sabato 28 settembre 2013

Anni 60 : PIPER CLUB


IL POSTO DOVE ACCADDE DI TUTTO…

Il 22 agosto (2013) è morto a Roma Giancarlo Bornigia. Questa in se potrebbe essere una notizia come tante, magari destinata anche a passare inosservata, se non fosse per il nome del protagonista. Bornigia, che avrebbe compiuto 83 anni il 29 settembre (2013), è scomparso per un arresto cardiaco al Policlinico Umberto I di Roma. I funerali si sono  svolti lunedì 26 agosto (2013), nella chiesa di Santa Chiara, in piazza dei Giochi Delfici. Ma chi era Giancarlo Bornigia? Un personaggio che in maniera indiretta (o diretta) ha dato tanto alla musica, e probabilmente, forse senza rendersene pienamente conto, è stato uno dei pionieri in Italia per la diffusione della liberalizzazione del costume e della cultura alternativa di marca anglosassone! Vero re delle notti romane e fondatore, con Alberigo Crocetta e Alessandro Diotallevi, del leggendario Piper Club, locale  diventato uno dei simboli riconosciuti del boom economico italiano degli anni '60.    

Commerciante di automobili, la svolta della vita per Bornigia arriva nel 1965. Non è facile, per chi non l’ha vissuta di persona, raccontare la vita e l’atmosfera che si respiravano qualcosa come più di mezzo secolo fa al Piper Club, il locale nato in quell’anno, al numero 9 di via Tagliamento e diventato in pochi mesi, o meglio in poche settimane, santuario romano della musica, il punto d’incontro di migliaia e migliaia di ragazze e ragazzi che piovevano a Roma da mezza Italia e anche dall’estero,  per raggiungere lo storico grande scantinato, un posto dove poteva accadere di tutto, e dove in effetti accadde proprio di tutto! Quelli erano anni di forte crescita economica e l’aria che si respirava era talmente carica di aspettative, che spesso induceva molti giovani a un eccesso di intraprendenza, ai limiti dell’incoscienza, la stessa euforia che contagiò i tre amici romani a “buttarsi” in una impresa ardua e inverosimile, una scommessa avvincente!  Il Piper non era solo una semplice discoteca:    sono passati veramente tutti, ma proprio tutti, dai Rolling Stones ai Genesis, da Jimi Hendrix ai Pink Floyd, dai Rokes agli Who, da Sly and The Family Stone a Lionel Hampton, da Rocky Roberts ai Procol Harum, da Nino Ferrer a Patrick Samson. Una domenica di mezza mattina, ad esempio, una classica ed anonima domenica romana, dal tipico sapore di “carbonara e coda alla vaccinara", chi si trovò nel locale, riuscì ad assistere a un evento inimmaginabile, un esclusivo e quasi segreto concerto dell’orchestra di Duke Ellington, con la leggendaria big band messa al centro della pista (erano troppi musicisti per trovare lo spazio giusto sul pur ampio palcoscenico) e il pubblico che si sistemava ai fianchi, sul palco, sulle balconate e in ogni angolo per godersi il grande, immenso Duke.    














Anche molti musicisti italiani si sono fatti le "ossa" al Piper, e basta un breve elenco per capire che tipo di fascino avesse il locale. Laggiù sono passati e spesso avviati artisti del calibro di Mina, Gabriella Ferri, Rita Pavone, Mia Martini, Loredana Bertè, l’Equipe 84, Formula 3, i Pooh, Fred Bongusto, Wess e Dory Ghezzi, i New Trolls, le Orme, i Corvi, i Ricchi e Poveri, i Dik Dik, Romina Power, i New Dada, i Rokketti, Caterina Caselli, Mita Medici, i Primitives di Mal.
 Ma i due personaggi che hanno indissolubilmente legato il loro nome a quello del Piper senza ombra di dubbio sono Patty Pravo (la ragazza del Piper) e Renato Zero (che circa vent’anni dopo, in pieno successo popolare gli dedicò il titolo di un intero album, via Tagliamento, appunto).  






La linea artistica si ispirava al mondo del beat inglese, da cui copiò anche l'idea dell’uso innovativo di luci stroboscopiche e colorate, accoppiate ai suoni e allo stile ispirato dalla moda. Probabilmente il Piper, che dettava le tendenze anche in fatto di moda in quegli anni, fece da trampolino per il trionfale ingresso della minigonna in Italia, ideata dalla stilista londinese Mary Quant, uno dei tanti aspetti della “rivoluzione” dei sixty, che stavano preparando la strada per i “fuochi” del ’68!
E proprio nel 1968 dal Piper partì un'iniziativa simile a quelle in voga negli anni 70, i cantagiri canori: nella fattispecie, il CantaPiper. "Piper Club" è stato inoltre il nome di un'etichetta discografica che ha pubblicato i dischi di molti degli artisti che si esibivano nel locale. Ma l’interesse di Bornigia non si fermava alla musica: tra note e pittura, Bornigia portò in mostra al Piper Club anche opere d'arte contemporanee, tra cui alcuni  dipinti di Andy Warhol, di Schifano e opere di Piero Manzoni e di Mario Cintoli.
 Dopo il Piper, Bornigia ha proseguito, al pari di un Re Mida, nella "creazione" di altri locali, frequentatissimi nelle notti romane, come il Gilda, l’Alien, lo Smile, il Tatum e l’Acquapiper di Guidonia. Accorto amministratore, che cercava per quanto possibile di tenere stretti i cordoni della borsa, uomo che per anni e anni è stato il re delle notti romane, con un giro d'affari di svariati miliardi, supermanager che ha sempre seguito le regole pagando puntualmente tasse, la Siae, i contributi e tutto il resto, questo era Bornigia. Era preciso al punto che molti, da quelli che non riuscivano a entrare o a superare le chilometriche file all’ingresso, fino ai musicisti italiani e stranieri che tentavano di aumentare i propri "onorari", l'avevano simpaticamente soprannominato l’implacabile.

 

sabato 14 settembre 2013

Lo sapevi.....


... che verso la fine degli anni settanta una parte della produzione musicale fu fortemente influenzata dall' elettronica: sulla scena mondiale comparvero diversi gruppi che adottarono l’uso massiccio e sistematico di sintetizzatori sempre più perfezionati e arricchiti di molteplici effetti sonori. Sulla scia dei capostipiti, i tedeschi Tangerine Dream e sull’onda di un entusiasmo, a volte modaiolo, dato dai numerosi film e serie TV dell’epoca, di ispirazione fantascientifica, emersero sul mercato discografico diverse band, soprattutto straniere, che tra l’altro ebbero un enorme consenso popolare. Fra questi sono da annoverare i francesi Rockets, dalle sonorità commerciali, tipicamente disco, “spaziali” nelle sonorità e nel look e i tedeschi Kraftwerk, diretti discendenti dei connazionali Tangerine Dream, dallo stile minimalista, mitteleuropeo e proto - ambient, decisamente  meno commerciali dei colleghi francesi e da molti considerato un gruppo fondamentale, per le forti influenze apportate alla nascente new wave, specie quella di ispirazione elettronica, genere che successivamente arrivò a monopolizzare l’intera produzione del decennio degli ottanta.

                                ROCKETS - Anastasis



 
  
KRAFTWERK - The models




ROCKETS - On the road again




domenica 8 settembre 2013

Agosto eventi 2013 - parte prima -


NOTTE BIANCA: CRONACA DI UN “FLOP”
NOTTE ROSA : BUONA LA “PRIMA”
Come precedentemente anticipato, passiamo ad approfondire i motivi, le ragioni e gli ostacoli che l’organizzazione della Notte Bianca Ortese ha incontrato e che suo malgrado non è riuscita a superare. Questo spazio non vuole solo essere l’analisi di una manifestazione mal riuscita, ma l’occasione di parlare di ciò che succede nella nostra città ogniqualvolta c’è da programmare e preparare qualcosa. In questo spazio è inevitabile che la premessa sia ampiamente dedicata alla Notte Rosa, vista, almeno per quest’anno, a torto o a ragione, come il “salvagente” dell’agosto ortese e “tampone” della mancata Notte Bianca. In questo ci vedo tutta l’abilità imprenditoriale di Ciro Dalla Zeta, noto pubblicitario di Orta Nova, ideatore di questo evento, che ha saputo “infilarsi” nello spazio vuoto lasciato da altri maldestri organizzatori. La sua creatura è stata una sorpresa positiva, di certo non ancora pienamente matura, anche per i tempi e il budget veramente limitati, ma l’idea messa in campo da Ciro è vincente e con un potenziale enorme da sfruttare. La sua Notte Rosa è venuta a creare un precedente, con diverse  novità che ha apportato, prima fra tutte la mancanza di decine di ambulanti che soffocavano l’evento, col rischio di assimilare la serata a un comune mercato settimanale, la mancanza di “arrostitori” di salsicce e diavolerie varie,  e di conseguenza concentrando l’attenzione esclusivamente sugli artisti partecipanti e non al solo e unico pensiero di bere e mangiare ! Ma questa manifestazione senz’altro può essere arricchita da altre mille proposte, visto la sua natura e il taglio che le è stato dato, quindi senza dubbio in futuro potrà crescere enormemente.  Anche l’ospite è una riprova del tentativo di innovare l’ambiente e la proposta culturale: la vocalist Scheol Dilu Miller, accompagnata dall’ortese Harlem Blues Band,  prestigiosa artista della nuova frontiera di contaminazione rhythm & blues, funky, acid jazz, è stata una scelta ardita e coraggiosa, ma una scommessa senz’altro vinta da chi ha ideato la Notte Rosa.
   Prima di entrare nello specifico della Notte Bianca, ci sono alcune osservazioni da fare, senza però banalmente cadere nei soliti luoghi comuni. La realtà ci dice che comunque ad Orta Nova, durante i mesi estivi, sono stati organizzati egregiamente degli eventi importanti, di matrice religiosa e non, ma pur sempre impegnativi ed onerosi. Mi riferisco in primis alla Festa Patronale, in onore di Sant’Antonio da Padova, poi alle riuscitissime feste della Madonna dell’Altomare e di San Rocco, così come al tradizionale raduno del Rock Festival e alla prima edizione della sorprendente e già citata Notte Rosa.  Quindi, in questi casi la macchina organizzativa ha funzionato e i risultati sono stati sotto gli occhi di tutta la cittadinanza. Evidentemente in occasione della Notte Bianca, sono emerse vecchie ruggini e impedimenti  tra tutti quegli “attori” che avrebbero dovuto fare la loro parte, invece è stata l’occasione in cui sono stati evidenziati i limiti della cattiva gestione dell’organizzazione, della scarsa collaborazione, che è un neo “storico” di Orta Nova e della tendenza alla disgregazione civile e culturale, che sembra sia epidemica nel caso della nostra città !  Nello specifico, le ragioni vere non sono del tutto chiare, e come al solito  esistono diverse versioni, a seconda di quale parte in campo le avanza, ma la cosa certa è che l’evento è saltato a meno di un mese dalla sua realizzazione. Tutti coloro che sono stati, direttamente o indirettamente, coinvolti escono sconfitti da questa vicenda, senza attenuanti e senza lo scaricabarile di responsabilità ! Inoltre la loro posizione è tanto più aggravata e compromessa, alla luce dei numerosi eventi similari, avvenuti nei centri limitrofi dei 5 Reali Siti, con esiti molto positivi ! Ma il buon senso ci suggerisce di pensare positivamente al futuro: proprio dalle ceneri di questo fallimento possono prendere vita  nuove idee per eventi davvero speciali, originali e ben studiati. A tal proposito c’è da sottolineare come già da qualche anno esiste un esagerato proliferare di notti bianche, a volte improbabili, grossolane, sovrastimate,  magari concepite esclusivamente ad uso e consumo dei tanti  gestori di bar, localini, ambulanti, comitati e simili e questo a lungo andare finirà col logorare il gusto e la volontà di chi partecipa ai suddetti eventi! Questa inflazione sta praticamente sottraendo quello che è lo spirito originario della Notte Bianca, rendendole quasi del tutto simili tra loro, e che spesso si riducono a un panino con salsiccia e una bottiglia di birra, oppure al consumo eccessivo di superalcolici e miscugli vari, a lunghe ed estenuanti passeggiate, schivando le bancarelle da mercato rionale e le centinaia di persone, spesso disinteressate di quello che viene proposto, che respirano a pieni polmoni i fumi invadenti e oleosi delle braci!  Però c’è da aggiungere che, se si pretende di dare un taglio “alternativo”, più culturale e più super partes  a questi eventi, si deve necessariamente coinvolgere l’amministrazione comunale, perché la Notte Bianca ( o Rosa che sia) diventi rassegna rappresentativa della città, lo specchio sociale, culturale e di maturità della comunità ortese, così come si potrebbero coinvolgere le parrocchie e tutte le associazioni cittadine, non necessariamente con un apporto economico, ma con idee innovative e azioni fattive, perché è bene che sia chiaro che… una buona idea vale più di tanto denaro, anzi spesso permette di risparmiarne tanto !

 

Agosto eventi 2013 - parte seconda -


“Piccole” Feste crescono
Nell'anno del clamoroso tonfo della Notte Bianca Ortese, c'è da segnalare il ritorno di due eventi religiosi che nei decenni addietro costituivano fonte di richiamo di fedeli, forestieri e curiosi spettatori da ogni parte della provincia. Mi riferisco ai festeggiamenti in onore della Madonna dell'Altomare e della Festa in onore di San Rocco. La loro connotazione è molto forte, sia nel tessuto sociale ortese, che nel tessuto urbano della città, in quanto queste ricorrenze godono di spazi ben definiti ed identificativi, anche dal punto di vista storico e della tradizione cittadina.  Nella edizione 2013, in particolare, è stato dato ampio risalto alla parte ricreativa, che ha visto sul palcoscenico delle due ricorrenze, ospiti di un certo rilievo, considerato il budget e la natura di Feste parrocchiali dei due eventi. Infatti la Festa della Madonna dell’Altomare ha avuto ospiti gli Sha Dong, interessante band elettro glam di Caserta e la tribute band ufficiale dei Pooh, i Lindbergh di Foggia. Sull’altro fronte, per la Festa in onore di San Rocco, si è assistito al divertentissimo concerto dei Los Locos e le loro atmosfere veneto-caraibiche, duo che senz’altro non ha bisogno di ulteriori presentazioni. Inoltre è stato offerto un rilevante spazio anche a mostre e percorsi gastronomici e culturali del territorio, a suggellare la varietà e l’assortimento  delle serate in esame. Merito dell' ottima organizzazione dei due eventi, che nel rispetto della liturgia dei festeggiamenti religiosi,  ha saputo gestire perfettamente i limitati budget in maniera efficace ed intelligente, con eccellenti ed inaspettati risultati ! 







MARTEDI’ 20 AGOSTO – Orta Nova Rock Festival il giorno dopo -
 Ieri sera si è svolta la settima edizione dell’O.N.R.F.  Senza dubbio questa è stata un’edizione importante, per il semplice motivo che era fondamentale riprendere la rassegna, dopo la pausa forzata del 2012! Se si può tracciare un bilancio dell’edizione appena trascorsa, devo dire che esso è in perfetto pareggio. Se l’aspetto positivo è   stato quello della ripresa della kermesse, con la speranza futura che non ci siano più interruzioni, dall'altro lato mi rammarica dire che, a mio parere, le criticità sono state diverse.  Ma è da premettere che il discorso corrente è prettamente costruttivo e volto alla correzione, se fosse opportuno farle, di tutte quelle cose che possano migliorare il Rock Festival e farlo crescere ulteriormente.  Innanzitutto la scelta della location, a dispetto delle previsioni,  si è rivelata non felicissima: il cortile del Palazzo Gesuitico si presterebbe a rassegne di tutt’altro genere, di musica più contemplativa ed evocativa, e non a un festival rock:  in effetti le esibizioni del giovane pianista Di Carlo e dell’eccellente violino del M°. Roberto Roggia sono stati i due momenti più in sintonia con l’atmosfera del luogo e della serata. Riguardo ai diversi gruppi rock in rassegna, sono emerse preponderanti le fresche sonorità dei cerignolani de  La lanterna di Diogene, innovative, moderne, dinamiche, che si sono rivelate  piuttosto “avanti” rispetto agli altri gruppi partecipanti. Il resto della serata è stato tutto un deja vu! Evidentemente sono emersi tutti i limiti dell’ambiente musicale ortese, molto fermo e statico, che mi pare troppo attento all’aspetto tecnico del fare musica e troppo distratto dall’approccio a nuove sonorità e  sperimentazioni, legato com’è a produzioni del passato,  o a operazioni di “coveraggio”,dalle quali evidentemente è piuttosto difficile staccarsi. Una citazione particolare per None Aim,col loro inedito “Amarti sempre”, che stanno mostrando coraggio e volontà di scuotere dal torpore il mondo artistico e musicale della nostra città.




venerdì 9 agosto 2013

ANNI 70

                                                                         
STUDIO 54



In un lontano 26 aprile, del 1977, in un tipico giorno di uggiosa umidità atlantica, negli spazi di un ex studio televisivo (che prima ancora era stato un teatro), al 254 di West 54th Street, in New York City, prese l’avvio quello che molto probabilmente è stato il luogo di divertimento più famoso di sempre: la discoteca Studio 54. Però definirla semplicemente “discoteca”, in questo caso, è estremamente riduttivo, perché lo Studio 54, più che un luogo, era uno stato d’animo, una sensazione sublime e irripetibile, difficile da spiegare, ma solo da vivere,  un “non luogo” dell’anima! Per alcuni anni è stato stile di vita, status symbol generazionale, fucina di musica e di musicisti di livello mondiale, eden e sogno proibito di milioni di giovani, non solo americani. Da quel giorno di aprile, ogni discoteca che nasceva in ogni angolo della Terra,  aveva in mente lo Studio 54, come immaginario e fonte da emulare. L’idea di creare un locale originale, colorato, stravagante, fu di un fotomodello molto in voga nella NY dell’epoca, Uva Harden, il cui ruolo nell’operazione venne però ben presto ridimensionato dalla presenza di Steve Rubell e Ian Scharger, due “trafficoni” tirati in mezzo nella disperata ricerca di fondi, dopo che i primi finanziatori, due individui legati al giro delle gallerie d’arte, erano finiti in bancarotta, in seguito all'accusa di furto da parte dalla vedova del pittore Mark Rothko.

Steve Rubell e Ian Sharger

L’idea era quella di non badare a spese, pur di riuscire a edificare il definitivo tempio del glamour: e così fu!  Per la realizzazione furono consultati i migliori arredatori, architetti teatrali, esperti di luci e illuminazioni, abitualmente impiegati a Broadway. Ideato in puro stile Versailles, doveva essere il posto più bello e indimenticabile del mondo. Anche se la ragione principale per cui lo Studio 54 è  passato alla storia non è tanto la location, ma la quantità di vip e star assortite che la p.r. Carmen D’Alessio riusciva sera dopo sera a convogliare dentro il locale, e di conseguenza la durissima selezione cui la gente “normale” era sottoposta prima di poter entrare. La filosofia dei gestori era diabolicamente semplice: i “famosi” dentro, tutti gli altri fuori, ma con la speranza di poter entrare a condividere qualche minuto di glitz & glamour con coloro i cui nomi apparivano sulle cronache mondane dei quotidiani.


Woody Allen e Michael Jackson
Halston, Yul Brinner e Liza Minnelli

Salvador Dalì



“Poichè la clientela qui da noi è parte dello spettacolo, dobbiamo essere molto selettivi su chi lasciare entrare e chi no” dichiarò Steve Rubell all’epoca. Il folto elenco di nomi che abitualmente lo frequentava, lascia intuire come il concetto di V.I.P. alle latitudini newyorkesi era leggermente diverso da come lo si intende in Italia oggi: veline, attricette, starlette, tronisti, miss, tuttologi, ospiti televisivi professionali, olgettine e comparse da reality, che ai giorni nostri riempiono i locali e campeggiano sulle copertine di discutibili rotocalchi, non sono nemmeno l’ombra e la vaga idea di coloro che all’epoca frequentavano abitualmente lo Studio, da cui, con molta probabilità, sarebbero stati estromessi!!! Numerosissimi furono i personaggi davvero celebri, ospiti della discoteca. Tra essi spiccano i nomi di Elizabeth Taylor, Liza Minnelli, Andy Warhol, John Travolta, Truman Capote, Michael Jackson, Elton John, Elio Fiorucci, Tom Ford, Diana Ross, Richard Gere, John Lennon, Woody Allen, Silvester Stallone, Salvador Dalì, Calvin Klein, Bianca e Mick Jagger, Halston, Yul Brynner, Martha Graham, Liza Minnelli, Mikhail Baryshnikov, Cher, Tina Turner, Donald ed Ivana Trump. 

Mick Jagger e John Lennon

CHER

Diana Ross e Richard Gere

Liza Minnelli, Andy Wharol e Bianca Jagger

Anche una sconosciuta Madonna,  ai tempi ancora cantante emergente ma nello stesso tempo una gran "discotecara", era solita frequentare il localeAltrettanto numerosi furono gli artisti che vi si esibirono, tra i quali, Grace Jones, gli Chic, i noti DJ Louis Gison e Alì Bousfiha, il cantante Sket, la stessa Diana Ross ed Amii Stewart.

Caratteristica principale del locale erano le provocazioni al costume borghese e la stravaganza delle serate proposte. L'intento dei direttori artistici del locale era infatti quello di garantire ogni sera: «la festa più grande del mondo», nonché quello di scioccare con gli eccessi la città di New York. La musica riprodotta ad alto volume, la migliore disco music che gli anni settanta hanno partorito, le scenografie allusive (emblematica era la falce di luna imboccata dal cucchiaino contenente cocaina), le serate che ogni sabato prevedevano una sorpresa o un nuovo eccesso, con, al culmine, l'Uomo sulla Luna, che scendeva tra il pubblico ed offriva ai presenti lo scintillante contenuto di un cucchiaino d'argento, erano la regola per lo Studio.



 Il pubblico sentiva parlare di scene orgiastiche e di favolosi megaparty a tema. Essa fu anche la prima discoteca ad adottare sistematicamente la selezione all'ingresso, e quello che avveniva al suo interno era riportato immancabilmente dai magazine, con le foto di personaggi famosi che apparivano sulle pagine unicamente per il fatto di aver passato la notte nel locale! Fece epoca la foto di  Bianca Jagger, che, in occasione dei festeggiamenti per il proprio compleanno, entrò in pista a dorso di un cavallo bianco. Essendo stato prima un teatro, la pista, dall'ampiezza di 1800 metri quadri, era stata collocata nella platea: la sala era attrezzata con ben 54 diversi effetti luminosi, neon rotanti, luci stroboscopiche e torri di riflettori colorati, che diffondevano luci intermittenti e si alzavano e si abbassavano illuminando il pubblico. La consolle del DJ alloggiava dove un tempo era il palcoscenico, mentre la zona dei divani era stata ricavata nella balconata. Ad essa si accedeva da una decoratissima scala in stile barocco. Il bancone del bar si trovava sotto la balconata, e quindi allo stesso livello della pista. Sconosciuta ai più, per l'accesso strettamente riservato, era una saletta (oggi si direbbe il privé) collocata ad un livello superiore, in corrispondenza della balconata; vi poteva entrare un ristrettissimo numero di persone, invitate personalmente da Steve Rubell. Ma il gestore del locale faceva anche qualche eccezione: gli piaceva a volte pescare tra la folla, a caso, dei perfetti sconosciuti e li invitava insieme alle celebrità ai suoi party esclusivi.

Calvin Kleine e Brook Shields

Il tramonto
Inaugurato nell' aprile del 1977, l'età d'oro del locale durò appena tre anni. L'alone di magia che lo circondava sparì improvvisamente quando, nel 1980, Rubell fu arrestato per possesso di  droga e frode al fisco. Il locale cambiò gestione e restò aperto fino al 1986, ma oramai l’incantesimo si era spezzato. Gli anni ’80 avevano travolto il magico mondo della febbre del sabato sera, mentre quel luogo “mitologico”, testimone di serate che mai nessuno ha osato immaginare, tornò ad essere riabilitato a teatro (tuttora funzionante). Ma questa fine "ingloriosa" non ne ha mai offuscato la leggenda, semmai ha contribuito ad accrescerla! La memoria dello Studio 54 è sempre viva,  ripercorsa occasionalmente in programmi televisivi, articoli di giornali e, nel tempo, in svariati brani musicali.  Nel 1998 gli è stato anche dedicato un film, dal titolo Studio 54, scritto e diretto da Mark Christopher. Ma, al di la di questi “omaggi”, rimane il ricordo privilegiato ed esclusivo di chi ci è entrato, almeno per una volta nella vita.

sabato 13 luglio 2013

Lo sapevi...

…. che nel 1945, proprio mentre la seconda guerra mondiale volgeva al termine, ci fu una collaborazione artistica tra Walt Disney e il pittore spagnolo Salvador Dalí. Il progetto era quello di realizzare un cortometraggio d’animazione, con le musiche eseguite dal compositore messicano Armando Dominguez, mentre i disegni e i bozzetti preparativi vennero realizzati da uno degli autori e disegnatori più importanti degli studios della Disney, John Hench e dallo stesso Dalí. Tuttavia, a causa di problemi di natura finanziaria, il progetto fu abbandonato. Ma nel 1999, il nipote di Walt Disney, Roy Edward Disney, mentre stava lavorando alla realizzazione di Fantasia 2000, rispolverò il progetto e decise di restaurarlo e riproporlo; per il completamento del cortometraggio vennero incaricati gli studios Disney di Parigi. Alla fine il risultato è stato un cortometraggio in cui sono mescolati elementi di animazione classica a ritocchi apportati con la computer grafica. Il titolo di questa rara gemma è Destino.
Si consiglia la visione del filmato a schermo intero.








giovedì 4 luglio 2013

L'arte della creazione e della scoperta

Pina  Quiese
Per chi, come il sottoscritto, tenta di curare uno spazio di cultura, come questo blog,  diventa sorprendentemente piacevole constare come essa si manifesti in maniera inconsueta. È luogo comune identificare la “cultura” con le solite e a volte noiose attività e manifestazioni: la sorpresa avviene quando invece, come in questo caso, si elabora sotto altre “spoglie”. La storia di Pina Quiese può essere emblematica e può costituire uno stimolo per quelle persone che hanno voglia di scoprire realtà semisconosciute nel sottobosco della nostra città, ma che esistono e vivono. La stilista e amica Pina è uno di quegli esempi in cui la passione per il proprio lavoro assurge a una dimensione spirituale, decisamente artistica.  La manualità di Pina, la sua artigianalità, sono un patrimonio da scoprire e da ammirare. Pina, con la sua attività presente e i suoi numerosi progetti futuri, si fa “portatrice sana” di quegli antichi mestieri che non costituivano solo semplici professioni, ma implicavano delle competenze particolari e delle abilità che  si possono tranquillamente definire artistiche. La nostra stilista svolge un lavoro di sartoria, con dei risvolti che in futuro senz’altro  la porteranno alla creazione di proprie collezioni. Ella si è brillantemente laureata in Scienze e tecnologie della moda, e, al di la dell’attestato, indubbiamente importante, proviene comunque da una lunga e faticosa esperienza sartoriale. Per celebrare la sua professionalità, il 9 maggio 2013, ha organizzato un défilé di abiti da sposa vintage, abiti che hanno ripercorso un arco di tempo che va dagli anni ’50 ai più recenti anni ’90. Titolo dell’evento è stato Vintage, la sposa che vive due volte, e degna cornice della sfilata sono stati i bianchi corridoi del Palazzo ex Gesuitico di Orta Nova.

 Il numerosissimo pubblico presente ha avuto modo di ammirare delle creazioni di alta sartoria artigianale, con preziose e particolari rifiniture e pregiatissimi tessuti che lasciavano intendere un mondo oramai scomparso, fatto di manualità, di estenuante lavoro di vecchi sarti (con relativi collaboratori), ma anche di un gusto particolarmente raffinato, nonché di centinaia di ore di lavoro dedicate alla creazione di opere di così alto pregio. L’operazione di Pina è stata  principalmente culturale, storica e antropologica, tesa com’è a riscoprire la realtà ortese di sessant’anni fa, di cui oggi, nella frenesia e nell’omologazione della società contemporanea, si tende a perdere le tracce. I diversi abiti che sfilavano erano accompagnati dalle musiche dell’epoca, il tutto a creare una atmosfera davvero suggestiva, pregna di delicata nostalgia, ma anche di sorprendente entusiasmo, per l’interesse che, nel 2013, la storia di questi abiti ha suscitato. E’ affascinante e intrigante intuire la provenienza,  la vita, le vicende personali, il percorso professionale e il contesto sociale di chi quegli abiti li ha indossati, tanti anni fa. I  pizzi, le sete, i preziosi veli sono dei veri e propri  libri di storia e di costume, che parlano del passato di Orta Nova in maniera sincera e obiettiva. Senza dubbio l’evento ha dimostrato la passione, la cultura e il gusto della nostra amica Pina Quiese, e la riscoperta di un aspetto importante della nostra città, com'era e com'è a tutt'oggi il giorno del matrimonio, vero spaccato dell'epoca in cui si svolge. In effetti, basta vedere un qualsiasi album fotografico o un filmino per rendersi conto del valore di una vera e propria testimonianza fedele di un epoca.