domenica 25 gennaio 2015

NEW YORT BAND

CONCERTO DELL’EPIFANIA 2015

Quella che nel 2013 doveva essere una semplice serata musicale come tante, dopo tre edizioni si sta trasformando in un atteso e piacevole appuntamento che ogni anno viene a concludere in bellezza il Natale ortese. La terza edizione del Concerto dell’Epifania, a cura della New Yort Band, come nelle attese, è stata una intensa  serata musicale, e non solo. L’ associazione New Yort Band sta elaborando, man mano che le edizioni si susseguono, un vero e proprio show che si arricchisce ogni anno di nuove idee e nuove proposte. La formula è vincente e sta aprendo prospettive davvero interessanti. Quest’anno, ad esempio, si è dato spazio al cabaret, con la presenza di Chicco Paglionico, comico di scuola napoletana, importante firma della premiata accademia di Zelig. L’aspetto musicale è stato come sempre entusiasmante, con un repertorio, come quello della big band ortese, sempre più ampio e assortito. Anche quest’anno è stata attuata la formula indovinata dello special guest : nel 2015 ospite della serata è stato il bluesman Richard Blues (Riccardo Mennuti), frontman dell’Harlem Blues Band, prestigioso ensemble  di marca ortese, che ha deliziato i presenti con una piccola selezione di brani  di raffinato blues e rhythm and blues. Così come entusiasmante è stato il repertorio della New Yort Band, seguita dalla calda voce soul della vocalist Lucia Tanzi e la sapiente direzione del Maestro Franco Ariemme. Due i momenti emozionanti della serata: la standing ovation in onore di Pino Daniele, con tutto il teatro in piedi, e la presenza sul palco del primo nucleo della giovanissima Banda Cittadina di Orta Nova. A quanto pare, dopo la New Yort Band, i sogni di Franco Ariemme sono ancora tanti e si stanno tutti avverando !
Per leggere altri articoli sulla New Yort Band selezionare di fianco, l'Archivio blog - 2013, Marzo e 2014, Gennaio.

lunedì 12 gennaio 2015

TRA STORIA E LEGGENDA




In un precedente post, dedicato al rock progressivo italiano, avevo accennato alla breve e insolita “immersione” avuta in questo movimento dalla formazione dei Pooh, a metà degli anni settanta, anche se è evidente che la band non è annoverabile tra le formazioni progressive italiane. Sta di fatto che quella breve stagione ha inciso molto più di quanto si pensi sulla loro produzione, in particolare nel periodo che va dal 1973 sino al 1980.  In questo settennio, infatti, essi non hanno disdegnato di inserire nei loro album brani con la tipica struttura progressive, nell’impostazione, negli arrangiamenti e nelle tematiche trattate, pur essendo distanti dalle sonorità rock. A questo punto ritorna utile rammentare la natura propria del prog, dai testi, caratterizzati da un certo spessore culturale, con frequenti riferimenti a figure e opere letterarie, mitologiche, immaginarie e storiche, la prosa molto curata, ricca di figure retoriche e le composizioni musicali e gli arrangiamenti: i brani diventano quasi delle suite, la cui durata si amplia notevolmente rispetto ai canonici quattro minuti delle produzioni pop. E’ frequente avvertire influenze sinfoniche, temi musicali estesi, complesse orchestrazioni, articolati cambi di tempo.  Nel caso dei Pooh, la penna del compianto paroliere Valerio Negrini ha espresso ottimi livelli di invenzione letteraria, con testi mai banali, dalla scrittura delicata, discreta e potente allo stesso tempo, grazie alla quale andava a creare contesti emozionali ed evocativi, ripercorrendo nello stile e nel gergo il tema trattato in un determinato brano musicale, dando modo ai personaggi protagonisti del brano di esprimersi con il linguaggio del loro tempo!  Però c’è anche da sottolineare come certa critica musicale non ha mai reso piena giustizia ai meriti della produzione della band, spesso liquidando in maniera frettolosa come mero “prodotto commerciale” un’opera che invece merita di essere riscoperta, specie quella relativa agli anni settanta. In questo articolo andiamo a porre l’attenzione su specifici brani inseriti negli album dei Pooh (anche in contrasto con i produttori, che mal sopportavano quelle lunghissime composizioni “poco orecchiabili”), con cui i quattro musicisti andavano a “chiudere” i loro 33 giri. I temi trattati sono molteplici e qui elencati.
PARSIFAL (1973)
Brano della durata di dieci minuti, che riprende le gesta del cavaliere Parsifal, tanto care al compositore tedesco Richard Wagner. Si tratta di  un popolare personaggio del ciclo arturiano, il solo che riesce a vedere il Santo Graal. La leggenda racconta di un ragazzo nato e cresciuto nella foresta, che poi si reca alla corte di Re Artù e diventa uno dei Cavalieri della Tavola Rotonda. È ammesso alla vista del Santo Graal perché il suo cuore e la sua anima sono puri. Musicalmente si tratta di una suite dalle diverse ambientazioni, costruita da un’orchestra sinfonica che affianca la batteria, la chitarra elettrica e il basso, unici strumenti “moderni” che si ascoltano. La natura del testo è di stile “cavalleresco”, così come si addice al tema trattato. Il brano, diviso in due parti, di cui la seconda interamente strumentale, dà il titolo all’intero album.
PRELUDIO / IL TEMPO, UNA DONNA, LA CITTA’(1975)
L’album è Un po’ del nostro tempo migliore, a detta di molti la punta più elevata dell’intera produzione musicale dei Pooh, e si apre con Preludio, una vera e propria overture classica, interamente strumentale.  Il LP si chiude con un’elegante suite, di notevole pregio, quale è Il tempo, una donna, la città, della durata di poco più di dieci minuti, dagli svariati temi musicali. E' una composizione articolata nei testi e nell’uso degli strumenti e la storia narrata è di colore fantasy, gotica, onirica, ricca di figure sfuggenti, ricordi del passato, luoghi incantati, visioni sfocate. Musicalmente si tratta di una composizione portentosa, complessa, in cui la potenza epica dell’orchestra e dei cori è prevalente. Anche qui, come in Parsifal, le parole sono molto evocative, magiche, quasi ermetiche, di impatto emotivo.
 UNO STRANIERO VENUTO DAL TEMPO / PADRE DEL FUOCO, PADRE DEL TUONO, PADRE DEL NULLA (1976)
I due brani in esame sono tratti dall’album Poohlover. Qui Valerio Negrini dà ampio sfoggio della sua marcata fantasia, frutto di letture e ricerche approfondite. Il primo brano narra dell’incontro e del dialogo tra un viaggiatore di un altro mondo, arrivato sulla terra mille anni prima, che ricorda il suo mondo natale, a cui forse è sopravvissuto, stanco del suo vagabondare, e un umano, che, incredulo, tenta di scoprire tutto di lui. Un Blade Runner ante litteram! Musicalmente c’è un cambio di rotta: non più orchestra sinfonica negli accompagnamenti, ma il solo uso di strumenti elettrici e tastiere, che vengono a creare  atmosfere sognanti, vagamente psichedeliche. Il secondo brano racconta di vicende, fra storia e immaginazione, della notte dei tempi: il mondo delle civiltà antiche, trattato con vigore e fantasia, dai tratti epici ed immortali, come nella migliore tradizione progressive europea.
 LA LEGGENDA DI MAUTOA / IL RAGAZZO DEL CIELO (LINDBERGH) (1978)
Oramai le orchestre sinfoniche sono un ricordo del passato. I Pooh, pur trattando di temi storici e leggendari, si affidano agli strumenti elettrici da loro suonati, anche se lo stile rimane quello epico/sinfonico. La leggenda di Mautoa, stavolta con le parole di Stefano D'Orazio, racconta una storia di sapore mitico-leggendario: Mautoa è un aborigeno d'Australia la cui salvezza è legata al boomerang, l'arma portatrice di speranza che ritorna dal cacciatore anche quando non raccoglie il frutto dei suoi sforzi. L’esperienza di questo cacciatore solitario vive nell’illusione della fine della sua solitudine, materializzata nell’eco della sua stessa voce, che egli crede della donna da conquistare.  Il secondo brano è ispirato alla storica avventura di Charles Lindbergh, il temerario aviatore americano che effettuò in solitario la prima trasvolata dell’Atlantico sul suo monoplano, lo Spirit of Saint Louis, nel 1927. Nel brano, protagonista è la luna, che fa compagnia all’aviatore durante tutto il tragitto, per evitare che questo si addormenti. L’album in questione è Boomerang.
 L’ULTIMA NOTTE DI CACCIA (POWHA L’ INDIANO) (1979)
Prima dell’incisione dell’album Viva, i quattro musicisti fecero un viaggio in Canada. Da quell’esperienza sicuramente è nata l’ispirazione per il brano L'ultima notte di caccia, che racconta la leggenda di un indiano d'America, che si batte contro la conquista delle terre da parte degli europei, e viene ucciso in seguito ad un agguato tesogli da una donna bianca, che mostrandogli un certo interesse a sfondo sessuale, non fa che attirarlo in una trappola dove trova i suoi assassini. Musicalmente siamo oramai distanti dalle atmosfere classicheggianti del passato. Il genere è un pop rock molto dinamico, spumeggiante, anche se i testi di Valerio Negrini sono fedeli al suo stile, con l’uso appropriato del gergo a disegnare le atmosfere e le ambientazioni proprie dei nativi americani.
INCA (1980)
Con questo brano, inserito nell’ LP …Stop, i Pooh chiudono di fatto il ciclo dedicato alle tematiche storico/leggendarie, che ha caratterizzato le loro uscite da prima della metà degli anni settanta. Il decennio si è chiuso, così come la meravigliosa stagione del prog italiano, e i Pooh non hanno fatto altro che accompagnare al crepuscolo la loro personale esperienza della visione progressive. La vicenda è la storia dell’ impero degli Incas, al momento dell’arrivo dei conquistadores spagnoli, guidati da Francisco Pizarro, che ne hanno sancito il tramonto e la sottomissione. Lo stile musicale è rockeggiante, aspro, con il prevalere delle chitarre di Dodi Battaglia, mentre i testi sono sempre inventati con grande maestria da Valerio Negrini, costruiti intorno al drammatico dialogo tra il soldato spagnolo e il guerriero inca.
                    
                 Il tempo, una donna, la città (1975)

martedì 6 gennaio 2015

PINO DANIELE

Laddove non ci riesce né la politica, né la società cosiddetta civile, arriva la musica, si, ma la musica di Pino Daniele. Il musicista è stato capace di amalgamare le diverse culture che hanno come comune denominatore il Mediterraneo, da quella araba, alla spagnola, a quella strettamente partenopea e meridionale in generale, spesso condita in salsa Nord e Sud Americana, e questo da quarant’anni! E pensare che oggi, in piena globalizzazione, ci sono ancora  rigurgiti di xenofobia, in cui a prevalere è la cultura dell’esclusione, avallati con opportunismo da alcune forze politiche. La musica di Pino Daniele è molto più avanti, complice la sua città natale, che, come dicevo in un precedente post, è stata sempre fautrice di accoglienza e contaminazione. Napoli ha avuto bisogno di Pino Daniele e l’artista ha avuto bisogno di Napoli, tant’è vero che, non appena se n’ è staccato, la sua vena creativa si è quasi completamente esaurita!
Ma fino a quando egli aveva il cordone ombelicale con la sua città, non ha fatto altro che aggiungere al già ricco patrimonio musicale partenopeo altre gemme, che sono dei classici al pari di quelli già celebrati in tutto il mondo. Il rapporto che Pino ha avuto con la sua città è stato indubbiamente di amore/odio, e forse per troppo amore ha sempre preferito starsene lontano, fino alla sua morte, comprese le sue spoglie, che non riposeranno all’ombra del Vesuvio, scelta discutibile, ma è una scelta. L’unico Re che non riposerà nel suo regno. Ma i sommi atti d’amore verso la sua città, che sono le sue canzoni, quelle si che resteranno napoletane, ma allo stesso tempo internazionali, i capolavori nati nei vicoli e pregni di salsedine, custoditi per sempre dalla sirena Partenope.
PER CHI VOLESSE APPROFONDIRE L’ARGOMENTO SULLA MUSICA DI NAPOLI, VEDERE DI FIANCO, ALL’ARCHIVIO E CLICCARE SUL 2013, MESE DI MAGGIO, oppure cliccare sul link qui sotto.
http://ortanovaculturacontemporanea.blogspot.it/2013/05/napule-e.html
SAREBBE STATO SCONTATO METTERE UNA BRANO DI PINO DANIELE COME OMAGGIO MUSICALE. HO PREFERITO UN PEZZO DI VALERIO JOVINE, DEDICATO ALLA CONTAMINAZIONE MUSICALE E ALLA CULTURA DELL’INTEGRAZIONE, TEMI TANTO CARI A PINO DANIELE.

domenica 14 dicembre 2014

Orta Nova, ieri e oggi

U’ canalòne


Con questo termine dialettale ortese si è soliti indicare quella che viene definita la più bella via di Orta Nova. Questo “soprannome” deriva dal fatto che, quando non esisteva l’attuale impianto fognario, dopo ogni temporale questa strada si trasformava in un minuscolo torrentello, "guadato" a suo tempo dai carri dei contadini, dalle grandi ruote e trainati da cavalli (i'scjarabball), e dai viandanti che non potevano attendere il termine dell’ondata di piena !
Questo sinuoso serpente, leggermente curvilineo, si insinua nella zona storica del centro abitato, parallela al corso principale e offre una interessante prospettiva,  sia che lo si percorra dirigendosi verso il centro, con lo sfondo della sagoma del campanile della Chiesa Madre, sia che la direzione è inversa, con la veduta sul maestoso palazzo Traisci, attuale sede della comunità delle suore. In tempi passati questa via ha goduto di una certa centralità, in quanto comoda per i pedoni e luogo di culto religioso, in occasione della ricorrenza della festa di San Rocco, tant’è vero che era conosciuta dai nostri nonni col nome familiare  di stråde de Sanderocche. Qui, nel giorno 16 agosto, si svolgeva una sentita e suggestiva processione, dedicata a San Rocco, con le luminarie che poste lungo la via, culminavano con una maestosa illuminazione ad arco, collocata in prossimità del palazzo Traisci, sotto la quale veniva accompagnata la statua del Santo. Questa grande luminaria era chiamata u chjesjone e offriva, per chi proveniva dal centro, una prospettiva davvero favolosa ! Sul canalone si affacciano dei bei palazzi d’epoca, tale da rendere unica questa via. Un tempo l’accesso dei mezzi era inibito da due blocchi di pietra, chiamati i tìttele che impedivano il passaggio delle sempre più numerose automobili, fatto che aiutava a preservare l’integrità della strada.
Il Canalone, e tanti altri punti della città,  nel tempo sono stati vittima di efferati crimini urbanistici, commessi da amministratori poco propensi a conservare la memoria storica, le tradizioni e l’integrità di un interessante centro storico. Infatti, le bianche pietre che coprivano tutto il suo percorso sono state ricoperte di “volgare” catrame e successivamente la via aperta al traffico e agli escrementi dei cani ! Queste sono ferite aperte per Orta Nova, e allora si chiuderanno quando sarà ridata dignità e decoro alle varie realtà del tessuto urbano, violentate senza contegno, dal cinismo delle amministrazioni comunali che le hanno assassinate. L’elenco è lungo, se pensiamo al vecchio palazzo comunale, demolito per far posto a quell’eco mostro che oggi domina piazza Pietro Nenni, la vecchia chiesa gesuitica, risalente al Settecento, con l’attiguo arco in pietra, che era la porta di accesso alla Cittadella Gesuitica, il nucleo originario dal quale è nata Orta di Capitanata, uno dei Cinque Siti Reali voluti dai Borbone. E poi, l’intero percorso di Corso Aldo Moro, una volta Via Nazionale, col suo meraviglioso selciato di pietra lavica, accompagnata dagli stupendi marciapiedi, anch’essi in pietra, una delle più belle passeggiate di Orta Nova, distrutto dal catrame e da orribili aree di posteggio, che hanno “tagliuzzato” il marciapiede in maniera inguardabile.
La nobiltà della pietra sostituita dalla volgarità del catrame e del cemento. Anche questo è un segno dei tempi !
Queste zone della città chiedono giustizia, un ritorno alle origini, quando i nostri avi le hanno realizzate, dimostrando gusto estetico e senso pratico, a differenza di quelli che sono arrivati dopo, che, in nome di non so quale disegno, hanno contribuito alla distruzione di elementi urbanistici che la loro cultura evidentemente non poteva comprendere !




sabato 22 novembre 2014

OBIETTIVO ARTE


Ryszard Horowitz
Stupitemi…! Così Alexey Brodovitch, il leggendario direttore creativo dell’agenzia newyorkese Harper’s Bazaar, sollecitava i suoi studenti. Per lui il design – si trattasse di illustrazione, grafica o fotografia – doveva essere provocante e innovativo.
Nel suo laboratorio di creatività si sono formati fotografi quali Richard Avedon, Hiro, Art kane, Arnold Newman, Irving Penn e un giovane Ryszard Horowitz.
Nato in Polonia durante la seconda guerra mondiale e sopravvissuto ad Auschwitz, in gioventù ha avuto una formazione classica in campo artistico, ricevuta all’ Accademia di Belle Arti di Cracovia, per poi assorbire tutta l’influenza della cultura polacca ed europea in generale. L’aspirante fotografo ha vissuto a pieno il clima di avanguardia artistica che ha caratterizzato Cracovia negli anni Cinquanta. Da questa esperienza innovativa si sono venute a delineare alcuni elementi che hanno fatto di Ryszard Horowitz uno tra i più originali interpreti del surrealismo in fotografia.
Egli si appassiona alla fotografia americana e, dopo la sua esperienza al Pratt Institute di New York, seguito da un periodo di intense collaborazioni, diventa art director per l’agenzia pubblicitaria Grey Advertising. Nel 1967 apre il proprio studio fotografico nella Grande Mela, dando il via alla realizzazione delle sue immagini fantastiche, di chiara ed evidente matrice surrealista (notevoli sono i richiami e le influenze della pittura di Salvador Dalì).
Le sue opere gli valgono numerosi  e prestigiosi premi, quali gli Award of Excellence da parte dell’Art Directors Club, l’American Photographer of the Year, il Kodak VIP Image Search. Tra i suoi committenti vi sono le maggiori aziende americane ed europee e i più prestigiosi periodici.
Le sue mostre, intitolate Expanding the Imagination, si tengono nelle più importanti città europee, come Varsavia, Praga, Parigi, Ginevra, Rochester, oltre che negli Stati Uniti, ad Hong Kong e in Giappone. Anche Milano ha ospitato l’ importante evento, accompagnato da convegni tenuti dallo stesso autore.
La tecnica usata dall’artista è quella dell’assemblaggio di immagini, effettuata al computer. Egli fotografa i singoli elementi che comporranno la sua opera e poi, una volta trasferiti sul PC in forma digitale, si procede all’assemblaggio vero e proprio. Ma, come dice Ryszard Horowitz, << il computer è semplicemente un mezzo, estremamente utile per giungere a un certo risultato, però alla base stanno l’idea, la fantasia e la creatività del fotografo. La costruzione mentale delle immagini, una determinata prospettiva e l’idea finale dell’opera, possono essere solo frutto dell’intelletto umano ! >>
Allegory 1

Tutti gli elementi di questa foto sono stati fotografati in studio,separatamente e poi assemblati grazie al computer. Il ruolo del fotografo è quello di regista, di “compositore fotografico”. Sia il violoncello che la tastiera, costruita appositamente per la foto, sono stati fotografati in una vasca riempita d’acqua. La tastiera vi è stata gettata per creare turbolenze e onde in miniatura, congelate dall’obiettivo del fotografo. Anche i due modelli sono stati fotografati in studio, su fondo nero. Gli strumenti musicali compaiono frequentemente nelle opere di Ryszard Horowitz a ricordare la sua passione per il jazz, di cui, negli anni Sessanta, ha fotografato i grandi protagonisti.

Allegory 2

Anche in questo caso i diversi elementi che compongono l’opera sono stati fotografati in studio. Qui il fotografo si è avvalso dell’aiuto di Robert Bowen, esperto in immagini pubblicitarie. Il vassoio di plexiglass è stato costruito appositamente per la foto, mentre gli altri elementi sono stati ripresi in natura. Il bambino è stato fotografato su fondo bianco, e tutte le foto in seguito assemblate al computer.

Stolar System


Questo è un caso di foto pubblicitaria. Soggetto e committente è la Stolichnaya Vodka e il titolo dell’opera si basa su un gioco di parole che richiama il sistema solare, i cui pianeti sono formati da olive, arance, limoni e altri piccoli frutti che ruotano intorno alla bottiglia di vodka. La bottiglia è stata immersa in una vasca appositamente costruita e le bolle create dall’immersione sono state congelate dal flash, il tutto su fondo bianco. Gli altri elementi sono stati aggiunti in un secondo tempo, combinandoli al computer.

martedì 11 novembre 2014

Festa dell' Unità...



…in musica
Anche quest’anno si è rinnovato il tradizionale appuntamento con la Festa dell’Unità ortese. A differenza di altre edizioni, questa del 2014 è stata una versione più votata al territorio, in quanto si è anche voluta celebrare l’Unità della coalizione nata intorno alla figura e al ruolo del candidato sindaco delle precedenti elezioni comunali, l’avvocato Iaia Calvio. Quindi l’evento ha visto coinvolti non solo il Partito Democratico, come da prassi,  ma anche il Partito Socialista Italiano, la lista civica Noi per Iaia e il movimento politico e culturale l’Orta Nova che vorrei.
Oltre all’aspetto propriamente politico, con convegni, dibattiti e assemblee di cultura politica, sociale ed economica, si è dato ampio spazio all’intrattenimento, con particolare attenzione alla musica. Infatti a chiudere la due giorni dell’Unità è stato il concerto del gruppo Terra Nostra Folk, formazione musicale di Troja, con un repertorio che pesca nella tradizione folkloristica del Gargano e nei canti dedicati al fenomeno ottocentesco del brigantaggio,  autentica mobilitazione popolare di “partigianesimo” meridionale. La scelta del gruppo folk, per la chiusura della Festa, è stata fortemente voluta dall’organizzazione, al fine di rimarcare l’attenzione al territorio e alla sua inclinazione economica e culturale. A rendere ancora più suggestive le musiche del gruppo è stato l’accompagnamento della danzatrice Paola Anzivino, con i meravigliosi e coinvolgenti passi della tarantella garganica, con le sue movenze ossessive e liberatorie, frutto di arcaici rituali della cultura contadina meridionale, pregna di significati e di un linguaggio non verbale molto esplicativo.

https://www.youtube.com/watch?v=nxP4B7c401Y

venerdì 17 ottobre 2014

Il compito degli storici veri...


“….la storia è scritta dai vincitori…”. Quante volte abbiamo ascoltato e letto questo che sembra essere un ineludibile assioma, che inesorabilmente ci invita ad accettare la “verità” senza mai chiederci quanto obiettive e veritiere siano le informazioni sui piccoli e i grandi avvenimenti. Nel novecento, inoltre, il privilegio di raccontare le cronache della storia è diventato appannaggio non solo degli storici accademici, ma anche dei loro cugini più "prossimi", ossia i giornalisti.  Riflettendo attentamente, viene da concludere che in fondo la storia non esiste, che è solo un' invenzione della mente umana: più degli avvenimenti reali, conta quello che agli uomini conviene raccontare, spinti da mille ragioni e spesso facendo in modo che i fatti seguano un percorso di comodo, per gli interessi e gli equilibri di un determinato pensiero dominante. Non a caso anche la televisione, con documentari e con serie di fiction, ultimamente si sta occupando della divulgazione di fatti storici, e, tranne in rare occasioni, non si fà altro che ribadire e rafforzare quelle che sono le teorie della storia nozionistica e convenzionale, con toni scolastici che spesso sfiorano la stucchevole retorica di cui la cultura italiana è ancora pregna. La disciplina della storia, invece, negli ultimi anni, si sta rivelando una materia in continua trasformazione, grazie soprattutto a nuovi metodi di indagine, di ricerca, a ridotti condizionamenti, al web e alle ampliate capacità mentali di chi studia gli avvenimenti che, scevro da qualsivoglia riserva ideologica, cerca di capire in maniera più approfondita e logica il corso degli eventi del passato. Quelle che risultano verità oggettive acquisite da decenni, possono essere passibili di rilettura e, perché no, di revisione, anche se, a tal proposito, le resistenze che si incontrano sono tante, specie nel mondo accademico. Negli Stati Uniti d'America, ad esempio, c'è un tentativo di rivalutazione di osservazioni storiche che sta mettendo in dubbio la "bontà" di alcuni personaggi della giovane storia americana, primo fra tutti lo "scopritore" del continente, Cristoforo Colombo, che si sta riscoprendo, da nuove fonti acquisite, essere stato un violento persecutore delle popolazioni indigene. Ricordiamo anche la vicenda dei nativi americani, quegli stessi pellerossa che certa cultura e il cinema americano del dopoguerra ci hanno sempre rappresentato come ostili, violenti e inospitali,  ma che in realtà sono state le vere vittime e oggetto di un vero e sistematico genocidio, in occasione della violenta conquista europea del lontano West! In Spagna invece, è possibile ammirare in numerose piazze, pomposi  monumenti equestri dedicati ai due "eroi" iberici, Cortes e Pizarro, che le cronache dell'epoca invece dipingono come due criminali sanguinari e avidi predatori, che, al soldo della corona spagnola, hanno contribuito letteralmente a cancellare importanti e secolari civiltà in Sud America, con uno spargimento di sangue che non riusciamo neanche ad immaginare, anche col beneplacito del clero, e con la conseguente riduzione a colonia di Stati che ancora oggi stanno pagando il prezzo della loro sciagurata storia!                                              

In Italia, il caso più “eclatante” si sta rivelando la storia che narra gli avvenimenti del risorgimento: alla luce di più attente ed approfondite ricerche, e a seguito di una clamorosa richiesta di alcuni consiglieri regionali pugliesi del Movimento 5 Stelle, di istituire una giornata della memoria per le vittime meridionali del risorgimento, si sono accesi i riflettori sulle vicende post unitarie relative al Mezzogiorno d'Italia. Lentamente e con estrema difficoltà si sta scoprendo una storia molto manipolata, disseminata di luoghi comuni, di omissioni e di inesattezze, e, cosa gravissima e degna delle peggiori dittature, il tentativo di cancellazione di un periodo storico, che nel bene o nel male, ci appartiene! Numerosi episodi risultano essere poco chiari, con evidenti incongruenze, dalle quali scaturiscono molte domande, alcune di una logica disarmante, ma che il più delle volte non ricevono risposta!  Non tutti sanno che negli anni immediatamente successivi all’unificazione della Penisola, allo scopo di formare un pensiero "nazionale", vennero dati alle stampe decine di ponderosi volumi e migliaia di documenti contenenti palesi imprecisioni, di maggiore o minore entità: alcuni ritocchi erano piuttosto superficiali, altri invece riguardavano l'occultamento sistematico di tutto ciò che aveva rappresentato il Regno delle Due Sicilie e chi lo ha governato fino al 1861. 
la conquista del Sud ha avuto un prezzo molto salato: quasi 800 mila vittime tra i cittadini meridionali, spesso stragi gratuite di civili inermi, con condanne a morte senza processo e con una legge marziale che non ha risparmiato nessuno. A questo è seguita una guerra di liberazione da parte di volontari ed ex soldati dell'esercito borbonico. Solo che la storia li ha appellati come sanguinari briganti, mentre in realtà erano veri e propri partigiani, come quelli della Seconda Guerra Mondiale. Ma, come detto in precedenza, spesso la Storia è una questione linguistica e di pensiero dominante!!!
Gli storiografi ufficiali, il cui «posto di lavoro» dipendeva dalla protezione offerta loro dal governo sabaudo, quegli stessi storici di regime, definiti da Antonio Gramsci «scrittori salariati», hanno soprattutto fatto a gara nel partorire, con atteggiamento manicheo, la teoria che la "ragione" era da una parte, con i Garibaldi, i Mazzini, i Cavour, i Vittorio Emanuele II ( tra l'altro un’accozzaglia indefinita di ideologie, divisa fra monarchici, repubblicani, anarchici), mentre il "torto" era dalla parte dei vinti, degli sconfitti e i derelitti, quelli da civilizzare, in parole povere i meridionali. Infangare la memoria dei Borbone e di tutto il Regno fu, per i nuovi padroni savoiardi, una vera e propria necessità, poiché dovevano giustificare in ogni modo un'operazione militare e di conquista, dubbia e assai poco trasparente. Inoltre, c'era l'urgente necessità di costruire, con una dose massiccia di retorica, un pensiero patriottico che doveva servire a tenere incollati i vari pezzi di penisola. Pertanto, solo accuse molto gravi a carico dei precedenti governanti avrebbero potuto fornire, agli occhi dell'Europa e dei nuovi parlamentari del tempo, un buon alibi ( per attaccare l’Iraq ci fu una martellante campagna di (dis) informazione, da parte di prestigiose testate giornalistiche occidentali, che paventavano scenari apocalittici sull’arsenale militare iracheno, informazione rivelatasi senza fondamento, ma intanto l'Iraq fu invaso e Saddam Hussein era stato già impiccato!). Il risultato di questa distorta informazione è stato quello che, anche a distanza di un secolo e mezzo, primeggiano convinzioni allegramente metabolizzate, secondo le quali è del tutto "normale" che il meridione sia meno sviluppato del nord, e non parliamo solo di superiorità economica! Ad alimentare queste differenze, inoltre, contribuirono notevolmente anche le strampalate teorie fisiognomiche del Lombroso, sui tratti anatomici dei meridionali, che secondo lo "studioso" erano corrispondenti a quelli tipici dei criminali!!! Alla luce di questo pensiero non c’è da meravigliarsi se ancora oggi sono ancora vivi determinati sentimenti discriminatori, che in molti casi sfociano nel razzismo vero e proprio, verso le persone e tutto ciò che è meridionale. 
La storia del cosiddetto risorgimento non è una vicenda storica come le altre poiché in più di 160 anni ha in gran parte determinato quelli che sono gli attuali equilibri, i modi di intendere e di percepirci tra noi “italiani”. Essa ha “formato” un pensiero, una mentalità, una classe politica che ha deciso e sta decidendo delle sorti dell’Italia. Ciò che oggi è necessario prevalga è, innanzitutto, l’onestà intellettuale. Si chiamino, quindi, le cose con i loro veri nomi: una strage è una strage, un assassino è un assassino, un ladro è un ladro, una conquista di un altra nazione ha soprattutto motivazioni economiche, di interessi militari e non per esportare i valori della democrazia e della fratellanza o perché non ci piace vedere il popolo che soffre!!! E, nell’assoluto rispetto della verità, l’attività di ricerca e di divulgazione storica deve avvalersi di inconfutabili testimonianze coeve e di inoppugnabili documenti d’archivio, che attestino in maniera inequivocabile la certezza e la veridicità degli accadimenti.
Non è accettabile che, ancora oggi, l’Italia viva profonde divisioni, o che esista una enorme differenza sociale ed economica tra nord e sud del paese, anche se, come è plausibile, questa può essere una situazione di comodo per la classe politica e burocratica, che si “serve” delle criticità che attanagliano il Sud per conservare la loro posizione di privilegio, proponendosi ad ogni tornata elettorale come i potenziali risolutori di tutti i problemi!
Ma anche una situazione di comodo per l'economia del nord, che trova poca concorrenza da parte delle imprese delle regioni meridionali, anzi ne fà un fertile e vantaggioso mercato in cui smerciare i propri prodotti e i propri servizi!!!
E, nel concludere, è utile rammentare agli storici e agli attenti lettori la severa ammonizione di Bertold Brecht: «Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente!».





la "brigantessa" Michelina De Cesare