lunedì 22 aprile 2013

L’ULTIMO SABATO DI APRILE



LA FEDE POPOLARE E DEMOCRATICA





Quel venerdì di fine aprile fu molto freddo e il conte d'Ariano, dopo una lunga ed estenuante battuta di caccia venne colto dal buio. Riuscì a trovare rifugio in un casolare, ai margini del bosco, nei pressi del fiume Cervaro, che conduce le fredde acque del Subappennino verso l’Adriatico e culmina col suo stretto estuario a poca distanza da Sipontum. Intanto, mentre il sabato muoveva i primi passi improvvisamente durante la notte una luce vivissima attraversò la selva. Il conte, attratto dal chiarore, giunse ai piedi di un grosso albero, dalla cui sommità proveniva quell'insolito bagliore. Tra i grossi rami riuscì a notare una figura avvolta in un’aura sfolgorante, che gli indicava una statua poggiata fra il fogliame di una quercia. Casualmente, nello stesso tempo, passava su quello stesso sentiero un contadino che si recava al lavoro con i suoi buoi; l'uomo, alla vista della Signora, immediatamente capì di essere in presenza della Vergine Santissima. Strazzacappa, così si chiamava il contadino, prese il paiolo che gli serviva per il magro pasto giornaliero, vi versò dal cornetto la razione d'olio d'oliva che avrebbe dovuto bastargli per tutto il mese, e, fatto un rozzo stoppino, l'accese in onore della Madonna. L'omaggio di Strazzacappa restò per sempre come il povero obolo della vedova, di evangelica memoria, simbolo e segno di una fede che tutto dona al Signore e che dal Signore tutto riceve. 
Era l’anno del Signore 1001!!!                                                              
Di li a pochi mesi il nobile conte di Ariano fece costruire una cappella, che nei secoli successivi divenne un celebre Santuario. Così prende vita una delle vicende più straordinarie riguardanti la fede cristiana. Le comitive di villani, di pastori e di pellegrini che passavano dal Tratturo Regio, diretti al grande santuario dell'Arcangelo Michele, su a Monte Sant'Angelo, ne fecero una meta intermedia gradita e privilegiata. La grande chiesa, così come la conosciamo oggi, è il frutto di un progetto del 1953, dell'ingegnere romano Luigi Vagnetti. Il complesso del Santuario esprime una felice sintesi fra elementi simbolici e strutture architettoniche tipiche del territorio, quali la capanna ed il trullo. Il complesso si estende su 13 ettari e si compone di diversi edifici: il tempio sacro, con schema planimetrico a croce greca e a vano unico, l’ala riservata ai Padri, l’imponente campanile alto 57 metri, il museo, il teatro e la casa del Pellegrino, con 58 posti letto.
Il santuario, pur attraverso una modernità di linee e soluzioni, esprime mirabilmente l'humus culturale in cui questa storia millenaria è maturata. La grande area recintata, di cui la basilica è il centro, ispira il senso dell'arrivo, di un abbraccio, nella quiete piena di pace della casa di Dio. Ricorda anche gli stazzi, una volta numerosi nei territori dauni, disposti a corona attorno alle grandi masserie, in cui trovavano rifugio le greggi di pecore dei pastori della transumanza. Fra i grandi santuari della Capitanata quello dell’Incoronata esprime meglio di tutti l’attesa operosa e lungimirante della Chiesa di vedere tutti i suoi figli intorno a lei, felici negli “atri” del Signore. E' la rappresentazione visiva della maternità di Maria e della Chiesa, che tutti aspetta e tutti riceve, nel suo seno provvido e materno. L’altissimo campanile è, insieme, segno felice del trionfo della croce e preghiera che s’innalza solenne. Il santuario conserva gelosamente tutto un patrimonio di tradizioni legate al particolare culto della Madonna: la Vestizione, nella giornata del mercoledì che precede l’ultimo sabato di aprile, il sabato del prodigio;  la Cavalcata degli Angeli, che si svolge due giorni dopo, il venerdì. Oggi i pellegrinaggi si manifestano con maggiore sobrietà. Una volta, invece, la gente umile e meno umile, più che con le parole, amava parlare col Signore attraverso la plasticità del gesto e il linguaggio dei simboli. Quando i pellegrini arrivavano sul ponte sul Cervaro o, per quelli che arrivavano da settentrione, alla confluenza del Tratturo con la ferrovia per Potenza, usavano togliersi i calzari e percorrere gli ultimi chilometri a piedi nudi. Era un gesto di umiltà fatto nel ricordo di Mosè, a cui, sul monte Oreb, il Signore comandò "togliti i sandali perché il suolo che calpesti è terra santa". I luoghi ove i pellegrini si toglievano i sandali venivano detti "scalzatori". Ora questa usanza, insieme ad altre pratiche penitenziali più o meno plateali, non esistono più. E’ rimasto il triplice giro che ogni compagnia compie intorno al Santuario prima di entrarvi. E’ un ulteriore atto di omaggio alla Vergine Celeste, quasi un’anticamera, prima di chiedere umilmente il permesso di essere ammessi al cospetto della Regina dei Cieli. Tra le usanze religiose sopravvissute è da ricordare anche la benedizione dell’olio che ogni pellegrino riceve: è la rievocazione dell’episodio dell’olio dell’umile Strazzacappa. 

Una importante caratteristica del pellegrinaggio al Santuario dell'Incoronata è stata sempre quella di aver permesso una serena espressione della devozione popolare, specialmente di contadini e di pastori. Questo elemento conferiva un carattere "democratico" alla fede, ancora in parte esistente. In passato, a causa della lontananza dei paesi di provenienza, i pellegrini si fermavano per due, tre o più giorni vicino al Santuario, accampati nelle radure adiacenti il bosco.
La fede viva, assimilata ed appresa fin dai primi anni di vita, attraverso l'esempio e le parole dei genitori, spingeva ogni generazione a pellegrinaggi lunghi e non poche volte duri ed impegnativi: si impiegavano più giorni di cammino che teneva lontano dalle proprie case almeno per una settimana!
Ma era anche un tacito ed inconscio appuntamento che le popolazioni si davano ogni anno per deporre ai piedi della Madre comune le pene e le sofferenze della propria misera esistenza, trascorsa nel duro lavoro dei campi o nell'estenuante custodia delle greggi. Animati da un nuovo fervore ritornavano più sereni alle loro consuete occupazioni.
Altro aspetto caratteristico dei pellegrinaggi all'Incoronata è la spontaneità.
Non è il clero ad organizzarli o a guidarli, ma i fedeli stessi si fanno promotori ed animatori: più volte da una stessa città partono più gruppi di pellegrini, per poi ritrovarsi ai piedi dell'Incoronata in fraterna e comune preghiera.
Ancora oggi si vedono giungere piccole compagnie di fedeli, che procedono devotamente, anche in assenza di esponenti del clero, guidate solo dalle anziane guide, che pregano e cantano all'unisono le laudi dialettali, altro importante patrimonio culturale, che in questo modo riescono a tramandarle alle nuove generazioni.
 L’ubicazione del Santuario è stata da sempre strategica: nei secoli scorsi era uno dei principali nodi della transumanza.
I pastori abruzzesi e molisani si incontravano ai piedi della Madonna, prima di ritornare alle proprie regioni montuose con l'arrivo della bella stagione.
Il Tavoliere aveva offerto alle greggi nutrimento per l'inverno ed essi, prima di riprendere la via di casa, si radunavano per ringraziare la Vergine Incoronata.
Le carte dei tratturi presenti nell'Archivio di Stato di Foggia documentano ampiamente la "centralità" del Santuario dell'Incoronata, crocevia dei tratturi del tavoliere pugliese e come esso fosse ben collegato con le diverse arterie che percorrevano la grande pianura. La cultura contadina meridionale, come in questo caso, si dimostra ricca e sorprendentemente articolata, patrimonio prezioso e inestimabile da conservare per gli anni a venire.

                                                                          
                    
       


sabato 13 aprile 2013

I COLORI IN MOVIMENTO


Nel mondo esistono piccole realtà, spesso sconosciute e anonime, ma non per questo meno ricche di spunti interessanti. Tempo fa, in una mostra collettiva di pittura, mi è capitato di osservare, tra le numerose tele esposte negli austeri corridoi del Palazzo ex Gesuitico di Orta Nova, dei dipinti che, per una qualche ragione, hanno attirato la mia attenzione. Il vero motivo di tanta curiosità era il calore e la forza dei colori, ben miscelati, ben accostati, con i soggetti rappresentati su quelle tele, che grazie a quei colori, davano come l’impressione di essere in movimento. Ho voluto sapere chi fosse l’autore di quei quadri e vidi che le tele erano firmate a nome di Dora Mendolicchio. Successivamente, avendo conosciuto di persona l’autrice, ho scoperto che ella dipingeva da molto tempo, solo per passione e senza aver condotto studi specifici: la sua era una pittura istintiva, spontanea e la scelta dei colori semplicemente dettata dallo stato d’animo del momento. Però definire naif quel modo di intendere la pittura, mi è sembrato  molto limitante, come se si volesse necessariamente dare una connotazione, specie in virtù del fatto che l’autrice si era avvicinata già da qualche anno alla dottrina buddista, situazione questa che offre molte spiegazioni e suggerisce molteplici chiavi di lettura alla sua arte. La sua vicinanza alla filosofia buddista viene espressa sia dall’armonia dei suoi dipinti (quella stessa armonia cosmica che è uno dei pilastri del  buddismo), sia dall’uso dei colori vivaci e mai “banali”. Tra i suoi soggetti, un tema ricorrente è quello del cavallo. Una sommaria interpretazione "freudiana" ci potrebbe suggerire una velata ricerca di libertà, di spazi aperti, di liberazione dalle catene della banalità del quotidiano. Ma anche gli altri personaggi rappresentati, portano con se un aura di misticismo e di mistero insieme.  
                                                                        

Senza dubbio l’immediata suggestione di quei dipinti è il contributo involontario  della mancanza di una formazione accademica dell’autrice, fattore che, paradossalmente, tende a depurare la sua arte, a sottrarla di tutti quei formalismi e quelle congetture tipiche di chi, spesso eccessivamente intriso di teoria, si vede costretto a seguire dei canoni “ufficiali”, a non voler rischiare di allontanarsi dall’accademismo e da una certa liturgia della pittura. Evidentemente l’autrice si fa forza di questa situazione, dando piena libertà  al proprio estro e alla propria ispirata creatività primitiva, senza vincoli né sovrastrutture eccessive. Né tantomeno ella deve necessariamente cercare quel consenso che invece sembra essere pane quotidiano per chi, avendo dei "titoli", si deve sentire quasi in dovere di ricevere riconoscimenti!  La pittura di Dora Mendolicchio esprime al meglio ciò che l’arte deve rappresentare, ossia il massimo della naturalezza e della spontaneità, senza compromessi e senza alcuna pressione, che sia capace, per chi la osserva, di ricevere le stesse sensazioni che hanno mosso la mano dell’artista. I dipinti sono un chiaro invito a perdersi, a smarrirsi tra quei colori e quella fantasia, desideri di cui la nostra anima è intrisa, ma che spesso mancano degli strumenti per esternarsi.
                                                                  


 
                                                                 


 


                                                                                  



 



 








sabato 6 aprile 2013

TECNOLOGIA

bang & olufsen


Il trascorrere degli anni apporta imprescindibili cambiamenti nella vita di ogni individuo. L’evoluzione è talmente rapida, che molti aspetti del quotidiano possono diventare già superati nel giro di un breve lasso di tempo. Senza dubbio il settore che corre più di tutti è quello tecnologico. La mutazione non è solo strumentale, ma coinvolge la sfera pratica ed emotiva di ognuno, investendo l’approccio alla usuale gestualità che l'individuo ha verso quegli strumenti: oggi ad esempio uno smartphone va oltre il semplice ricevere o fare una chiamata, in quanto assomma al suo interno molteplici funzioni, molto pratiche, che di fatto vanno a mettere fuori gioco altri strumenti tecnologici. “Vittime” illustri di questa multifunzionalità sono computer fissi, impianti hi-fi, macchine fotografiche, calcolatori, registratori, videocamere e  finanche televisori. Difficilmente i più giovani riescono a concepire, ad esempio, un classico impianto stereo, con i diversi moduli  e le casse posizionate sulle mensole, in salotto o in cameretta, dove ci si metteva comodi ad ascoltare musica, prima su vinile, poi, dalla metà degli anni 80, su Compact Disc.  Tuttavia, oggi, di fianco alla tecnologia più popolare e di consumo, esiste un mondo parallelo fatto di prodotti sofisticati e di persone esigenti e appassionate, che vogliono usufruire sempre del meglio di prestazioni audio di alto livello. Fortunatamente gli impianti hi-fi domestici continuano ad esistere, anche se in tono minore rispetto a vent'anni fa, ma senza dubbio l’approccio a questi strumenti può offrire molte sorprese. Spesso si tratta di prodotti costosi, cosiddetti di nicchia, o di marchi sconosciuti al grande pubblico. In questo spazio vorrei soffermarmi in particolare su una casa danese, la Bang & Olufsen, produttrice di impianti di ascolto, televisori, telefoni fissi e smartphone, apparati home theatre, impianti stereo per auto (in collaborazione con Audi e Aston Martin) e ideatrice di una forma molto sofisticata di link per abitazioni (Beolink), un sistema multiroom che consente di riprodurre, da una sola fonte, musica diversa in stanze diverse, o la stessa musica in tutte le stanze. In  particolare  voglio porre l’attenzione su uno dei suoi prodotti di punta, ossia il BeoSound 5. Come si può osservare nell’immagine, si tratta di un semplice e ridotto apparecchio, con un display ad altissima definizione e una  capacità di archiviazione pari a circa 175.000 brani o 10.000 CD, integrata con alcune tra le migliori elaborazioni dei segnali. Inoltre BeoSound 5 supporta la riproduzione di file WMA e FLAC lossless, oltre ai formati file compressi. In più, con la rotellina in allumino lavorato, è possibile scegliere tra 13.000 emittenti radio internazionali. Sul suo display LCD e possibile visualizzare in modo nitido tutta la componente grafica della musica digitale: su di esso comparirà l'immagine della copertina del disco in riproduzione o in playlist. 



In più, con la funzione MOTS (More of the Same), Bang & Olufsen ha compiuto un salto di qualità verso un'impareggiabile esperienza di musica digitale. La funzione intelligente MOTS "ascolta" la canzone che l'utente seleziona, ne analizza il suono, le dinamiche e gli aspetti ritmici, e con la funzione random cerca in archivio la musica simile e offre automaticamente un elenco di riproduzione che può trasportarti in luoghi della tua raccolta musicale che avevi semplicemente dimenticato. Quindi il sistema comporrà una play list sulle caratteristiche e il genere musicale del brano - guida. Anche se la musica è sul cellulare, è possibile riprodurla direttamente con BeoSound 5. In questo modo, anche con la musica digitale, sarà possibile ascoltare quello che non si è mai ascoltato prima.  Le dimensioni ridotte dell’apparecchio ( 31 cm x 19 cm e 8 cm di spessore) non devono trarre in inganno: esso è un impianto hi-fi a tutti gli effetti, con tutto il necessario che un impianto deve avere, miniaturizzato e concentrato in pochi centimetri! Inoltre, tutti gli altoparlanti Bang & Olufsen, ai quali il sistema si può collegare, sono attivi, ossia con due amplificatori incorporati per ogni altoparlante, uno dedicato ai toni bassi e l’altro per gli acuti, in modo da non farsi concorrenza tra di loro, così che il suono sia riprodotto con estrema pulizia e fedeltà. I diffusori sono provvisti della tecnologia ICE-Power, una sorta di "radiatore" che raffredda gli amplificatori e l’interno dell’altoparlante: questo permette di realizzare dei cabinet non troppo ingombranti, dalle dimensioni molto ridotte e dalle forme sottili e filiformi. I creatori dei prodotti della casa danese, che sono tra i più apprezzati designer di scuola scandinava e inglese, grazie alla tecnologia avveniristica che Bang & Olufsen mette a loro disposizione, possono dare sfogo alla loro vena creativa, in maniera che qualsiasi apparecchio, sia esso impianto audio o televisore, si possa adeguare a tutti i tipi di arredamento, essendo essi stessi preziosi e facilmente  integrabili elementi di arredamento. Questo è uno di quei classici casi per cui la tipologia di prodotto (al pari di un auto o di una moto d’epoca) prevarica il semplice utilizzo, ma riesce a toccare aspetti emotivi ed affettivi davvero profondi, che arrivano a coinvolgere in maniera accattivante e totale i cinque sensi.


ALCUNI ESEMPI DI DIFFUSORI ATTIVI AI QUALI COLLEGARE BEOSOUND 5




diffusore BEOLAB 8002


diffusore BEOLAB 5







diffusore BEOLAB 6000

diffusore BEOLAB 4000

giovedì 4 aprile 2013

CRONACA DI UN GIORNO SPECIALE

 

(tratto da una giornata realmente vissuta)

ORTA NOVA, 13 luglio 1985, ore 9:00 -  Come da prassi, già dalle prime ore del mattino fa molto caldo. Anche l’auto si appresta a scaldarsi, nei pistoni, ma soprattutto nell'abitacolo, con l’aria condizionata che è ancora un miraggio, mentre non è miraggio, ma affidabile e concreta realtà la mia piccola e docile  utilitaria, una Fiat 127, blu notte, con motore da 903cm³ e un rapporto a quattro marce: alta fedeltà allo stato puro! Con i capelli lunghi e incolti, look trasandato da novello fricchettone, sembro essere appena tornato da un concerto degli Inti-Illimani, mi appresto a un veloce giro per le vie ortesi, allo scopo di prelevare materiale umano, in attesa della costa adriatica, che presto ci vedrà protagonisti tra le centinaia di vacanzieri, pendolari come noi, sotto un cielo terso e l'aria a quaranta e passa gradi ! Roberto, messi da parte archetto e violino, è più "tecnologico" che mai e porta con sé una curiosa radiolina nera, dall'aria piuttosto vissuta, ma con un set di pile nuovissime, pronte al sacrificio, mentre Gianni per una volta ha lasciato la sua virtuosa chitarra elettrica a casa, ma in alternativa ci propone degli olii e delle inquietanti pomate artigianali, composte da misteriosi ingredienti rubati alla cucina e frutto di bizzarre e ardite miscelazioni, che hanno l'arrogante ambizione di velocizzare e uniformare l'abbronzatura (dice lui), e di cui noi tutti siamo docilmente chiamati a far da cavie: la birra, diceva, meglio berla che spalmarsela addosso.....!!!                                                                                            
 MARGHERITA DI SAVOIA, 13 luglio 1985, ore 12:50 -   Sul bagnasciuga, dal piccolo apparecchio nero arrivano le prime voci, strettamente anglofone, con sottofondo l'oceanico vociare dello Stadio di Wembley, in Londra, che sta accogliendo in maniera canonica l’ingresso del Principe Carlo e della consorte, la Principessa Diana Spencer. Dopo brevi e necessari convenevoli, l’elettricità degli Status Quo apre  il Live Aid, sotto gli occhi fintamente chiusi e molto compiaciuti di  Bob Geldolf, l'inventore di tutto ciò, il quale, nell'inverno precedente, quello del 1984, aveva chiamato a raccolta diversi amici per dare una mano alle martoriate popolazioni dell’Etiopia, alle quali una ingiusta e crudele carestia diede a loro il modo di maledire la propria esistenza su questa Terra! Il caldo mare dell’Adriatico è molto invitante e le immersioni si susseguono una dopo l’altra. Dal piccolo altoparlante intanto la musica degli Style Council, degli Ultravox, degli Spandau  Ballet, di Sade, seguiti da Sting e Phil Collins, ci accompagna fino in acqua. Poco dopo, col permesso del fuso orario, si comincerà a suonare anche al JFK Stadium di Philadelfia. Persino il pranzo delle ore 14 non ci faceva staccare l’orecchio da quelle splendide e "utili" note, nonostante gli intingoli e i famigerati manicaretti di Saverio, un palese e devastante attentato all’equilibrio della nostra flora batterica! Gli imberbi U2, da bravi figlioli irlandesi, intanto tengono alta la tensione, e fra poco ci sarà l’esplosione dei Queen e di un gigantesco Freddy Mercury,  in giornata di grazia. Ma gli americani (che si sa come sono fatti) non si vogliono sentire secondi a nessuno, e stanno iniziando a dire la loro, con Madonna e  Paul Mc Cartney, in uno straordinario “botta e risposta” con Londra. Tocca poi ai Black Sabbath, che per l'occasione hanno rispolverato il macabro egocentrismo di Ozzy Osbourne, la leggenda Mick Jagger, vera apparizione divina, in compagnia di quelle facce da "ergastolo" dei Rolling Stones, Tina Turner, i popolarissimi Duran Duran. Maurizio intanto sta dando sfogo alla sua vena recensoria, illustrando a noi distratti commensali le caratteristiche e le abilità tecniche di ogni artista e ogni esibizione, mettendo a dura prova lo stoicismo delle nostre palpebre, oramai in zona pennichella! 
 Neil Young, in compagnia di Crosby, Still & Nash continuano da Philadelfia ad ipnotizzare con le note noi cinque, in quella casetta sul mare, insieme a un altro miliardo e mezzo di persone, sparso sul pianeta Terra, che ci accompagna nell'ascolto. Intanto lo stadio di Wembley schizza di adrenalina all'ingresso di David Bowie, con un elegantissimo completo canna da zucchero degno delle miglior italian style, dei Simple Minds, di Elton John con George Michael, mentre l’America risponde con la voce di Bob Dylan, Eric Clapton e dell'indomabile Phil Collins, che è appena arrivato da Wembley, in Londra, dopo aver chiesto uno "strappo" a un Concorde, sulla pista di Heathrow: in sole tre ore, il tempo di qualche drink e una dormitina, si è fatto accompagnare a Philadelfia, il tutto alla velocità del suono: anche questo è rock..!!! Iniziando la seconda performance negli USA, a pomeriggio inoltrato, Collins salutò gli spettatori del JFK Stadium dicendo: "Assurdo!...questo pomeriggio ero in Inghilterra! Il mondo è strano!!!" Piccole curiosità. Quando era a bordo del Concorde, Collins incontrò per puro caso la cantante Cher, una delle poche persone al mondo ad ignorare quello straordinario evento in corso! Senza troppi indugi la cantante fu convinta a fare un'ospitata nel finale del concerto di Philadelphia, quando fu eseguito il celebre brano We are the World, con tutti gli artisti del concerto! Durante la sua esibizione, Bob Dylan ha rotto una corda della chitarra e Ron Wood dei Rolling Stones si è tolto la propria passandola a lui. Wood è quindi rimasto sul palco sprovvisto del suo strumento musicale e si è messo a suonare la chitarra immaginaria, roteando il braccio sullo stile Pete Townshend degli Who, finché un assistente di scena non gli ha passato una nuova chitarra!
Fra una sigaretta e una birra, nel frattempo, la sabbia si è rinfrescata e il mare cobalto si è già colorato di rosso, mentre i gabbiani, da buoni spazzini, si posano sulla spiaggia alla ricerca dei nostri avanzi: se solo potessero capire cosa gli aspetta, credo che farebbero a meno della cena e ci denuncerebbero al WWF!                                                   
 La Fiat 127 si sta dirigendo verso Orta Nova, con i fari accesi su per la strada di Tressanti, tradizionalmente piena di buche: quella via credo sia già nata così, e così è destinata per l'eternità! La piccola radiolina nera ha resistito stoicamente a 10 ore e mezza di rock puro, ma sono convinto che anche essa, se fosse viva, con la sua anima di plastica e le viscere di rame, sarebbe consapevole di essere stata eroicamente necessaria.
















                        

ORTA NOVA, ore 21:40 - Se fino ad allora ne abbiamo ascoltato solo le voci, ora vediamo in faccia da chi provengono quei suoni. La televisione sta trasmettendo quello che resta ancora di quel giorno speciale, mentre le nostre teste conserveranno per sempre, in un angolino tra le loro pieghe, questa splendida festa, che ha permesso a Sir Bob Geldolf di racimolare qualcosa come 140 milioni di dollari, tutti ben spesi sotto la sua supervisione, per i nostri fratelli etiopi.

COSA RIMANE – Insieme  a Woodstock, il Live Aid è stato uno dei più importanti eventi musicali mai registrati, e come Woodstock, un vero spartiacque nella storia del rock 'n roll. Tutti gli artisti partecipanti portano nel segreto della propria anima il ricordo di quel giorno speciale, sia che la loro carriera prosegue, sia che, come diversi di loro, col contributo beffardo di un destino crudele, sono stati accolti tra le braccia del buon Dio. Di questa storia, oltretutto, rimangono due splendidi brani, degli Artisti Associati della Band Aid “Do they know it’s Christmas?” e dell’USA For Africa, la celeberrima “We are the world”, mentre a noi, dall'alto dei nostri vent'anni, rimane un indelebile, commovente e nostalgico ricordo. In fondo quello è stato un giorno davvero speciale!!!









giovedì 21 marzo 2013

Al capezzale dello struscio che fu




E’ con grande rammarico e dopo un lungo ed irreversibile coma, possiamo decretare la fine dello “struscio”, fenomeno tipico della provincia del Sud Italia, che per anni ha caratterizzato intere generazioni di giovani e meno giovani. Passiamo ad analizzare la valenza sociale di questa particolare usanza e ciò che essa ha costituito per le giovani leve dei piccoli centri urbani. L’etimologia del termine identifica lo struscio con il passeggio della sera nei giorni di festa, per la strada principale del paese. A Napoli il termine fa riferimento al gran movimento di gente in visita alle varie chiese nel giorno del giovedì Santo. Nell’accezione più giovanilistica e più ricreativa del termine, lo struscio ha nella circolarità la chiave di differenziazione da tutti gli altri tipi di “passeggio”, specie di quelli che avvengono in città. Lo struscio ortese in particolare, a partire dagli anni settanta e ottanta, ha attraversato varie fasi di cambiamento, coinvolgendo vere e proprie masse di giovani ragazzi e scatenando meccanismi di identificazione, legati in particolare all’ubicazione precisa dove il camminare e il sostare avvenivano.
Occorre in primis distinguere tre tipi di struscio, composti a loro volta da tantissime altre sottocategorie. Le tre principali sono: lo struscio della festa patronale, lo struscio di agosto e quello domenicale. L’attenzione è focalizzata soprattutto sullo struscio domenicale, in quanto meno occasionale degli alti due, ed è quello più che caratterizzava a livello sociale la vita di Orta Nova. Tutti e tre i tipi di struscio avevano come location il corso principale, ossia Corso Umberto, in particolare il secondo troncone, che parte dalla chiesa del Purgatorio fino alla sede attuale degli uffici ASL. La via veniva idealmente suddivisa in tre boulevard, potendo contare anche della  strada vera e propria, destinata alle automobili, opportunamente chiusa al traffico, nelle domeniche e durante la festa patronale. Nella sede stradale si concentrava lo struscio destinato alle famiglie, coppie adulte ma anche giovani, queste di frequente alla guida di carrozzine a volte ingombranti come piccole city car, bambini e adolescenti in libera uscita e rigorosa “ritirata” (dicasi ritirata il limite temporale, di solito 21, 30, entro il quale il soggetto doveva rientrare a casa, senza alcuna possibilità di sforamento, pena la reclusione coattiva a tempo determinato ad opera di genitori- sergenti). Il largo marciapiede della parte destra, oggi perlopiù sede di piccole minoranze stanziali di amici , era negli anni ottanta la location dello struscio adolescenziale; lì vi nascevano i primi amori, si formavano le grandi comitive e, come momento di pausa, l’immancabile appuntamento con il chiosco di Giovanni Maffei, celebre per i suoi prelibati gelati. Il marciapiede sinistro invece era frequentato da ragazzi più adulti. Qui lo struscio seguiva ritmi più blandi ed aveva come riferimento il mitico Bar “Cin Cin”, oggi Bar Italia, luogo molto di tendenza nel decennio degli ottanta, ritrovo anche di musicisti nostrani. Dagli anni novanta si è assistito a un clamoroso ribaltone, ossia all’inversione del target dello struscio: la parte sinistra è stata conquistata dagli adolescenti, essendo qui nel frattempo sorti numerosi punti di ritrovo, prima fra tutti il Caffè “Movida”, il Bar “Monterosa”, oltre all’immancabile "Caffè Italia”, mentre il marciapiede destro è appannaggio di persone più adulte, prestandosi il percorso a passeggiate meditative e molto conversate. Il su e giù ripetuto più volte, denominato fino a qualche anno fa con il gergo olimpico di “vasca”, che lo struscio comportava, si è oramai estinto. Le nuove generazioni,convertitosi nel frattempo in branchi stanziali, a quanto pare hanno adottato come punti di ritrovo i numerosi locali di cui Orta Nova si è venuta dotare. Inoltre sono mutate anche le opportunità: le uscite serali si sono di molto posticipate e l’ora tarda di certo non favorisce  il passeggiare. Questo grazie anche alla depenalizzazione, da parte dei moderni genitori, della pratica della "ritirata", che permette alle nuove leve una permanenza, anche notturna, per i vari punti di Orta Nova. Bisogna sottolineare che all’epoca i giovani erano molto meno motorizzati rispetto ad oggi, quindi l’unica possibile mobilità era offerta dalle proprie gambe! In fondo, senza inutili atteggiamenti nostalgici, anche questa è storia.
 Grazie a Giuseppe Natile


                                                                                                                                     

domenica 10 marzo 2013

RADIO LIBERE ORTESI

                                                                             
UN CAMMINO LUNGO 30 ANNI
     


Molti avvenimenti e situazioni avvenuti in passato ad Orta Nova o sono sconosciuti ai più giovani oppure tendono ad essere rimossi e dimenticati, senza sapere che essi costituiscono un patrimonio comune che è sempre bene custodire, specialmente in questi tempi difficili per la città, tempi in cui il disinteresse per le cose, l'apatia e l'aridità culturale stanno caratterizzando la vita della nostra comunità.  Nella ricca tradizione ortese (appartenente ahimè a un passato remoto!), un posto di riguardo senza dubbio è riservato al capitolo delle radio private e a tutti coloro che sono stati gli artefici e i protagonisti di quell’avventura. Il viaggio inizia negli anni ’70 e precisamente nel maggio 1976, periodo in cui la neonata Radio Orta Nova A1 iniziava le prove tecniche di trasmissione. Il 22 aprile del 1977 iniziò la programmazione ufficiale, che esordì con la brillante ed inconfondibile voce di Antonio Lo Popolo, successivamente conosciuto con il nomignolo di “nonnino”, che salutava tutti gli ortesi in ascolto. Il grande artefice di quel pioneristico progetto fu l’editore Mimmo Aghilar, vero “veggente” e precursore dell’emittenza privata cittadina e provinciale, anticipatore di un fenomeno che di lì a poco avrebbe manifestato tutta la sua potenza esplosiva. Di anni ne sono passati, e a testimonianza di quella brillante epoca ci sono le decine di voci amiche che si sono succedute alla consolle della prima radio ortese. Come non ricordare Rocco Di Meo, che con il suo “Dischi a gettone”, era campione di ascolti? E poi, Nicola Goffredo, in coppia con Imma Iorio, che conducevano un seguitissimo e completo notiziario, Teresa Di Gianni, Angelo Colucci, Antonio Delli Santi, Gianni Cuconato, Michele Lacerenza, Saverio Ladogana, Lino Marseglia (Stracci Uniti), Tina Ferrante, l’avvocato Mimmo Trabacco, con uno spazio dedicato alla poesia, senza dimenticare le decine di altri nomi che si sono succeduti nel corso degli anni e che hanno accompagnato la radio fino al trasferimento a Foggia. Quello che salta subito all'occhio dell'attento osservatore è il palinsesto della programmazione, che era piuttosto articolato, fatto sì di musica, in tutte le salse, ma non mancavano tribune politiche, approfondimenti giornalistici, informazioni, rubriche e curiosità sulle più svariate tematiche. Era il segno dei tempi, quando le prospettive di crescita culturale della città erano alte! Nel 1978 nacque la seconda radio cittadina, ossia Radio TRS, per definizione più alternativa e meno istituzionale rispetto alla "sorella maggiore" Radio Orta Nova. La sua programmazione era fatta soprattutto di cantautorato impegnato, rock progressive, funky e disco music, che in quegli anni era di grande ascolto, grazie soprattutto all’apporto di Donato Antonacci, Beppe Bottos e Nuccio Greco, uno dei fondatori.                                                                                   



Nel dicembre 1979 prese il via l'attività di Radio Gamma, che si rivelò vera e propria fucina di nuovi speaker, tra i quali mi piace annoverare Gino Martino, Pino Balestrieri ( che ha collaborato alla stesura di questo articolo) e, presenza insolita, il filosofo ortese Matteo Rinaldi, diviso tra musica classica e poesia. Nel 1986 fece il suo esordio nell’etere Radio Sole, che, a conferma del suo nome, portò gioia e allegria nelle case degli ortesi, ma che dopo breve vita, finì col tramontare inesorabilmente! Nel 1987, sempre ad opera del solito Nuccio Greco, nacque quella che fu, in ordine cronologico,  l’ultima radio locale di Orta Nova, Radio Club Azzurra, che suo malgrado si trovò a combattere contro i grandi e ricchi network nazionali ( che si stavano rapidamente diffondendo): un bel progetto romantico e visionario, purtroppo destinato a soccombere sotto il peso dello strapotere delle radio a diffusione nazionale. Con l'estinzione delle piccole realtà locali, negli anni si è assistito sempre più a una certa omologazione delle proposte e dei gusti musicali, al venir meno di quella che era un' identità territoriale importante, in quanto le piccole emittenti erano pur sempre vicine alle diverse realtà cittadine e ad un ascolto più attivo e coinvolgente, in quanto si percepiva la vicinanza di quelle che erano vere e proprie "voci amiche". Questa memorabile storia di piccola emittenza rimane patrimonio culturale, del quale non tutti sono a conoscenza, reperto di un epoca di grande iniziativa e vivacità che hanno fatto di Orta Nova felice testimone di 30 anni meravigliosi e irripetibili. Concludendo, mi chiedo tra trenta o quaranta anni, i nostri figli o i nostri nipoti di cosa parleranno, quando si farà riferimento a Orta Nova ?!!
 

mercoledì 6 marzo 2013

ANNI 80

IL BLITZ
Fra i club che hanno reso Londra la capitale più avveniristica degli anni 80, c’è un luogo ricco di memoria, che da molti appassionati e seguaci è considerato un vero e proprio santuario. La storia del Blitz di Covent Garden, a Londra, inizia nei tardi Settanta, precisamente nel febbraio del 1979 e la sua istituzione è senza dubbio da annoverarsi tra quelle “cattedrali blasfeme” del popolo della notte in cui esprimere al meglio la creatività sonora di quegli anni. Quando Steve Strange e Rusty Egan ebbero l'idea di aprire il locale, non immaginavano che questa impresa sarebbe diventata l’embrione di un processo che di li a poco avrebbe segnato il gusto stilistico e musicale di tutto il decennio degli anni 80 e che, tra i vari fenomeni, vide la nascita di una tendenza che successivamente sarà definita movimento New Romantic. Frequentato da artisti, ex punk, studenti della scuola d'arte, giovani stilisti e musicisti sperimentali, al Blitz la parola d’ordine era una e una sola: stupire! Arredamento austero, liberamente ispirato all’iconografia mitteleuropea della seconda guerra mondiale,  lunga è la lista dei personaggi che fecero del Blitz la propria casa notturna, spesso dettandone modi e mode, creando così una popolazione presto identificata come The Blitz Kids. Oltre ai già citati Strange ed Egan, che sono tra i fondatori dei Visage, erano assidui frequentatori, tra gli altri, Boy George dei Culture Club, Martin Degville e Tony James, dei Sigue Sigue Sputnik, il compianto Pete Burns, frontman dei Dead or Alive, i cinque Spandau Ballet degli esordi. Sarà lo stesso Steve Norman, sassofonista e percussionista degli Spandau, a ricordare, in un documentario dedicato alla band: <...il martedì era senza dubbio la serata più bella di tutta la settimana, tutto ruotava intorno al Blitz. Passavamo sette giorni a cercare qualcosa da indossare il martedì sera. Era un luogo fantastico, piccolo, buio e sovversivo >.   L’abbigliamento di gran parte dei suoi frequentatori era esageratamente eccentrico, senza dubbio condizionato dalle tendenze punk, e quando David Bowie decise di girare il video di “Ashes to Ashes”, usando come occasionali coristi alcuni frequentatori abituali del club, tutto il mondo si accorge del Blitz. E così, nell’arco di pochi mesi, l’attenzione di giornalisti musicali, curiosi, addetti ai lavori e cacciatori di novità e di tendenze è puntata su questo locale, popolato da esseri inusuali, androidi multicolori, dai tratti e dai vestiti androgini. Ragazzi e ragazze passavano ore davanti allo specchio, alle prese con trucchi e dando fondo a tutta la loro creatività, al solo scopo di passare l’attenta e severa selezione messa in atto dallo stesso Steve Strange, "l'uomo alla porta", che decideva chi far entrare e chi no! Al guardaroba lavora uno strano personaggio, ventenne, androgino, un certo George O' Dowd, nato nel Kent da famiglia irlandese, un personaggio che vive gli anni Ottanta come se fossero l'ultimo decennio della storia del mondo. E in effetti fu proprio così: è uno che gli anni ottanta li ha plasmati e di lì a poco tutto il mondo lo conoscerà col nome di Boy George, straordinario performer e leader carismatico dei Culture Club! All' interno del club le mise prevalenti erano quelle che si rifacevano al romanticismo di Byron e Keats, con le personali varianti che ognuno apportava al proprio stile: gentiluomini in panni vittoriani, maschere da teatro giapponese kabuki, malinconici Pierrot e avvenenti pirati post punk! Travestirsi per incarnare al meglio le nuove sonorità musicali diventa la modalità per urlare con dolcezza il rifiuto al grigiore imposto dalla politica thatcheriana, opponendo sovrapposizioni sonore e di tessuti, sintetizzatori e violoncelli, strass e preziosità alla portata del popolo. Questo clima avvolgente e questo fervore creativo e trascinante fece da humus a numerose avventure musicali, artisti che nel lasso di poco tempo riuscirono ad acquisire, in alcuni casi, una celebrità mondiale, monopolizzando la scena musicale di tutti gli anni 80': Visage, Spandau Ballet, Duran Duran, Culture Club, Japan, ABC, Gary Numan, Adam & the Ants, Soft Cell, Ultravox, Roxy Music. Ma anche personaggi che erano distanti dalla filosofia new romantic, furono affascinati da quel mondo multicolore e apparentemente spensierato, si pensi allo stesso David Bowie e a Grace Jones. In quel clima  di rivoluzione romantica, oltre che la musica, fu anche la moda a strizzare l’occhio all’ìmpeto creativo che quella nuova tendenza comportava: muovono i primi passi geniali creativi che con i loro abiti vestirono quegli anni di dolce ribellione, come Enrico Coveri, Vivienne Westwood, Katherine Hamnett e John Galliano.