venerdì 14 febbraio 2014

Anni OttantA




New wave

Dopo i fasti degli anni ’60 e ’70 e dopo la tempesta provocata dal punk, sembrava che il rock dovesse soccombere sotto i possenti colpi di una rivoluzione musicale iniziata nel 1977, pronta a "rivedere" i canoni stessi della musica popolare!
I Sex Pistols e tutto il punk avevano dissacrato la musica che li aveva preceduti, lasciando terra bruciata sul campo delle idee e della creatività, ma dalle cui misere ceneri stava prendendo l’avvio una nuova onda, che di li a poco avrebbe dettato i nuovi linguaggi della musica. Non si sa se la new wave fu il tentativo di proseguimento del rock, la sua naturale evoluzione,  o il mesto progetto di annichilirlo, visto che oramai era considerato da molti un genere troppo “vecchio”, statico, datato, specie quello di stampo prog. Sta di fatto che questo nuovo fenomeno apportò un fermento eccezionale, a partire dalla fine degli anni settanta, fino a quasi tutto il decennio degli ottanta e grazie al quale si diede notevole impulso a nuovi stili, nuovi linguaggi musicali e nuove concezioni di fare e di fruire musica. In genere quando si parla di New Wave si tende ad identificarla come uno specifico genere musicale, ma queste due paroline inglesi lasciano intendere molto di più, un fenomeno culturale ampio, estremamente sfaccettato, il cui filo conduttore era la derivazione dal punk e il tentativo di semplificare l’espressione musicale, contro ogni barocchismo tanto in voga negli anni ’70.  L’operazione più ambiziosa e affascinante che la new wave portò a termine fu un approccio stilistico cosciente e motivato: il recupero, l'analisi e l'assemblaggio dei più disparati generi musicali (dal progressive al garage, dal rock'n'roll al soul, dalla psichedelia al rhythm and blues, dall'hard al funky) rielaborati in una sintesi che è cosa nuova rispetto al passato, per gusto, sensibilità e prospettiva storica. 
I "puristi" del rock non hanno mai visto di buon occhio la fenomenologia new wave, ma in molti le hanno riconosciuto l’apporto di importanti novità che questa tendenza ha offerto alla musica: sonorità lineari, minimaliste, brani costruiti su quattro accordi, non complicati tecnicamente, ma frutto di nuove ricerche sonore, introduzione dei sintetizzatori, a volte accessori del suono organico, altre volte prevalenti, la quasi totale assenza di assoli e virtuosismi all’interno dei brani, giudicati troppo esibizionistici, circensi e poco utili alla struttura del brano stesso. Da questi precisi dettami iniziarono la loro avventura artistica centinaia di band e di solisti, specie di marca anglosassone, fino ad arrivare al culmine della produzione musicale e alla massiccia esportazione di essa, su scala mondiale, definita a ragione la seconda British invasion, dopo la prima, avvenuta negli anni ’60, in piena epoca beat, ad opera dei Beatles, Rolling Stones e di altri gruppi inglesi che li seguirono.

La minuziosa attenzione ai particolari che questi artisti riservavano alle loro produzioni, si concentrava non solo sulla musica, ma anche su quella che era la crescente linea comunicativa di quegli anni: il look personale, il packaging dei dischi, ancora in vinile e la produzione di videoclip, che proprio in quegli anni stava muovendo i primi passi, con la nascita dell'emittente americana MTV. Queste ultime tendenze furono avviate e spinte nella loro diffusione anche dal fatto che quella fu un epoca di un eccessivo entusiasmo e di una epidemia di creatività, che molti artisti, grafici pubblicitari, attori, gestori e PR di locali alla moda si riciclarono come musicisti, nel tentativo, a volte goffo, altre volte ben riuscito, di intraprendere una carriera musicale alternativa. 
Essendo il panorama molto articolato, labirintico e notevolmente poliedrico, per comodità di approccio e di comprensione lo abbiamo suddiviso in diverse aree (da non intendersi assolutamente come compartimenti stagni), nel tentativo si assoggettare i componenti per affinità artistiche e di linguaggio musicale. 
Il genere che più risente degli influssi punk senza dubbio è il dark gotico: musicalmente, siamo in presenza di suoni cupi, ossessivi, tetri, mentre, dal punto di vista lirico, l'attenzione viene puntata verso atmosfere lugubri, opprimenti, malinconiche: in una parola, la cifra stilistica del dark è un romanticismo sì minimale e oscuro, ma quanto mai ricco di tensione emotiva. I nomi delle band più emblematiche sono sicuramente i Joy Division, i Cure, i Siouxie & Banshees, i primi Cocteau Twins, gli australiani Dead Can Dance, dalle atmosfere gotiche e sepolcrali, sui cui spicca la magica voce di Lisa Gerrard, i This Mortal Coil, i Bauhaus, i Sister of Mercy, Theatre of Hate, i Cult e i Mission.







Uno degli insegnamenti fondamentali del punk è che non è necessario essere virtuosi di uno strumento per poterlo suonare. Se poi associamo a questo assunto lo sviluppo tecnologico dirompente di questo periodo (con il perfezionamento dei sintetizzatori, la nascita delle batterie elettroniche), viene facile capire come anche l'elettronica wave (e il suo approccio ad essa) sia indirettamente figlia della lezione punkL’uso dell’elettronica fu appannaggio di diversi gruppi di varia estrazione: dalle atmosfere easy a quelle cupe, le band si susseguono senza soluzione di continuità. Dagli americani Devo, veri e propri pionieri della new wave, Suicide, Tuxedomoon, Television, Residents, Talking Heads, agli inglesi Depeche Mode, tutt’ora attivi, i mistici Japan di David Sylvian, dalle atmosfere ambient ed esotiche, agli Ultravox di Midge Ure e John Foxx, ai sofisticati Cabaret Voltaire, i Visage, i The The. Da menzionare anche i Roxy Music di Brian Ferry, e poi i Gang of Four, A Certain Ratio, gli Scritti Politti, Pop Group: queste quattro band  appena menzionate sono caratterizzate da una forte connotazione politica, che guardava  con particolare attenzione alla dottrina marxista, come logica risposta all’"era oscura" che il Regno Unito stava attraversando con la politica della Tatcher e all'inarrestabile sviluppo di un capitalismo cinico, selvaggio e colonialista, promosso dalla presidenza americana di marca reganiana e condiviso dalla società occidentale. 

Ma se questa è la parte “impegnata” del fenomeno new wave, di fianco esisteva anche una versione più leggera e commerciale, nell'accezione più nobile del termine però. Qui, in alcune band sono ancora presenti gli echi del punk, specie negli esordi dei primi anni ottanta e l'impronta english è decisiva. L’industria discografica in quegli anni ha vissuto la sua età dell’oro, grazie all’immenso entusiasmo che a livello planetario molte di queste band seppero suscitare, specie nei giovanissimi fans. Di questa fascia fanno parte le più celebri session che gli anni ottanta hanno partorito, tanto celebri che sono rimaste nella storia del pop di tutti i tempi. Gruppi come i Duran Duran, Spandau Ballet, Alphaville, Propaganda, gli Wham! di George Michael, Bronski Beat, Frankie goes to Hollywood, Prefab Sprout, Talk Talk, Style Council, Culture Club di Boy George, Fine Young Cannibals, Simply Red, Soft Cell, A-Ah, hanno fatto la fortuna delle multinazionali del disco!

                                                                                   

  


Rispetto alla scena internazionale, in Italia le produzioni  new wave fecero fatica a diventare un genere popolare, anche a causa della scarsa attenzione prestata dai mass media nazionali per le band di casa nostra. Tuttavia, fin dai primissimi anni ottanta si formarono numerosi gruppi in diverse città italiane, specie quelle più propense ad assorbire le mode e le istanze provenienti dall’estero. Fra le tante realtà emersero in particolare Pordenone, con l'esperimento del "Grande Complotto", un consorzio di interessanti band underground, Udine, con le prime fanzine (riviste artigianali semi clandestine, il cui significato deriva dalle parole FAN e magaZINE) e gruppi storici come Eu's Arse e Detonazione, Firenze, con i Litfiba, i Diaframma, Pancow e i Neon. Altri nomi di spicco della new wave italiana furono i catanesi Denovo, i bolognesi CCCP e Gaznevada, i ferraresi Intelligence Department, i monzesi Underground Life,  Rimini e Riccione con i Violet Eves, Bassano del Grappa con i Frigidaire Tango.
L'influenza new wave, in Italia, ebbe una serie di sfaccettature che spesso portò a diverse contaminazioni musicali soprattutto con l'elettronica ed il synthpop. Oltre alle realtà già citate, che comunque rimasero fenomeni circoscritti e underground, ci sono da menzionare altri artisti che hanno raggiunto un grado di popolarità notevole, circostanza che ha riguardato in particolar modo la scuola milanese. Alla fine degli anni settanta, con una forte connotazione punk, vanno ricordati i Decibel di Enrico Ruggeri. Dalle stesse file provenivano le Kandeggina Gang, band di sole donne, in cui si distinse una giovanissima Jo Squillo, con un repertorio irriverente e provocatorio, il primo Alberto Camerini, che successivamente ottenne un discreto successo, con delle proposte commerciali molto distanti dalla filosofia new wave, orecchiabili, impostate su ritmi elettronici, i Krisma di Maurizio Arcieri e sua moglie Christina Moser.

Nell'ambito del pop di "facile consumo" molti artisti furono abbondantemente influenzati dalla nuova onda inglese ed europea in generale: ad esempio il primissimo Scialpi, Rettore, Ivan Cattaneo, il quale fu tra i massimi esponenti italiani di quell'attitudine all'eccesso e al travestimento tipici degli anni ottanta (si pensi a Boy George). Impostati ad una new wave con sfumature più decadenti, in gran parte influenzate dal David Bowie del periodo berlinese, furono Faust'O e Garbo, le cui produzioni si sono distinte per gusto e raffinatezza. Un discorso a parte merita l’esperienza dei Matia Bazar, che, pur non avendo una radice underground, agli inizi degli anni ottanta si avvicinarono a una certa cultura artistica di avanguardia con la pubblicazione dell'album Tango, vero gioiello di elettro-pop, con interessanti sfumature new wave decadenti. 


                                                  GARBO - radioclima

A livello mediatico chi diede un notevole impulso alla diffusione e alla conoscenza della new wave, sia internazionale che italiana fu una originale trasmissione televisiva Rai, condotta da Carlo Massarini, con Mario Luzzato Fegiz, titolata Mister Fantasy, in cui si proponevano i primi e ricercati video clip, nuova forma di promozione dei brani. Qualche anno dopo irruppe il fenomeno Dee Jay Television, su Italia 1, tendenzialmente più commerciale,  in pieno boom di video musicali e di band di successo popolare.




Per chi volesse approfondire l'argomento "fenomeni musicali anni '80", digitare sui link: 






domenica 26 gennaio 2014

ANTONIO ZICOLILLO


 








Secondo memorial Antonio Zicolillo
al pari del Concerto d’Epifania, anche il Memorial Antonio Zicolillo intende proseguire quello che molto presumibilmente ambisce a diventare un appuntamento classico degli eventi culturali di Orta Nova. A giudicare dalla presenza degli ospiti,  sul palco del Cine Teatro Cicolella, la via intrapresa è quella giusta, anche per la risposta del pubblico ortese, come al solito numeroso, contento di assistere a una serata di musica live sempre entusiasmante. Se poi l’evento, oltre a ricordare quell’appassionato ed instancabile musicista che è stato Antonio Zicolillo, ha avuto uno scopo benefico (l’incasso è stato interamente devoluto alla Caritas cittadina), la presenza di un folto pubblico è stata ancora più utile e gradita. È bene ribadire come tutte le performances siano state all’altezza dell’evento, cosa che ha letteralmente catturato l’attenzione del pubblico, i cui sentimenti sono stati divisi a metà tra stupore e commossa nostalgia, tra nuove proposte musicali e nel ricordo di un pioneristico mondo musicale di cinquant’anni fa, mosso dalla passione, dall’ utopia e da forti ideali. L’evento è stato anche caratterizzato da simpatici siparietti e da eccezionali partecipazioni, come quelle di Valerio Zelli, stimato autore e voce del gruppo degli ORO e l’inossidabile Rino Di Mopoli, già componente dei Delirium di Ivano Fossati, nei lontani anni ‘70. La conduzione, come sempre eccellente, è stata del compagno Pino Balestrieri, sempre disponibile e impeccabile quando viene chiamato in causa. L’auspicio per l’edizione 2015 è quello di una ulteriore evoluzione della rassegna, magari un palcoscenico aperto a tutti coloro, anche alle prime armi, che si sentono la “musica dentro”, che possa costituire una  fucina per le nuove generazioni di musicisti del comprensorio dei Cinque Reali Siti e delle vicine Cerignola ed Ascoli Satriano.
Per leggere un altro articolo sul Memorial Antonio Zicolillo:

domenica 19 gennaio 2014

New Yort Band

SECONDO CONCERTO D’EPIFANIA
Se la prima edizione è stata sorprendente, la seconda sarà memorabile! Il concerto della New Yort Band tenutosi la sera del 4 gennaio, presso il Cine Teatro Cicolella di Orta Nova, sicuramente sarà ricordato a lungo dagli spettatori che hanno gremito gli spalti del capiente teatro ortese. Rispetto alla prima edizione, la qualità dello spettacolo e della musica  sono notevolmente cresciuti.  Inoltre la presenza di un ospite illustre della terra di Capitanata ha ulteriormente contribuito a richiamare  l’attenzione su questo bellissimo evento, che, come speriamo anche per i prossimi anni, arriva a concludere nel migliore dei modi le festività natalizie. La musica della New Yort Band ha fatto sì che la serata scivolasse via in maniera leggera e la presenza sul palco di Tony Santagata, precursore della diffusione della musica folk, oggi tanto di moda, ha impreziosito la già notevole prestazione dell’intera big band ortese. Interessanti le voci de due vocalist, Lucia Tanzi, con la sua potente black voice e Mino Bozza, preso in prestito dagli Alma, che ha dato un’iniezione di freschezza e di dinamicità, il tutto sotto la sapiente regia di Franco Ariemme. Quello della New Yort Band è un progetto davvero importante e l’evoluzione che questo ensemble sta vivendo è tangibile ad ogni esibizione. Inoltre la trovata di esibirsi con ospiti esterni, veri e propri special guest, durante la serata, è apparsa interessante e proficua, un modo per tenere viva e accesa l’attenzione per l’intero concerto, esperimento che spero continui per le prossime uscite della big band di Orta Nova.
Per leggere un altro articolo sulla New Yort Band andare indietro con i post in ultima pagina, oppure selezionare di fianco, l'archivio blog - 2013, Marzo.

mercoledì 1 gennaio 2014

ROMANZO DI CAPITANATA


"Quando la mattina del 29 agosto del 1900 il custode del piccolo cimitero di Carapelle aprì il cancello, si diresse verso il muro di cinta per terminare un lavoro di riparazione iniziato il giorno precedente. Passando davanti alla maestosa e decaduta cappella della famiglia Guarniello, oramai abbandonata da decenni, non poté fare a meno di notare la porta aperta: guardando attentamente, notò, in fondo alla scalinata, un uomo rannicchiato proprio davanti alla cancellata che inibiva l'ingresso alle tombe. Era il corpo esanime del "francese", che nei giorni precedenti era stato visto vagare per le vie del paese, vestito da mendicante e dall'aspetto trasandato, che, con un aria smarrita, ma allo stesso tempo curiosa, girovagava lungo le vie che circondano il palazzo Guarniello, al centro del paese, divenuto nel frattempo sede dell'autorità cittadina". 
La provincia di Foggia è stata da sempre oggetto di numerose pubblicazioni, in maggioranza guide e saggi, che hanno avuto l'obiettivo di risaltare i suoi svariati aspetti, da quelli storici a quelli turistici, paesaggistici ed enogastronomici di questa semisconosciuta terra. Raramente questo immenso territorio ha costituito una vera  ambientazione per vicende romanzesche, anche se negli ultimi tempi è in atto una timida riscoperta da parte del cinema, di produzioni di video musicali e di qualche coraggioso romanziere. Il carapellese Michele Mansolillo, col suo bel romanzo “il solco dei Guarniello”, ambientato entro i confini della provincia di Capitanata, ha colto questa possibilità, grazie alle pagine di un interessante romanzo storico, che ripercorre le vicende della famiglia Guarniello. Una bella opera, davvero convincente, che a tratti ha tutta l’aria di un avvincente thriller, diviso fra una saga familiare e torbide storie di spionaggio, quindi le giuste credenziali per coinvolgere un grande pubblico. L’opera costituisce un autentico spaccato della società meridionale e contadina antecedente l’unificazione d’Italia. Anche la terminologia, per alcuni tratti gergale, con numerosi spunti dialettali che ne accentuano la territorialità, è indovinata, soprattutto nella prima parte del romanzo, quando le trame si svolgono prevalentemente nella campagna dauna. Poi il romanzo assume una prospettiva più ampia, andandosi ad intersecare con le vicende risorgimentali, in atto negli anni in cui l'opera è ambientata. In seguito a un tragico episodio avvenuto nelle vicinanze della loro abitazione di Panni, sul Subappennino, questi umili contadini vedono cambiare il destino della propria esistenza, con degli sviluppi davvero eclatanti e positivi per l’economia della  famiglia. Il tutto si svolge agli inizi dell’Ottocento, in pieno Regno Borbonico, epoca che offre all’attento lettore svariati ed interessanti spunti che meritano ulteriori approfondimenti. Mansolillo  ripercorre le orme del romanzo storico, ossia vicende particolari di una famiglia che si vanno ad intrecciare con i grandi temi della storia,  idea che irrobustisce la trama e che permette allo scrittore di intersecare le vicende del meridione pre-unitario al piccolo ambiente contadino di provincia, col suo linguaggio, le sue consuetudini e le sue tradizioni.  L’aver tratto in salvo il giudice Larovere, di ritorno da Napoli e diretto a Trani, cambia il destino della famiglia, in quanto l’alto funzionario, per ricompensare la protezione offertagli, al riparo dai banditi e dalla morte, concede ai Guarniello la gestione di una vasta proprietà, che da Deliceto si spinge fino al Tratturo Regio, nei pressi di Carapelle. Qui la famiglia si stabilisce, in un sontuoso palazzo signorile, divenendo di fatto grande proprietaria terriera, e quindi protagonista influente del destino del piccolo villaggio. Ma è qui che succedono anche diverse vicende tragiche, come nella migliore tradizione verista, di verghiana memoria, con un richiamo alle grandi saghe familiari. Nella seconda parte del romanzo, l’attenzione dell’autore si sposta sul nipote del capostipite Ciriaco Guarniello, che porta lo stesso nome del nonno e sul quale vengono riposte le aspettative di riscatto, affinché la grande famiglia sopravviva agli anni e alla tragicità degli eventi. Il piccolo Ciriaco, dapprima destinato alla “carriera” episcopale, negli anni dell’università svolta verso uno stile di vita più “spensierato” e mondano: egli si trasferisce nella capitale Napoli, dalla quale viene folgorato, sopraffatto dalle occasioni e dalle possibilità che la grande città gli concede. È il suo personale atto d’amore verso la splendida capitale che lo ha accolto tra le sue possenti braccia. Diventa un dandy e poco si accorge dei gravi sconvolgimenti che l’intero Regno sta per vivere. Tra le tante donne, conosce e si innamora di Mildred, una conturbante inglesina, dall’aria elegante e disincantata, che ben celano la sua vera missione nella città partenopea: quella di spia inglese che, con numerosi suoi amici connazionali, sta tramando per la caduta della dinastia dei Borbone, per ordine della corona inglese e del suo famigerato ministro degli esteri, il gran maestro di massoneria, Lord Gladstone. Il romanzo assume la connotazione di opera letteraria antirisorgimentale e l’autore prende questa coraggiosa posizione non per partito preso, ma dopo attenta e doverosa documentazione presso svariati archivi, compreso quello nazionale di Vienna. La narrazione è molto scorrevole, avvincente e tratta con doverosa arguzia il clima che si respirava in quegli anni: dopo la morte di Re Ferdinando II di Borbone, il Regno passa nelle mani di Francesco II e per gli inglesi e i piemontesi era giunto il momento di agire. Ciriaco frequenta assiduamente gli ambienti della “diplomazia” anglosassone, scoprendo le trame subdole, il freddo pragmatismo e il cinismo che alberga in questi cospiratori venuti da lontano, il loro poco rispetto verso la Corona Borbonica e di riflesso verso la sua terra, la sua religione e la sua gente: si ribella al progetto che sta per capovolgere la sua stessa esistenza, ma, scoperto, per evitare tragiche conseguenze, è costretto a fuggire in Francia, poiché la “perfida albione” difficilmente tollera gli ostacoli ai propri progetti e ai disegni di conquista e sopraffazione. È l’anno 1861, quando tutto il meridione inizia a vivere il suo status di colonia, di cui ancora oggi per inerzia ne porta il fardello, con il destino di miseria a cui il Piemonte prima, e l’Italia dopo, gli hanno riservato. Ciriaco Guarniello torna a Carapelle nel 1900, solo  per scoprire la propria sconfitta, mentre la morte lo attendeva poco fuori la cappella di famiglia, nel cimitero della cittadina. Egli  aveva ricevuto grandi benefici dal Regno, ma non è stato capace di difenderlo quando era il momento, di restituirgli con riconoscenza un po’della sua “fortuna”. La sua fine desolante è parallela a quella di tutto il Mezzogiorno, la morte civile che aspetta ancora il suo riscatto.

domenica 15 dicembre 2013

compraSud

In questa epoca di forte crisi economica, dovuta principalmente all’assetto di nuovi equilibri mondiali, di fianco al consueto malcontento e al rigetto di regole e di sistemi politici e amministrativi vecchi e obsoleti, c’è chi tenta di attuare interessanti progetti anti recessione. Ma prima di addentrarci nei dettagli di un operazione di tipo commerciale, di iniziativa meridionale, è necessario riassumere alcuni dati che, lungi da qualsivoglia appartenenza politica o ubicazione geografica, credo siano inconfutabili. L’Italia è un paese che possiede un’economia duale, con zone a forte sviluppo economico e civile e zone tanto depresse da uscire da qualsiasi parametro europeo. Questa situazione, una volta definita “questione meridionale”, si trascina da più di un secolo e mezzo,  e la sua soluzione, pur essendo stata un cavallo di battaglia di schiere di politici durante accese campagne elettorali, non è mai stata seriamente e pienamente attuata. Anzi, nel tempo,  la forte economia settentrionale ha cannibalizzato la debolezza delle regioni meridionali e la classe dirigente italiana non ha la piena capacità, nonché la volontà di porre rimedio a questa anomalia, tranne che per lanciare slogan vuoti, oppure prendere provvedimenti "tampone", sotto forma di integrazioni e pensioni assistenziali.
A questo punto mi sento in dovere di introdurre un breve brano tratto da un libro di testo scolastico, pubblicazione che risale a quasi quarant'anni fa, adottata da diversi istituti di scuole superiori negli anni 80. Il libro si intitola “Sud, miti e realtà”, Editrice Ferraro, scritto da Ugo Piscopo e Giovanni D’Elia. “….nell’ambito del nuovo stato unitario, il Mezzogiorno divenne una terra da sfruttare, una colonia le cui risorse dovevano favorire lo sviluppo del nord, oltre che il consolidamento e l’espansione del potere della borghesia. L’alleanza tra questa e i proprietari terrieri del sud, che di fatto aiutarono i Savoia e Garibaldi a  rovesciare i Borbone, impediva qualunque trasformazione in senso progressista della società meridionale. Lo sviluppo capitalistico settentrionale comportava il sottosviluppo programmato del meridione: per garantire l’ammodernamento e l’ampliamento dell’apparato industriale del nord, era necessario tenere inchiodato il Sud in una condizione di inferiorità, in modo da utilizzarne le risorse economiche e umane…!”. Inoltre, emblematiche suonarono le parole del nuovo governatore della neonata banca d’Italia, Carlo Bombrini, nel lontano 1862 : “I meridionali non dovranno più essere in grado di intraprendere”.
Uno studio dell’economista Paolo Savona ha messo in evidenza il fatto che su quasi 72 miliardi di euro l’anno di acquisti effettuati dai cittadini delle regioni meridionali, ben 63 sono di beni e servizi prodotti nelle regioni del Nord. Solo una parte dei restanti 9 miliardi resta nel Mezzogiorno, essendo comprese in essi anche la quota di spese estere.

Ufficiale è il fatto che la bilancia commerciale delle Regioni settentrionali sia positiva verso i mercati del sud Italia e negativa verso l’estero – fatta eccezione per il Veneto – che ha entrambe le voci positive. Questo cosa vuol dire? Che le regioni meridionali sono il mercato di riferimento delle aziende del nord, che in molti casi operano in regime di monopolio, mancando qualsivoglia forma di concorrenza, le quali aziende, senza la quota consumo del mercato interno nazionale, sarebbero facilmente in passivo e destinate ad enormi difficoltà di gestione!
 COMPRASUD è un progetto che vari movimenti e associazioni meridionaliste hanno elaborato per alleviare, nell'immediato, i problemi economici del Mezzogiorno. Esso è affidato essenzialmente ai consumatori meridionali e non, di ogni parte d'Italia. Se costoro vogliono, senza rischi o sacrifici, aiutare i loro figli a non emigrare più, basta che scelgano mensilmente merci prodotte da aziende del Sud.
Per iniziare, a parità di prezzi e di qualità, è facile scegliere fra generi alimentari,  (pasta,  acqua minerale, olio, vino, pelati, salumi, gelati, dolci, biscotti, ecc.), oppure manufatti non alimentari di vario genere (mobili, salotti, utensili e attrezzature varie), di fabbricazione dauna, pugliese o meridionale in generale. Incominciate a pensare che, se ogni mese una famiglia di meridionali  (circa 6 milioni in Italia) spendesse 200 euro per l'acquisto di prodotti del Sud, ogni anno le nostre imprese incasserebbero minimo 14,4 miliardi di euro, che gireranno praticamente nelle nostre tasche, evitando che le imprese "forestiere" sfruttino l’economia e il mercato meridionale, con la sottrazione di materie prime, che saranno finalmente lavorate al Sud, e di preziosi capitali, che allo stato attuale prendono la fuga verso le banche, le finanziarie, le aziende di franchising e le compagnie assicurative del nord. Questo potrebbe essere un modo per ricostruire una comunità economica e culturale meridionale nel segno della solidarietà e del rispetto di tutte le categorie e di tutti i soggetti che ne fanno parte, non dimenticando che l’economia è anche cultura e identità di un popolo. I prodotti della nostra terra e del nostro lavoro parlano di noi più di qualsiasi altra cosa!


venerdì 15 novembre 2013

Lo sapevi.....


… che Demetrio Stratos, una delle voci più importanti e originali della musica popolare, condusse un'importante esperienza incentrata su sperimentazioni e ricerche vocali. I sui studi della voce come strumento, nonché una innata dote naturale, lo portarono, nel corso degli anni settanta, a raggiungere risultati al limite delle capacità umane: era in grado di padroneggiare diplofonie, trifonie e quadrifonie (due, tre e quattro suoni contemporaneamente emessi con la voce). Compì ricerche di etnomusicologia ed estensione vocale in collaborazione con il CNR di Padova, tra il 1976 e il 1978, avvicinandosi alla musica tradizionale orientale, in particolare studiando le modalità canore di alcuni popoli asiatici. Il prof. Franco Ferrero, presso il Centro Studi per le ricerche di Fonetica del CNR dell’Università di Padova, analizzò gli effetti che Stratos riusciva a produrre con la voce. La frequenza era molto elevata (le corde vocali normalmente non riescono a superare la frequenza di 1000-1200 Hz). Nonostante ciò, Demetrio Stratos otteneva non uno, ma due fischi disarmonici, uno che da 6000 Hz che scendeva di frequenza, e l’altro che da 3000 Hz che saliva.
Le analisi sulla voce di Stratos, sia quelle effettuate nel periodo 1976-78, sia le successive, hanno dimostrato che il musicista riusciva a produrre diplofonie, suoni bitonali e difonici (overtone singing), abilità diverse tra loro che è raro trovare nella stessa persona. “La voce - sosteneva Stratos - è oggi nella musica un canale che non trasmette più nulla. L’ipertrofia vocale occidentale ha reso il cantante moderno pressoché insensibile ai diversi aspetti della vocalità, isolandolo nel recinto di determinate strutture linguistiche”. Demetrio Stratos è stato il cantante del gruppo beat dei Ribelli e successivamente la voce della straordinaria session degli Area, band jazz fusion progressive, composta da musicisti di eccezionale talento.
All'età di 34 anni, nel 1979, l’artista fu colpito da una gravissima forma di anemia aplastica. Il cantante andò a curarsi al Memorial Hospital di New York. In attesa di un trapianto di midollo osseo, improvvisamente le condizioni di Stratos si aggravarono tanto da portarlo alla morte, il 13 giugno 1979, per collasso cardiocircolatorio.



La sua scomparsa sconvolse tutto il mondo dello spettacolo e quel giorno l’umanità perse la grande occasione per ampliare ulteriormente i propri orizzonti artistici, anche se l’eredità lasciataci da Demetrio è già immensa. La sua tomba si trova nel cimitero del piccolo borgo di Scipione Castello, nei pressi di Salsomaggiore Terme (Parma). A Demetrio Stratos sono intitolati l'auditorium degli studi di Radio Popolare a Milano, una piazza a Oppido Lucano (Potenza) e una strada a Vaglio Basilicata (Potenza). Nel 1980 la PFM, nell’album “Suonare Suonare gli ha tributato uno splendido brano dal titolo “Maestro della voce”.
                                                                                                                                                                              




lunedì 4 novembre 2013

Musica ambient

AI CONFINI DEL SILENZIO

E’ possibile l’ esistenza di una musica che quando c’è non si sente? Può sembrare un ossimoro o un assurdo controsenso, ma è vero, perché, caso unico più che raro, la ambient music non è musica che nasce per essere ascoltata con attenzione, ma semplicemente per “arredare” gli ambienti in cui viene inserita. “Musique d’ameublement” la chiamava Erik Satie, mobilio musicale, che al pari di un tavolo o di un armadio presenti nell’ambiente in cui viviamo, oggetti che hanno un loro ruolo, una loro importanza, ma non necessariamente catturano la nostra attenzione, fino a quando non dobbiamo servircene. Musica che riempie la realtà, come il “silenzio” di John Cage, musica che può essere ascoltata o ignorata, senza che perda nulla della sua essenza, musica “discreta”, come l’ ha definita Brian Eno, il musicista che più di tutti ha contribuito alla definizione di ambient music.
Egli iniziò ad elaborare i primi esperimenti già dalla metà degli anni 70, e la sua idea era quella di produrre musica che può essere "ascoltata attivamente con attenzione, oppure può essere facilmente ignorata, a seconda della scelta dell'ascoltatore”. Eno si descriveva come un "non musicista", che nei suoi concerti teneva esperimenti sonori piuttosto che perfomances tradizionali e utilizzò il termine "ambient" per descrivere una musica che creava un'atmosfera, che cambiava lo stato d'animo dell'ascoltatore in uno diverso; ha scelto, infatti, questo termine derivante del verbo Latino "ambire", che significa "circondare". L’idea gli venne un giorno in cui il musicista, a letto con la gamba ingessata a seguito di un incidente, ricevette la visita di un amica, che gli portò in regalo un disco di arpa. Quando la sua amica se ne andò, dopo avergli messo il disco sul giradischi, si accorse che il volume era troppo basso e che uno dei due altoparlanti non funzionava, ma, impossibilitato a muoversi, per una casuale costrizione, fu “iniziato” a quell’ insolito e quasi impercettibile ascolto a bassissimo volume. Ma il vero padre della ambient music  resta un compositore classico francese del primo novecento, Erik Satie, che inventò la musica d’arredamento, come risposta alla musica ad alto volume, che costringeva spesso la gente ad interrompere le conversazioni nei caffè e nei ristoranti. La musica di Satie era disegnata per non interferire con altre attività e allo stesso tempo per fornire un piacevole “background”, un accennato sottofondo, a riempire “il terribile silenzio che ogni tanto cade tra i commensali e a coprire i rumori esterni che diventano indiscretamente presenti”!  Un chiaro ed esplicito invito ai "moderni" gestori di punti di ritrovo e attività commerciali, che molto frequentemente assordano gli avventori e i clienti con suoni spesso inopportuni e di dubbio gusto! E’ difficile comprendere e decodificare la musica ambient, specie in questa epoca di bombardamento di immagini, di eccessivo rumore e di esagerato clamore. Questo genere di musica concettuale, quasi astratta, senz’altro non possiede né le caratteristiche, né i presupposti per arrivare a un grande pubblico, al “successo”, e chi compone musica ambient non ha di queste pretese! L’approccio ad essa è un sottile atteggiamento culturale e spirituale e il suo ascolto, per chi lo cerca, non è affatto un’esperienza sterile, ma un completo coinvolgimento sensoriale. Come è naturale, l’ambient music non ha una sua connotazione precisa, ma si compone di tante sfaccettature, una miriade di sfumature che ne accrescono il fascino, senza contare l’enorme influenza che ha avuto anche sul pop e sul rock, specie di marca anglosassone. In genere i brani ambient necessitano di tempi dilatati, la cui durata può superare anche i dieci minuti: è la inevitabile necessità di esprimersi dei musicisti-compositori, che adoperano ampi spazi per esprimere la poetica e il pathos delle loro sonorità. Fra le diverse espressioni, troviamo la musica ambient organica, che è caratterizzata dall'integrazione della musica elettronica, elettrica, con strumenti musicali acustici. La ambient ispirata dalla natura, ossia un tipo di musica che è composto da campionamenti e registrazioni di suoni naturali (rumore della pioggia, delle onde del mare, di una cascata, del vento tra gli alberi o del cinguettare degli uccelli, ecc.). Il dark ambient, sottogenere caratterizzato da atmosfere decadenti, macabre, opprimenti, e da sonorità oscure e misteriose. Poi c’è la ambient techno, contaminata con sonorità  dance e acid jazz. La space music, che include un tipo di musica del genere ambient, nonché una gran parte di altri generi con alcune caratteristiche in comune, per creare l'esperienza contemplativa della spaziosità. Essa spazia dalle più semplici trame sonore a quelle più complesse, mancando talvolta di melodie, ritmiche e strutture vocali convenzionali, prestata generalmente ad evocare un senso di "continuum di immagini spaziali ed emozioni", benefiche introspezioni, un ascolto profondo e una sensazione di galleggiamento.



                                                            Brian Eno - By this river


Con questi sviluppi successivi quindi, si scoprono elementi 'sognanti',  non lineari della musica ambient, applicati ad alcune forme della musica ritmica, pop ed etnica, presentata nei locali "chillout", ai rave ed altri eventi dance, ma da sempre con la funzionalità principale della musica di catturare lo stato d'animo dell'ascoltatore, e farlo uscire dalla propria coscienza. A tal proposito, il risvolto più eclatante è stato quello della New Age, vera e propria filosofia di vita, che partendo dalla necessità di un viaggio interiore e dalla riscoperta del rapporto uomo-natura, si è servita della musica come viatico privilegiato. In questo caso il genere musicale si è notevolmente ampliato, assumendo una forma più “ascetica”, ha prevaricato il semplice ascolto, per assurgere a stile di vita atta a coinvolgere ogni aspetto del quotidiano. Anche il cinema ha da sempre adottato le sonorità ambient, che si prestano  perfettamente alla creazione di tappeti sonori a supporto di situazioni di pathos esplicitamente evocativi. Celebri colonne sonore del cinema di tutti i tempi ne sono la testimonianza!



                                                                     Moby - Porcelain