mercoledì 7 giugno 2023

BUON COMPLEANNO

 Nel lontano 2006, scrivendo per L’Ortese ebbi modo di realizzare questa intervista con Mimmo Aghilar, il fondatore di Radio Orta Nova A1. Erano passati trent’anni dalla sua prima trasmissione e volevamo celebrare quell’evento con un articolo sul mensile cittadino. Ma quella fu più di una semplice intervista: l’occasione per ripercorrere e di ricordare trenta anni di storia ortese era troppo ghiotta. Una vena di nostalgia, mista a malinconia accompagnò quell’incontro, la consapevolezza di come la vita e la gioventù fossero cambiate ad Orta Nova. Prima dell’intervista vera e propria chiesi se nei tempi che stavamo vivendo ci fossero le condizioni per ripetere quella straordinaria avventura, ma la sua smorfia accompagnata dal suo silenzio erano una risposta più che esaustiva!

Certo che, in una società disgregata, qualsiasi iniziativa culturale o associativa risultano di difficile realizzazione e, pensando a quello che è stato, a quello che la nostra città, nel suo piccolo, ha prodotto nel passato, fa ancora più male. Oggi mancano tre anni al cinquantesimo compleanno di quella fondazione e questa testimonianza spero che attiri l’interesse di quelle persone che hanno voglia di conoscere e di capire un passato ricco e stimolante, nonostante la differenza di condizioni di vita e di agi rispetto ai tempi attuali. Inoltre, mi piacerebbe ricordare e dedicare questo articolo a tutti gli speakers che si sono alternati dietro la consolle di Radio Orta Nova A1.(la maggior parte dei quali amici), immaginando di ritornare, come tanti anni fa, nella sede della radio, nell’attico dell’ottavo piano del palazzo di via Matteotti, di sera molto tardi, con le luci di Orta Nova sotto di noi, nel silenzio di una sigaretta e solo con un disco che sta andando in onda e che tiene compagnia gli ascoltatori della notte.


D – COSA TI SPINSE TRENT’ANNI FA A FONDARE UNA EMITTENTE RADIOFONICA QUI AD ORTA NOVA.

R – ricordo che fu un gruppo di giovani a trascinarmi in questa avventura, in cui, oltre all’entusiasmo, occorrevano dei capitali per l’installazione. Inoltre era arrivato il momento di dare un segnale forte alla comunità ortese, ancora troppo chiusa e stagnante culturalmente.

D – LE COSE SONO ANDATE COME TU SPERAVI ?

R – in massima parte si. Ci eravamo preposti di portare il nome di Orta Nova a tutta la regione e anche oltre, visto che a un certo punto la nostra emittente si poteva ricevere anche nelle zone confinanti di Molise, Basilicata e Campania. Poi la Radio è stata per moltissimi giovani una grande famiglia, perché creava appartenenza.

D – COME E’ MUTATO IL MODO DI FARE E GESTIRE LA RADIO NEL CORSO DI TRENT’ANNI ?

R – tutto è iniziato come un gioco, una passione e un interesse comune a un gruppo di giovani. Alla metà degli anni ’70 c’erano le condizioni favorevoli perché il tutto si svolgesse in maniera lineare, libera, leggera. Col passare degli anni  sono subentrati  molti vincoli, leggi, regolamenti, obblighi, che di fatto hanno costituito un forte ostacolo. La gestione si faceva via via sempre più onerosa e le piccole emittenti come la nostra sono andate in sofferenza.

D – IL PERIODO MAGGIORMENTE POSITIVO E QUELLO NEGATIVO DI TUTTA LA GESTIONE.

R – il periodo in assoluto più bello e stimolante è stato quello successivo alla fondazione dell’emittente. Per più di dieci anni, fino a più della metà degli anni ottanta, la crescita è stata sbalorditiva: c’erano gli ascolti, le entrate pubblicitarie, l’alto gradimento. La nostra Radio organizzava molte serate, nelle sale ricevimento, in compagnia dei dj del nostro staff e organizzava anche il celeberrimo Festival della Piana, per voci nuove (antenato dei talent show attuali) in occasione della festa patronale. Il periodo negativo è iniziato alla fine degli anni ottanta, quando iniziarono a calare gli ascolti, mentre i costi di gestione si facevano sempre più proibitivi.

Un aneddoto particolare, che mi piace ricordare, è legato all’organizzazione di una mostra pittorica a cura dalla nostra redazione, mostra che fu menzionata su un settimanale di tiratura nazionale ed ebbe un servizio durante un programma della Rai !

D – PER CONCLUDERE, QUALI SONO I TUOI GUSTI MUSICALI ? COME E’ CAMBIATA LA MUSICA IN QUESTI TRENT’ANNI ?

R – i miei gusti personali restano legati a periodi che vanno dagli anni ’50 ai ’60. I miei preferiti sono Paul Anka, Neil Sedaka, Elvis Presley, Louis Armstrong, mentre tra gli italiani adoro Nico Fidenco, Gino Paoli, Mina e Gianni Morandi. La musica ha vissuto periodi molto fertili, specie nei settanta e tutti gli anni ottanta. Ultimamente ho notato una tendenza alla riscoperta di suoni del passato.



 


giovedì 25 maggio 2023

COSA RESTERA’ DEGLI ANNI OTTANTA

 Tutto si può dire tranne che gli anni ottanta fossero banali.

Invadenti, colorati, chiassosi, colmi di cianfrusaglie, oggetti più o meno utili, di musica per tutti i gusti, di qualità o da dimenticare, di mode e di usi che oggi fanno sorridere.

Però tutto ha una ragione, un inizio; le parole di un figlio degli anni ottanta cercano di darne una spiegazione. Nel suo film documentario, Roma Caput Disco, uscito nel 2021, Jovanotti dichiara: ‹‹questi anni Ottanta, spesso giudicati vuoti, sono stati in realtà anni di grande esplosione creativa, anni di ricerca, in cui si è sperimentata una nuova idea di libertà. Dopo l’idea di libertà che hanno cercato gli anni Settanta attraverso l’ideologia e l’uso politico della violenza, negli anni Ottanta tutto questo venne rifiutato. Nessuno più voleva sentire parlare di terrorismo e di Rivoluzione con il tono polveroso e sanguinario che purtroppo il termine aveva assunto. Dopo la Roma degli attentati, delle stragi, delle serrande abbassate la mia generazione ha rifiutato tutto questo. Ma non vuol dire che abbiamo cercato il vuoto, abbiamo cercato altro: la vita, la sensualità, il colore. A una Roma cupa nella quale eravamo cresciuti abbiamo risposto con il colore, la pazzia, il divertimento, il far tardi. Ma non fare tardi per parlare di cambiare il mondo, bensì cambiandolo, vivendolo, divertendoci, andare a cercare il ritmo delle cose, l’esperienza. Quelli sono stati gli anni della nostra formazione ››. E puntualmente gli anni ottanta si sono trascinati con se un enorme e capiente baule di ricordi. Per chi era bambino torneranno in mente cartoni animati, merendine e marche di giocattoli; per chi era adulto, ricorderà epici eventi sportivi e modelli di auto che oggi non esistono più; invece per chi, come me, era già un ragazzo i ricordi si concentrano sui film americani, band musicali, dischi in vinile e le questioni di look!

Proprio il look (termine inglese molto in voga in quegli anni) è stato uno dei crucci degli anni ottanta, che, lungi dall’essere una semplice scelta di capi di abbigliamento da indossare, ha costituito una vera e propria filosofia di vita, quasi una questione di vita o di morte!

Così come Dante ha suddiviso i peccatori in gironi nel suo Inferno, o come la società indiana era divisa in caste, allo stesso modo la gioventù degli anni ottanta aveva le sue specifiche categorie in fatto di abbigliamento e di conseguente affiliazione a stili di vita e tendenze musicali. Sembrava che nessuno si poteva permettere di essere banalmente normale, specie se si viveva in città, nella grande città.

Eppure, anche per quelli che si volevano tirare fuori da qualsivoglia catalogazione, esisteva una categoria, che non si rifaceva ad alcuno dei dress code che determinati gruppi imponevano, che giustappunto erano definiti i normali, e, loro malgrado, destinati all’oblio e al disinteresse da parte dei mass media e di chi cercava qualcosa di speciale!

Dei singolari fenomeni di costume che andiamo ad illustrare, che sono stati tipici di quegli anni e che li hanno addirittura forgiati, cercheremo di scoprire qualcosa di più,  per semplice curiosità e per capire perché gli anni ottanta, sotto certi aspetti, sono stati originali e irripetibili. In ogni modo quelli che analizzeremo sono solo i due filoni che, secondo me,  hanno segnato indelebilmente il decennio e che di fatto non sono sopravvissuti ad esso, a differenza di altre tendenze che invece hanno continuato ad esistere oltre gli ottanta.


La rassegna inizia con la moda Gotica, comunemente definita dark, che ha visto la sua prima affermazione verso la fine dei ’70 per poi diffondersi ampiamente lungo tutti gli ottanta. Da  molti considerata affascinante, misteriosa, ermetica, dalla forte connotazione romantico/letteraria, è stato un fenomeno prettamente europeo, e in molti casi andava oltre l’abbigliamento o il semplice apparire, ma assurgeva a particolare visione della realtà, con atteggiamenti distaccati e critici verso il materialismo e la superficialità della società. Ispirata alla letteratura ottocentesca inglese, così come molti dettagli e accessori dell’abbigliamento, di chiara fattura vittoriana, i seguaci di questa filosofia tendevano ad isolarsi e a ritrovarsi in luoghi culturali e monumenti molto evocativi della propria città. La caratteristica più evidente è la tendenza ad usare il colore nero, abbigliamento stereotipato come dark (da cui il nome col quale era conosciuta in Italia), oscuro, a volte morboso, erotico. Questa “moda” includeva specifici particolari, come lo smalto nero, rossetto nero, vestiti tendenzialmente dello stesso colore, accessori metallici rigorosamente argentati, croci, capelli esclusivamente neri. Lo stile spesso riproduceva la moda romantica dell’ottocento, ma non mancavano riferimenti al punk, che faceva sentire ancora la sua forte influenza. Se l’abbigliamento era importante, non meno rilevante erano le letture di autori di ispirazione horror, noir e decadentista. E poi la musica: gli anni ottanta hanno visto l’esplosione del genere gothic nella produzione musicale, quasi prevalentemente di marca anglosassone, e i vinili di formazioni come i Cure, Bauhaus, Killing Joke, Dead can Dance, Joy Division, Siouxsie and Banshees, Cult, Theatre of Hate non potevano mancare dagli scaffali di qualsiasi dark, italiano o inglese che fosse.






















L’altra tendenza decisamente ottantina è nata e si è diffusa solo in Italia, per la precisione a Milano, dove ha preso il via verso la metà del decennio, per poi diffondersi lungo lo stivale, anche se talvolta con marcate differenze e più legata alla specificità della città in cui si manifestava. I paninari hanno visto l’embrione della loro esistenza in piazza San Babila, dove esisteva una nutrita presenza di paninoteche. La leggenda vuole che la vera genesi del movimento sia avvenuta in uno specifico bar, Al Panino (da cui la denominazione), di Piazza Liberty, sempre a Milano.

Ma è fuori dubbio che il punto di ritrovo ufficiale sia stato uno dei primi fast food di marca italiana, il Burghy di piazza San Babila, vero e proprio luogo “mitologico” dove l’immaginario e la narrazione dei paninari sono diventati letteratura giovanile.


Il movimento paninaro fu una ingenua e colorata degenerazione della tendenza giovanile legata a quell’ondata di riflusso e disimpegno che seguì gli anni settanta (così come è affermato nella dichiarazione di Jovanotti ad inizio articolo). Esso si basava su uno stile di vita fondato sull’apparenza e sul consumo e coinvolse ogni aspetto della vita quotidiana. L’ossessione per il possesso, per l’abbigliamento griffato, per le vacanze, per il successo erano codice di comportamento per qualsiasi paninaro. Questa parte di gioventù era l’autentica espressione di quell’edonismo reganiano (termine coniato da Roberto D’Agostino), che con le sue mode americane e i suoi modelli esistenziali influenzò fortemente parte della società italiana di quegli anni. Gli spot pubblicitari delle neonate tv commerciali e il cinema americano, nonché l’ampia diffusione di musica commerciale, fecero da veicolo a questa nuova, dinamica e, come si scoprirà più tardi, passeggera tendenza.

Le regole ferree del movimento imponevano un rigido e specifico dress code fatto di marchi piuttosto costosi, che di fatto determinavano una netta selezione tra i paninari. Nel guardaroba, tra gli altri, non potevano mancare assolutamente i jeans della Levi’s, i piumini Moncler, le felpe Best Company e cintura rigorosamente El Charro. Fortemente identificative del periodo, le scarpe Timberland, sia il modello Chukka, alto alla caviglia, che le classiche stringate da barca, da indossare con calze a vista, a rombi o bianche. Altro capo tipico era il giubbotto di pelle con collo in pelliccia di pecora. A completare l’opera, per i ragazzi era d’obbligo lo zaino Invicta, mentre le ragazze paninare andavano matte per la borsa postina della Naj-Oleari. Altro cult per le ragazze i paraorecchie di pelo, con cuffiette del walkman annesse.


I paninari, oltre che per l’abbigliamento si sono contraddistinti per aver coniato un complesso e incomprensibile slang, che, anche in questo caso, poteva cambiare a seconda della città di provenienza. A Milano, ad esempio...:

al brucio = alla massima velocità;  cifra = tanto (mi piace una cifra);
cinese = studente di sinistra;  cucador = il macho;  company = la compagnia;
cuccare = conquistare una sfitinzia; everyday = sempre;
fuori di melone, fuori = matto, fuori di testa;  gallo = ragazzo; gino = lo sfigato;
giusto = ottimo, secondo l’ideologia paninara (troppo giusto!); grano = denaro;
kiss = bacio (anche kissetti e kissettini e kissettoni); libidine = piacere, godimento; panozzo = panino; sapiens = i genitori; sballo = ciò che diverte (si usa ancora oggi); sfitinzia = ragazza; tamarro = un non paninaro, rozzo;
tarocco = falso, imitazione; very arrapation = sexy; very original = originale.

Un movimento così strutturato non poteva non attirare l’attenzione, oltre che dei già citati brand di abbigliamento, anche dell’editoria per giovani. Negli anni ottanta si assistette ad un vero e proprio boom di pubblicazioni: nella tasca del Moncler di ogni paninaro doc non poteva mancare l’ultimo numero di una delle tante riviste dedicate, fra le quali le più in voga erano Paninaro, per lui, e Preppy, per lei,  ma anche Sfitty, Il Cucador e Zippo Panino andavano forte. Queste riviste erano ricche di consigli per essere sempre al passo con i tempi: moda, musica, galateo, programmi tv, bellezza e soprattutto la posta del cuore!




                     
                                                                                                                                                                                                    


















Il mondo musicale vicino alla filosofia paninara era piuttosto variegato, anche se tendenzialmente si preferiva il genere synth pop e new romantic: Depeche Mode, Alphaville, Righeira, Sandy Marton, Spandau Ballet, Duran Duran, Pet Shop Boys, Sabrina Salerno, Propaganda, Tracy Spencer, Howard Jones, Bronski Beat, per citarne alcuni.

Sempre dal mondo dei paninari, nel 1985, nasce un vero e proprio caso editoriale, con la pubblicazione di un diario/romanzo ad opera di Clizia Gurrado, una giovane studentessa di Milano. Il titolo del best seller è Sposerò Simon Le Bon ed è diventato un vero e proprio cult giovanile, e, anche a distanza di quasi quarant’anni, è considerato fortemente identificativo di un epoca. Come se non bastasse, dal romanzo è stato tratto un film, con lo stesso titolo del libro e uscito nelle sale nel 1986. Sia il libro che il film ebbero grande risalto sulla stampa e nella televisione italiana e costituiscono una testimonianza autentica di quello che era il mondo dei paninari milanesi dell’epoca.

Curiosa fu anche la scelta del duo inglese dei Pet Shop Boys di pubblicare un brano dal titolo Paninaro, a seguito di un tour di presentazione di un loro lavoro, che fece tappa proprio a Milano. Il video del brano fu girato per le strade della città e nei punti aggregativi dei paninari, che tanto interesse aveva suscitato nei due musicisti d'oltre Manica.



 

 

 

 

 

giovedì 4 maggio 2023

domenica 2 aprile 2023

SAVINO DI PALMA: LA MEMORIA DEL PASSATO NEI VICOLI DI ORTA

 



Conversazione e scambi con l’autore

Il volume scritto dal nostro amico Savino non vuole essere solo un compendio di meravigliose storie e situazioni del passato della nostra città (che è fondamentale non dimenticare, ma che vengano sempre tenute in vita e in memoria) ma è soprattutto l’esercizio dei ricordi e di quel tanto di nostalgia, sentimento questo sempre visto con sospetto, ma che può avere risvolti catartici e rigeneranti. Il conoscerne il passato, la storia e lo sviluppo, aiuta a guardare la nostra città con occhi diversi, a rispettarne ogni suo aspetto, a costruire qualcosa di nuovo, a migliorare quello che già esiste, oltre che a guardare il nostro prossimo con occhi diversi, quello stesso prossimo che condivide con noi il destino di Orta Nova.

Questa città ha già subìto molti scempi e ogniqualvolta una vecchia costruzione viene demolita, per far posto il più delle volte a qualcosa di “mostruosamente” più efficiente (questa è la giustificazione) un pezzo della nostra storia viene perso per sempre. Oggi si è educati a “guardare” solo avanti, a considerare vecchio qualcosa che non fa più moda, utilità, tendenza, perché quello che è stato prima diventa necessariamente inutile, fuori tempo e da buttare.

“…gli antichi non capivano niente, non posseggono quello che abbiamo noi, erano contadini creduloni e superstiziosi, sempliciotti e ignoranti, ma come facevano a campare ?!” Quante volte abbiamo ascoltato discorsi di questo genere?                          Le vecchie case di Orta Nova, quelle del centro storico, basse, piccole e non tanto luminose, erano realizzate con le cruste: muri perimetrali spessi quasi un metro. Praticamente calde d’inverno (bastava ‘u vracijre) e fresche d’estate. Oggi viviamo nelle scatole di cemento e mattoni bucati: d’estate condizionatori per ogni stanza e inverno doppi infissi e termosifoni a palla! Le meravigliose strade con i relativi marciapiedi del centro storico erano pavimentate in pietra lavica e pietra bianca. Praticamente molto fresche, anche con le temperature a più di 40° e molto più igieniche. Avete provato a toccare l’asfalto in pieno agosto alle tre di pomeriggio ?!! E quel calore che si sprigiona dove va a finire ?!!

Quindi, chi è che non ha capito niente ??!!

Savino con la sua opera antropologica, oltre a far conoscere come è stata l’umanità ortese in due secoli e mezzo di esistenza, ci vuole allenare alla pratica dei ricordi come patrimonio comune, ci vuole spingere ad impossessarci della nostra storia, affinché partendo da questa riusciamo meglio a ricostruire la nostra identità, la comunità e un futuro migliori. Il suo volume ci dice che la storia ortese non è caratterizzata da grandi ed eclatanti avvenimenti, ma è fatta di vita quotidiana, tanto semplice quanto affascinante, di conquiste, a volte di sopravvivenza, ma ci parla anche di personaggi che in qualsiasi altra parte d’Italia avrebbero una considerazione maggiore, mentre qui sono stati per molto tempo vergognosamente ignorati (vedi il dottor Campese e il grandissimo atleta Michele Fanelli).

E’ la storia del popolo. Umile, silenzioso, capace di costruire grandi cose, di realizzare un avvenire per i loro posteri.



ORTA NOVA, 28 marzo 2023, ore 18:00

In un bar cittadino, riservato incontro con l’autore:

…considerando che questo è uno spazio incentrato soprattutto sui ricordi di vicende del passato, incentivato da una buona dose di nostalgia….

D – un libro sui ricordi di un mondo che non esiste più. Quanto importanti sono questi?

Nel mio caso, ho voluto realizzare un’opera che portasse a conoscenza delle giovani generazioni fatti e vicende di un’Orta Nova che non esiste più, ma che potrebbe aiutare ad appropriarsi della storia e dell’identità culturale della nostra comunità, perché non tutti la conoscono. E’ importante costruire un senso civico e di appartenenza in questa città.                                                                                                                                    

C’è un qualcosa di nostalgico in queste pagine?

Credo di si, soprattutto da parte di chi quel mondo lo ha vissuto, anche marginalmente. Ma è naturale che ciò avvenga. Ricordare, e a volte sospirare, con atteggiamento romantico il passato non lo ritengo affatto negativo.

I ricordi come possono incidere sul presente?

Leggendo il libro molti lettori vengono virtualmente condotti nei periodi descritti, magari in compagnia dei tanti personaggi e personalità che hanno vissuto la vita ortese tanto tempo prima di noi. L’intenzione è quella di far percepire a chi legge lo spirito e la vitalità dei nostri antenati, la cultura contadina che ci ha sempre caratterizzati, che vengono condensate in un'unica parola: solidarietà. I tempi passati che la nostra città ha attraversato non sono stati sempre positivi, anzi… quindi la cultura del mutuo soccorso e del buon vicinato hanno sempre aiutato alla sopravvivenza e al superamento di difficoltà più o meno gravi, che in tempi remoti non mancavano mai.

Leggendo il libro, che suggerimento potrebbe ricavare un amministratore politico della nostra città?

Spero quello della salvaguardia della storia e del tessuto urbano del centro storico. L’attenzione per una struttura spesso fragile qual è la parte originaria della città è fondamentale se vogliamo conservare un minimo di identità. Proteggerla dal trascorrere tempo e spesso dalle “attenzioni” non proprio “poetiche” di operazioni deturpanti e speculative. Ma è auspicabile anche un arricchimento per valorizzare al meglio quel poco di storico che ci rimane, con arredi e soluzioni consone.

Come ti immagini Orta Nova fra cinquanta o cento anni?

Con il mondo che cambia in maniera rapida e continua, a volte precipitosa e confusionaria, la previsione è quanto di più difficile da fare. Spero almeno che i nostri discendenti trovino la piazza e le vie centrali così come le stiamo vedendo noi. Riguardo alla società è tutto in divenire. E tutto così imprevedibile. Spero che qualcuno conservi e sfoglierà ancora questo libro!


PER APPROFONDIRE ARGOMENTI RIGUARDANTI ORTA NOVA E LA SUA STORIA:

https://ortanovaculturacontemporanea.blogspot.com/2021/03/gli-ipogei-di-orta-nova.html

https://ortanovaculturacontemporanea.blogspot.com/2013/10/vico-lungo-la-meta.html

https://ortanovaculturacontemporanea.blogspot.com/2013/03/al-capezzale-dello-struscio-che-fu.html

https://ortanovaculturacontemporanea.blogspot.com/2014/12/orta-nova-ieri-e-oggi.html

https://ortanovaculturacontemporanea.blogspot.com/2018/04/tratturo-incoronata.html

 

 

 


domenica 19 marzo 2023

STORIE DI CALCIO (ROMANTICO)

 

IL CAGLIARI


Quello italiano è sempre stato un campionato apparentemente monotono, dominato com’era e com’è dai soliti squadroni delle ricche città del nord, vedi Milano e Torino, con qualche piccola concessione alla capitale Roma e con altre rare eccezioni, che comunque confermano la regola. E a noi le eccezioni piacciono molto….

Per non andare troppo indietro nel tempo (o forse si), il 1970 fu la prima tra queste eccezioni:

il Cagliari di Manlio Scopigno, detto il “filosofo”, che con 42 punti, cinque in più sulle inseguitrici Juventus e Inter, portò lo Scudetto del campionato 69/70 nel più lontano avamposto della provincia del pallone. Con la sua aria da grande dissacratore, la sua passione per il whisky e il viscerale anticonformismo, Scopigno ha attraversato il calcio italiano come un visitatore alieno, combattendone con nonchalance i luoghi comuni più efferati.  Fu la vittoria non solo di una città, ma di un’intera regione, la Sardegna. Ma fu anche la vittoria di chi non ha mai vinto niente, di quelle che non ti aspetti possa vincere qualcosa, specie se vive in una terra isolata dalla quotidianità della nazione, una terra abitata da pastori, minatori, pescatori e banditi, la terra di confine che produce poco e dalla quale nulla ti aspetti. Lo scudetto è arrivato prima delle spiagge, prima dell’Aga Khan e della Costa Smeralda, prima dell’Anonima Sequestri, di Briatore e del Billionaire, prima che i milanesi la scoprissero come divertente parco giochi per l’estate! L’unico sardo non sardo ad aver gioito sicuramente sarà stato Fabrizio De Andrè, che l’ha amata e cantata, nonostante tutto, in maniera viscerale. Una terra definita Italia meridionale, anche se la storia non dice proprio così. Probabilmente perché al “vero” Sud la accomunava la bellezza della natura, una lingua incomprensibile in alta Italia, la miseria, la disperazione e l’enorme contributo di manodopera per le fabbriche e fabbrichette della padania!


MANLIO SCOPIGNO


Se si considera che la serie A era a 16 squadre e la vittoria valeva due punti e il pareggio uno, al Cagliari sono bastati solo 42 punti per raggiungere l’obiettivo. Dopo aver battuto il Bari per 2 - 0, domenica 12 aprile 1970, allo stadio Amsicora, con trentamila spettatori sugli spalti, la festa (e il riscatto) può cominciare. Fu l’ultimo campionato che la squadra giocò nel vecchio stadio, prima di trasferirsi al Sant’Elia.


  I PROTAGONISTI

Albertosi, Martiradonna, Mancin, Cera, Niccolai, Poli, Domenghini, Nenè, Gori, Brugnera e il leggendario Gigi Riva (rombo di tuono).

Dopo due mesi, Albertosi, Domenghini, Gori e Gigi Riva faranno parte della nazionale italiana ai mondiali di Mexico 70, che arrivò seconda, sconfitta dal mitico Brasile di Pelè e compagni.



 


lunedì 13 marzo 2023

LO SAPEVI CHE.....

 

La sera del 18 agosto del 2006, in una Piazza Pietro Nenni inaspettatamente gremita, nell’ambito della Settimana della Cultura, organizzata dall’Ortese dei Cinque Reali Siti, venne conferito uno speciale riconoscimento, qual è L’Ortese nel Mondo, al coreografo Saverio Ariemma. Nato ad Orta Nova, nei lontani anni settanta, come tanti altri giovani ortesi, lasciò la città natale per inseguire i suoi sogni e realizzare i suoi progetti, che erano e sono soprattutto di natura artistica. Trasferitosi a Roma, dopo anni di scuola e di dura gavetta, il nostro concittadino divenne componente importante del corpo di ballo che ha accompagnato Raffaella Carrà, sia nei varietà Rai del sabato sera che nelle lunghe tournée in giro per l’Europa e il Sudamerica. Lasciata la carriera di ballerino, presto si è dedicato alle coreografie, curando svariati programmi Rai e Mediaset, prima fra tutti Striscia La Notizia. Inoltre Saverio Ariemma ha diretto i corpi di ballo che hanno accompagnato artisti di rilievo durante i loro tour, fra i quali Eros Ramazzotti, Miguel Bosé e Mango.

Aziende multinazionali si sono servite della sua competenza nell’organizzare stage e presentazioni ufficiali in grande stile di novità e prodotti di punta: basta citare Fiat, Citroen, Telecom, Birra Ceres, L’Oreal e Garnier.










per chi volesse conoscere gli altri post della serie "LO SAPEVI CHE...":












giovedì 2 marzo 2023

PAROLE & NOTE

 

Da poco sono venuto a conoscenza di un bel progetto, fra musica e divulgazione, di quella che è la nuova forma di poesia che sono le canzoni dei cantautori storici italiani.

Parole & Note, questo il nome del progetto, nasce da un’idea del giornalista e musicista, nonché amico, Luca Caporale, che assieme ad una band di indubbia qualità, si ripropone di “scoprire” singoli brani del meglio che il cantautorato italiano ha saputo produrre negli anni passati. Un viaggio affascinante e minuzioso nella musica e nelle parole di veri e propri poeti, quali Franco Battiato, Rino Gaetano, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, Francesco Guccini, Lucio Dalla, Giorgio Gaber e Fabrizio De André. La lettura attenta dei loro testi, accompagnati dall’esecuzione dei brani è la giusta direzione per poter apprezzare meglio un repertorio che è patrimonio culturale della nazione. Il pubblico potrà seguire non un semplice e tradizionale concerto, ma una nuova forma di comunicazione e di condivisione, tenendo nella giusta considerazione ogni singola frase di testi che sono essi stessa musica, apprezzandone la creazione, la metrica e il più profondo significato di essi. Solo in questo modo si potrà affermare di conoscere a fondo la personalità, lo spirito, la potenza espressiva e la sensibilità di ogni singolo autore. Oltre a Luca Caporale al basso e alla narrazione, la band è formata da Antonio Benedetto alla voce, Danilo Rubino alle chitarre, Francesco Bozza al piano, John Trip alle tastiere e organo e Davide Fiore alla batteria.