma nel decennio era frequente imbattersi in questa tipologia di band, che in alcuni casi hanno raggiunto una ragguardevole popolarità. Come è stato tipico degli ottanta, con un forte spirito di rinascita, di eccessivo entusiasmo e di creatività, lo stile musicale delle formazioni era eterogeneo e ognuna di essa ha vantato dei decisi tratti di originalità. E come succede regolarmente nelle formazioni a due elementi, per una curiosa legge non scritta, è sempre uno dei due componenti a prevalere sull’altro, cosa che il più delle volte ne determina lo scioglimento. Andiamo ad analizzarne qualcuna, iniziando la rassegna con le tre formazioni che più di altre si sono ritagliate uno spazio più ampio, di mercato e di celebrità, senza disdegnare altri duo, di provenienza quasi sempre britannica, che invece hanno goduto di consensi più limitati, ma il cui prodotto artistico non è stato da meno dei loro colleghi più famosi.

Nel 1981, due compagni di scuola di Londra decidono di iniziare un comune percorso artistico, essendo appassionati entrambi di soul music e dance. Andrew Ridgeley e Georgios Kyriacos Panayiotou, in arte George Michael, di famiglia greco-cipriota, intraprendono la loro avventura musicale, ignari che nel giro di un paio di anni conquisteranno una notorietà planetaria. Già dal loro primo album, Fantastic, gli Wham! si impongono con autorevolezza sul mercato e brani come Club Tropicana e Bad Boys li trasformano immediatamente in idoli. Nel 1984 producono il secondo album, Make it Big, che per la cronaca contiene almeno quattro hits da alta classifica, tra le quali Careless Whispers e Wake me up Before you go-go e gli Stati Uniti e l’Inghilterra salutano il duo in testa alle hit parade! A dicembre dello stesso anno esce il 45 giri Last Christmas e contemporaneamente George Michael partecipa al progetto Band Aid, che culminerà nel luglio del 1985 con la sua strepitosa partecipazione al Live Aid, allo stadio Wembley di Londra. Nel 1986 il duo si scioglie e George Michael intraprende la sua carriera da solista, che nel giro di pochi anni lo ricondurrà ai vertici della musica mondiale, con un suo specifico sound, fatto di accattivanti ballate e di ritmi che strizzano l’occhio a un tipo di soul e di dance raffinate e di grande presa.

In quegli stessi anni, nella città di Bath, il chitarrista Roland Orzabal e il bassista Curt Smith danno il via al progetto Tears for Fears, un duo di ottimi polistrumentisti, che nel giro di due anni, con due album da antologia, si impongono nelle classifiche di mezzo mondo. Brani come Shout, Everybody Wants to Rule the World, Change e Mad World fanno parte oramai della storia del pop mondiale. Il duo è ancora attivo e a fasi alterne pubblica nuovi lavori, sempre con la stessa ricercatezza, anche se non godono più della visibilità mediatica a loro riservata quarant’anni fa.




Nel 1980 la scozzese Annie Lennox e l’inglese Dave Stewart, entrambi provenienti dalla band dei Tourist e all’epoca legati sentimentalmente, al fine di sperimentare le nuove frontiere delle sonorità elettroniche e per liberarsi da qualsiasi vincolo creativo, decisero di fondare gli Eurythmics, provvedendo sia alla scrittura che all’arrangiamento dei brani. Inoltre il duo, non disponendo di sufficienti finanze, riuscì ad autogestirsi una propria sala di registrazione per poter pubblicare i propri lavori. Il grande successo arrivò nel fatidico 1983, vera età dell’oro per molti artisti, quando uscì il loro album Sweet Dream (Are made of This), e fu l’apoteosi. Nel giro di pochi mesi il duo occupò la vetta delle classifiche americane ed europee, mentre nello stesso anno usciva l’album successivo, Touch, che consacrò definitivamente la band ai massimi livelli mondiali. Il grande successo proseguì per tutti gli anni ottanta, alla fine dei quali il duo si prese una pausa di riflessione a causa di divergenze varie, per poi riunirsi verso il 1999. Poco dopo fu comunicato lo scioglimento definitivo. La successiva carriera solista della talentuosa Annie Lennox ha conosciuto momenti molti produttivi e felici, con lavori davvero notevoli, specie durante gli anni novanta.


In sintesi, questi appena citati sono i tre duetti che negli anni ottanta hanno avuto un profilo commerciale e di popolarità davvero alto, tanto è vero che la loro musica viene annoverata tra i grandi classici della storia del pop di quegli anni. Ma di fianco a questi, ma con un riscontro di popolarità decisamente inferiore, ma non meno interessanti, esistono altre formazioni di due elementi che si sono distinte per qualità e ricercatezza (anche se in diversi casi hanno costituito degli “one hit wonder”), e, per chi si imbatte nella loro conoscenza, possono riservare dei sorprendenti risvolti. Ecco qui in rassegna alcuni di essi.

Metro

E’ doveroso iniziare questa breve rassegna ricordando il duo inglese che, a detta di molti, è stato fondamentale sulla formazione di molte band new wave e new romantic degli anni ottanta, che stavano di lì per iniziare. Formato da Duncan Browne, abile polistrumentista ed autentico dandy del mondo sotterraneo britannico, e dal tastierista Peter Godwin, il duo propose un genere che univa un progressive romantico con delle sfumature folk, il tutto condito da arrangiamenti sofisticati e da un gusto e una eleganza compositiva fuori dal comune. L’influenza che ebbe su gruppi come i Japan, i Roxy Music e sul movimento new romantic inglese fu notevole e lo stesso David Bowie, nel 1983, nel suo album Let’s Dance propose una cover del loro brano più conosciuto, Criminal World.



Yazoo

L’ex componente dei Depeche Mode, Vince Clarke, tramite un annuncio su una rivista specializzata, conobbe e scoprì la cantante Alison Moyet, dalle straordinarie qualità vocali. Nel 1982 uscì la loro hit Don’t Go, che li fece conoscere in tutto il mondo.

Erasure

A quanto pare l’instancabile Vince Clarke non voleva demordere, e in coppia con il vocalist Andy Bell formò questo duo di musica synth pop e new wave. Dopo la pubblicazione di ben tre album, il duo si avviò verso un inesorabile tramonto.

Communards

L’ex cantante dei Bronski Beat, Jim Somerville, nel 1985 diede vita a questo interessante sodalizio, in collaborazione con Richard Coles, abile polistrumentista, di formazione classica, ma capace di adattarsi alle sonorità elettro pop in voga negli anni ottanta. You are my world fu una hit davvero sorprendente, che proiettò il duo in testa alle classifiche di mezza Europa. I Communards si distinsero soprattutto per aver realizzato delle magnifiche cover di brani di disco music americana.

Soft Cell

Formatesi a Leeds nel 1979, il duo, composto da Marc Almond, poliedrico, carismatico e geniale artista, e da David Ball, si è distinto per un synth pop post punk di forte impatto, come anche decisamente “forti” erano i loro testi, che trattavano di eccessi e trasgressioni. Vicini alle problematiche della comunità LGBT, il loro successo più clamoroso rimane Tainted Love, best seller negli Stati Uniti e in altri 17 paesi, mentre il loro primo album, Non Stop Erotic Cabaret è considerato uno tra i lavori più influenti della musica di tutti gli anni ottanta e oltre.

Style Council

Duo inglese, fondato a Woking nel 1983, da Paul Weller, voce e chitarra, e da Mike Talbot, piano e tastiere. Il loro genere musicale è stato alquanto insolito per l’epoca, visto che hanno proposto uno stile di pop raffinato, dalle venature jazz e soul, fino a sfociare in un funky morbido e ricercato. Il loro album di maggior successo è stato senza dubbio Cafè Bleu, del 1984, col quale hanno scalato le classifiche inglesi ed europee.



Everything But the Girl

La curiosa denominazione di questo duo inglese nasce dallo slogan pubblicitario di un negozio di arredamenti della loro città, Hull, in Inghilterra, che prometteva di fornire tutto per la camera da letto, tutto eccetto la ragazza, everything but the girl appunto!!

Formato dalla cantante e bassista Tracey Thorn e dal produttore e chitarrista Ben Watt, al pari dei loro colleghi Style Council (coi quali hanno avuto una collaborazione nella realizzazione dell' album Cafè Bleu), la formazione ha proposto una sorta di cool jazz pop davvero interessante, dalle sonorità discrete e intimiste, che in alcuni episodi strizzavano l'occhio ai ritmi sudamericani. Il loro album più importante rimane Eden, del 1984.

 Double

Interessante duo svizzero, formato da Felix Haug e Kurt Maloo.  Il loro unico successo è stato senza dubbio The Captain of Her Heart, trasmesso dalle radio di mezzo mondo, brano col quale vantano una partecipazione come super ospiti al Festival di Sanremo del 1986.



Laid Back

Formazione danese, attiva dal 1979, ma giunta al successo negli anni ottanta. Formata da John Guldberg e Tim Stahl, è uno di quei casi in cui il loro brano più celebre è più conosciuto del gruppo che lo ha eseguito. Sunshine Reggae ha conquistato una fama universale, pur essendo uno dei pochissimi successi del duo.

 Modern Talking

Anche la Germania negli anni ottanta ha dato il suo contributo alla diffusione di musica dance di largo consumo. Il duo, formato da Dieter Bohlen e da Thomas Anders, ha prodotto delle hit che non potevano mancare nelle serate danzanti del decennio, e successi come You’re My Heath You’re My Soul, Cheri, Cheri Lady sono entrati di diritto nell’archivio dei ricordi di chi quegli anni li ha vissuti e li ha ballati.

Pet Shop Boys

Formazione synth pop inglese, costituita da Neil Tennant, cantante, chitarrista e tastierista e da Chris Lowe, tastierista. Creatori di una dance pop dalle venature techno molto originale, il duo detiene il record di vendita di dischi, sia in Europa che in Nord America. Una delle loro hits più famose rimane West End Girls, grazie alla quale hanno ricevuto numerosissimi riconoscimenti. Una curiosità: nel 1986 pubblicano il brano Paninaro, dedicato alla tendenza dei giovani milanesi di quegli anni. L’idea nacque durante il tour di presentazione di un loro lavoro, quando il duo fece tappa a Milano. Il video del brano rappresenta una fedele testimonianza e un reale spaccato della Milano degli anni ottanta.



Dali’s Car

Un discorso a parte merita questo straordinario duo, che, pur non avendo ottenuto un riscontro commerciale immediato, cosa che nel giro di pochi mesi ne determinò lo scioglimento, è riuscito a realizzare un album di qualità notevole, tanto osannato dalla critica musicale, quanto snobbato dal mercato. Formato da Peter Murphy, cantante dei Bauhaus e da Mick Karn, talentuoso bassista dei Japan, il genere da loro proposto fu un gothic rock post punk ermetico e sofisticato, di difficile lettura e per palati fini. L’album The Waking Hour uscì nel 1984 e alcuni brani contenuti in esso furono ripubblicati nel 2010, poco prima della prematura scomparsa di Karn.



A differenza della Gran Bretagna, in Italia il fenomeno dei duo è stato meno diffuso e influente. Negli anni ottanta si distinsero in particolare due formazioni: i Krisma e i Righeira.

I primi sono stati un duo di formazione decisamente techno punk, formati dai coniugi Cristina Moser e Maurizio Arcieri e sono entrati nelle classifiche con brani come Many Kisses e Cathode Mama, opere che hanno vantato per la loro realizzazione importanti collaborazioni internazionali.

Il duo dei Righeira invece ha avuto un successo commerciale e una fama straordinari. A metà degli anni ottanta i torinesi Stefano Righi e Stefano Rota, in arte Johnson e Michael Righeira, hanno lanciato delle hits ballabili che dire celebri è dire poco: Vamos alla Playa, No Tengo Dinero, L’estate sta Finendo e con la hit Innamoratissimo parteciparono al Festival di Sanremo del 1986.



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