giovedì 26 febbraio 2015

La Bussola


Sergio  Bernardini è stato un imprenditore e impresario teatrale italiano, che ha legato indissolubilmente il proprio destino a quello della riviera versiliese, nella Toscana tirrenica. Nell'espletare la sua funzione di imprenditore, forse inconsapevolmente Bernardini ha contribuito a far emergere l'intera Versilia e proiettarla nel jet set internazionale degli anni '60 e '70. Infatti egli è stato il fondatore, nel lontano 1955, del famosissimo night club La Bussola, locale che in pochi anni ha acquisito una notorietà internazionale, diventando di fatti luogo di incontri di grandi personaggi dello spettacolo e non solo. Di conseguenza, la presenza del famoso night club ha costituito motivo di attrazione e di sviluppo di un certo indotto, legato a strutture ricettive all'altezza della prestigiosa clientela, soprattutto straniera. 
Possiamo dire che il fenomeno della Bussola è la pronta rivincita di un territorio che cinque anni prima aveva di fatto rifiutato l’organizzazione del Festival della canzone italiana, poi andata a San Remo: infatti dopo il “no” del comune di Viareggio, la città dei fiori fu immediatamente disponibile ad ospitare la kermesse, riscrivendo la propria economia e il proprio futuro!
  La Bussola è stato principalmente un locale notturno, situato sul lungomare di Marina di Pietrasanta, presso la località Le Focette e, insieme alla Capannina, divenne uno di quei "templi pagani" che dettò le tendenze e la vita mondana negli anni sessanta. Fare un elenco degli artisti italiani e stranieri che si sono esibiti alla Bussola, significa spendere diverse pagine, quindi mi limito ad elencare quelli più influenti, i cui concerti sono passati alla storia della musica e dello spettacolo, oltrepassando i confini regionali e nazionali. Tra gli italiani non possono non essere menzionati musicisti e interpreti del calibro di Renato Carosone, Ornella Vanoni, Luciano Tajoli, Fred Bongusto, Fabrizio De André, Adriano Celentano, Renato Zero, Gianna Nannini, Marcella Bella, Patty Pravo, Loretta Goggi, Milva, Mia Martini.  Tra gli artisti internazionali spiccano i nomi di Ray Charles, Juliette Greco, Ella Fitzgerald, Miles Davis, Ginger Rogers, Louis Armstrong, Marlene Dietrich, Joséphine Baker, Tom Jones, Wilson Pickett, Frankie Laine, Platters, Chet Baker! Fra gli innumerevoli aneddoti legati al locale, emblematici sono i fatti accaduti il 31 dicembre 1968, ultimo giorno a chiusura di un anno notoriamente turbolento, di durissimi scontri, legati alla contestazione del Movimento Studentesco, che, proprio in quel contesto, prese di mira la Bussola di Focette, identificata come il ritrovo della borghesia italiana e straniera. La situazione è piuttosto tesa fin dalle prime ore della serata. Centinaia di contestatori assediano il locale in cui dovranno esibirsi Fred Bongusto e la celebre cantante inglese Shirley Bassey, con al seguito una grande orchestra. Alla carica della polizia, la protesta degenera in scontri che durano tutta la notte. L’intraprendenza di Bernardini non si fermò alla Bussola: dopo pochi anni l’impresario diede vita anche al Bussolotto, locale per vip dedicato esclusivamente alla musica jazz e in cui si esibirono più volte, tra gli altri, Romano Mussolini, Chet Baker, João Gilberto e Renato Sellani.
                                  
                                        Adriano Celentano
Ella Fitzgerald
Sergio Bernardini (avanti) con Mina
Tom Jones con Janis Joplin
Un ulteriore slancio dell'impresario fu l'inagurazione di Bussoladomani, sempre in Versilia, rivolto tendenzialmente a un pubblico più giovane, pur conservando lo stile che ha da sempre contraddistinto il marchio Bussola.  Il locale, nato nel 1976, è costituito da una tensostruttura, adatto a grandi concerti ed esibizioni maggiori. Nel primo anno il Bussoladomani fu aperto solo per i mesi di luglio, agosto e i primi giorni del mese di settembre. Più lungo il periodo del 1977, quando si svolsero anche numerose esibizioni teatrali, a partire dal mese di maggio fino ad estate inoltrata. Fu qui che nell'estate del 1978 Mina diede il suo addio alle scene con una serie di leggendari concerti rimasti nella storia della musica. Oltre a Mina, la struttura vide tra gli altri anche rappresentazioni di artisti come Barry White, Liza Minnelli, Frank Zappa, Renato Zero, Mike Oldfield, Joe Cocker, James Brown, Dionne Warwick, Gilbert Bécaud, Rockets, Gianna Nannini, Alberto Fortis, Marco Ferradini e Vasco Rossi.  Bussoladomani successivamente si sviluppò più come luogo di rappresentazioni teatrali che di eventi musicali.


Dopo aver vissuto una storia davvero straordinaria, segnando di fatto un' intera epoca, ed essere stato punto di riferimento per almeno tre generazioni, nell'agosto 2007  La Bussola venne chiusa per rumori notturni molesti. Ma il  6 ottobre dello stesso anno avviene il cambio della denominazione, in Bussola Versilia. Il locale oggi è uno dei più frequentati del panorama versiliese,  divenuto una delle mete preferite per gli amanti delle nuove tendenze legate al mondo della notte, con i più famosi deejay alle consolle. Rispetto a diversi anni fa, oggi si è dotato di una duplice veste: invernale, con due sale disposte su due piani, una dedicata alla musica house e alle nuove sonorità, l'altra più commerciale e revival, e la location estiva, con l'intera discoteca che si trasferisce tra bordo piscina, giardino e spiaggia con due piste: una commerciale, con sfumature house, l'altra revival, dedicata a un pubblico più "maturo".
Il 2 ottobre del 1993 Sergio Bernardini trovò la morte in un incidente stradale, presso Asti. Dato il suo importante contributo allo sviluppo della zona, e in sua memoria, recentemente due amministrazioni comunali della Versilia hanno voluto dedicare al celebre impresario un lungo "viale a mare", sito nel comune Camaiore, nella zona del Lido, e  Pietrasanta, nella quale si trova una piazza a lui dedicata, nella frazione di Marina, proprio nei pressi della Bussola.


giovedì 12 febbraio 2015

Lo sapevi che…..

il 12 giugno 2007, in occasione delle celebrazioni della festa patronale di Sant’Antonio da Padova, fu organizzata una rassegna di pittura estemporanea dedicata alla città di Orta Nova, in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Foggia.  L’iniziativa fu promossa dall’Associazione Culturale  L’Ortese,  con l’intento di valorizzare l’intero nucleo storico della nostra città. Si contarono una dozzina di  giovani pittori che a scelta si posizionarono in diversi punti del centro cittadino, a seconda della personale prospettiva dalla quale volevano catturare un aspetto saliente,  riconducibile alla storia e alla tradizione di Orta Nova. Il risultato fu un ritratto variegato, attento e molto interessante che questi giovani artisti hanno tracciato, col decisivo valore aggiunto di una visione alquanto obiettiva e depurata dalla consuetudine, scevra da ogni forma di pregiudizio socio-culturale, tipici delle persone estranee ad un certo contesto. Essi hanno catturato la luce, la prospettiva e l’importanza delle cose che a noi residenti sfuggono,  presi come siamo dalla “normalità” di chi quelle stesse cose le vede ogni giorno, senza farci caso e senza attenzione a ciò che ci circonda. Ogni artista ha adottato la propria concezione e la propria tecnica pittorica per poter raffigurare i simboli di Orta Nova. Si andava da un Sant’Antonio pop, multicolore, con tecnica a colore acrilico su tela, a rappresentazioni futuriste di Orta Nova, ad olio su tela, dalle severe mura del Palazzo Gesuitico e le Chiese, alla statua bronzea di Sant’Antonio, nella villetta, dalle reminiscenze impressioniste; da un tralcio di vigna, rappresentato col dinamismo tipico del Boccioni,  passando per il "Canalone", con disegni a matita carbone e sanguigna su cartoncino. In molti casi, gli artisti sparsi per tutto il centro storico hanno impiegato diverse ore a completare l’opera, sino al tardo pomeriggio, cosa che ha favorito una diffusa interazione con i residenti, molto interessati a quegli “strani forestieri”, ai quali volentieri veniva offerta ogni sorta di bevande e di derrate alimentari.





domenica 25 gennaio 2015

NEW YORT BAND

CONCERTO DELL’EPIFANIA 2015

Quella che nel 2013 doveva essere una semplice serata musicale come tante, dopo tre edizioni si sta trasformando in un atteso e piacevole appuntamento che ogni anno viene a concludere in bellezza il Natale ortese. La terza edizione del Concerto dell’Epifania, a cura della New Yort Band, come nelle attese, è stata una intensa  serata musicale, e non solo. L’ associazione New Yort Band sta elaborando, man mano che le edizioni si susseguono, un vero e proprio show che si arricchisce ogni anno di nuove idee e nuove proposte. La formula è vincente e sta aprendo prospettive davvero interessanti. Quest’anno, ad esempio, si è dato spazio al cabaret, con la presenza di Chicco Paglionico, comico di scuola napoletana, importante firma della premiata accademia di Zelig. L’aspetto musicale è stato come sempre entusiasmante, con un repertorio, come quello della big band ortese, sempre più ampio e assortito. Anche quest’anno è stata attuata la formula indovinata dello special guest : nel 2015 ospite della serata è stato il bluesman Richard Blues (Riccardo Mennuti), frontman dell’Harlem Blues Band, prestigioso ensemble  di marca ortese, che ha deliziato i presenti con una piccola selezione di brani  di raffinato blues e rhythm and blues. Così come entusiasmante è stato il repertorio della New Yort Band, seguita dalla calda voce soul della vocalist Lucia Tanzi e la sapiente direzione del Maestro Franco Ariemme. Due i momenti emozionanti della serata: la standing ovation in onore di Pino Daniele, con tutto il teatro in piedi, e la presenza sul palco del primo nucleo della giovanissima Banda Cittadina di Orta Nova. A quanto pare, dopo la New Yort Band, i sogni di Franco Ariemme sono ancora tanti e si stanno tutti avverando !
Per leggere altri articoli sulla New Yort Band selezionare di fianco, l'Archivio blog - 2013, Marzo e 2014, Gennaio.

lunedì 12 gennaio 2015

TRA STORIA E LEGGENDA




In un precedente post, dedicato al rock progressivo italiano, avevo accennato alla breve e insolita “immersione” avuta in questo movimento dalla formazione dei Pooh, a metà degli anni settanta, anche se è evidente che la band non è annoverabile tra le formazioni progressive italiane. Sta di fatto che quella breve stagione ha inciso molto più di quanto si pensi sulla loro produzione, in particolare nel periodo che va dal 1973 sino al 1980.  In questo settennio, infatti, essi non hanno disdegnato di inserire nei loro album brani con la tipica struttura progressive, nell’impostazione, negli arrangiamenti e nelle tematiche trattate, pur essendo distanti dalle sonorità rock. A questo punto ritorna utile rammentare la natura propria del prog, dai testi, caratterizzati da un certo spessore culturale, con frequenti riferimenti a figure e opere letterarie, mitologiche, immaginarie e storiche, la prosa molto curata, ricca di figure retoriche e le composizioni musicali e gli arrangiamenti: i brani diventano quasi delle suite, la cui durata si amplia notevolmente rispetto ai canonici quattro minuti delle produzioni pop. E’ frequente avvertire influenze sinfoniche, temi musicali estesi, complesse orchestrazioni, articolati cambi di tempo.  Nel caso dei Pooh, la penna del compianto paroliere Valerio Negrini ha espresso ottimi livelli di invenzione letteraria, con testi mai banali, dalla scrittura delicata, discreta e potente allo stesso tempo, grazie alla quale andava a creare contesti emozionali ed evocativi, ripercorrendo nello stile e nel gergo il tema trattato in un determinato brano musicale, dando modo ai personaggi protagonisti del brano di esprimersi con il linguaggio del loro tempo!  Però c’è anche da sottolineare come certa critica musicale non ha mai reso piena giustizia ai meriti della produzione della band, spesso liquidando in maniera frettolosa come mero “prodotto commerciale” un’opera che invece merita di essere riscoperta, specie quella relativa agli anni settanta. In questo articolo andiamo a porre l’attenzione su specifici brani inseriti negli album dei Pooh (anche in contrasto con i produttori, che mal sopportavano quelle lunghissime composizioni “poco orecchiabili”), con cui i quattro musicisti andavano a “chiudere” i loro 33 giri. I temi trattati sono molteplici e qui elencati.
PARSIFAL (1973)
Brano della durata di dieci minuti, che riprende le gesta del cavaliere Parsifal, tanto care al compositore tedesco Richard Wagner. Si tratta di  un popolare personaggio del ciclo arturiano, il solo che riesce a vedere il Santo Graal. La leggenda racconta di un ragazzo nato e cresciuto nella foresta, che poi si reca alla corte di Re Artù e diventa uno dei Cavalieri della Tavola Rotonda. È ammesso alla vista del Santo Graal perché il suo cuore e la sua anima sono puri. Musicalmente si tratta di una suite dalle diverse ambientazioni, costruita da un’orchestra sinfonica che affianca la batteria, la chitarra elettrica e il basso, unici strumenti “moderni” che si ascoltano. La natura del testo è di stile “cavalleresco”, così come si addice al tema trattato. Il brano, diviso in due parti, di cui la seconda interamente strumentale, dà il titolo all’intero album.
PRELUDIO / IL TEMPO, UNA DONNA, LA CITTA’(1975)
L’album è Un po’ del nostro tempo migliore, a detta di molti la punta più elevata dell’intera produzione musicale dei Pooh, e si apre con Preludio, una vera e propria overture classica, interamente strumentale.  Il LP si chiude con un’elegante suite, di notevole pregio, quale è Il tempo, una donna, la città, della durata di poco più di dieci minuti, dagli svariati temi musicali. E' una composizione articolata nei testi e nell’uso degli strumenti e la storia narrata è di colore fantasy, gotica, onirica, ricca di figure sfuggenti, ricordi del passato, luoghi incantati, visioni sfocate. Musicalmente si tratta di una composizione portentosa, complessa, in cui la potenza epica dell’orchestra e dei cori è prevalente. Anche qui, come in Parsifal, le parole sono molto evocative, magiche, quasi ermetiche, di impatto emotivo.
 UNO STRANIERO VENUTO DAL TEMPO / PADRE DEL FUOCO, PADRE DEL TUONO, PADRE DEL NULLA (1976)
I due brani in esame sono tratti dall’album Poohlover. Qui Valerio Negrini dà ampio sfoggio della sua marcata fantasia, frutto di letture e ricerche approfondite. Il primo brano narra dell’incontro e del dialogo tra un viaggiatore di un altro mondo, arrivato sulla terra mille anni prima, che ricorda il suo mondo natale, a cui forse è sopravvissuto, stanco del suo vagabondare, e un umano, che, incredulo, tenta di scoprire tutto di lui. Un Blade Runner ante litteram! Musicalmente c’è un cambio di rotta: non più orchestra sinfonica negli accompagnamenti, ma il solo uso di strumenti elettrici e tastiere, che vengono a creare  atmosfere sognanti, vagamente psichedeliche. Il secondo brano racconta di vicende, fra storia e immaginazione, della notte dei tempi: il mondo delle civiltà antiche, trattato con vigore e fantasia, dai tratti epici ed immortali, come nella migliore tradizione progressive europea.
 LA LEGGENDA DI MAUTOA / IL RAGAZZO DEL CIELO (LINDBERGH) (1978)
Oramai le orchestre sinfoniche sono un ricordo del passato. I Pooh, pur trattando di temi storici e leggendari, si affidano agli strumenti elettrici da loro suonati, anche se lo stile rimane quello epico/sinfonico. La leggenda di Mautoa, stavolta con le parole di Stefano D'Orazio, racconta una storia di sapore mitico-leggendario: Mautoa è un aborigeno d'Australia la cui salvezza è legata al boomerang, l'arma portatrice di speranza che ritorna dal cacciatore anche quando non raccoglie il frutto dei suoi sforzi. L’esperienza di questo cacciatore solitario vive nell’illusione della fine della sua solitudine, materializzata nell’eco della sua stessa voce, che egli crede della donna da conquistare.  Il secondo brano è ispirato alla storica avventura di Charles Lindbergh, il temerario aviatore americano che effettuò in solitario la prima trasvolata dell’Atlantico sul suo monoplano, lo Spirit of Saint Louis, nel 1927. Nel brano, protagonista è la luna, che fa compagnia all’aviatore durante tutto il tragitto, per evitare che questo si addormenti. L’album in questione è Boomerang.
 L’ULTIMA NOTTE DI CACCIA (POWHA L’ INDIANO) (1979)
Prima dell’incisione dell’album Viva, i quattro musicisti fecero un viaggio in Canada. Da quell’esperienza sicuramente è nata l’ispirazione per il brano L'ultima notte di caccia, che racconta la leggenda di un indiano d'America, che si batte contro la conquista delle terre da parte degli europei, e viene ucciso in seguito ad un agguato tesogli da una donna bianca, che mostrandogli un certo interesse a sfondo sessuale, non fa che attirarlo in una trappola dove trova i suoi assassini. Musicalmente siamo oramai distanti dalle atmosfere classicheggianti del passato. Il genere è un pop rock molto dinamico, spumeggiante, anche se i testi di Valerio Negrini sono fedeli al suo stile, con l’uso appropriato del gergo a disegnare le atmosfere e le ambientazioni proprie dei nativi americani.
INCA (1980)
Con questo brano, inserito nell’ LP …Stop, i Pooh chiudono di fatto il ciclo dedicato alle tematiche storico/leggendarie, che ha caratterizzato le loro uscite da prima della metà degli anni settanta. Il decennio si è chiuso, così come la meravigliosa stagione del prog italiano, e i Pooh non hanno fatto altro che accompagnare al crepuscolo la loro personale esperienza della visione progressive. La vicenda è la storia dell’ impero degli Incas, al momento dell’arrivo dei conquistadores spagnoli, guidati da Francisco Pizarro, che ne hanno sancito il tramonto e la sottomissione. Lo stile musicale è rockeggiante, aspro, con il prevalere delle chitarre di Dodi Battaglia, mentre i testi sono sempre inventati con grande maestria da Valerio Negrini, costruiti intorno al drammatico dialogo tra il soldato spagnolo e il guerriero inca.
                    
                 Il tempo, una donna, la città (1975)

martedì 6 gennaio 2015

PINO DANIELE

Laddove non ci riesce né la politica, né la società cosiddetta civile, arriva la musica, si, ma la musica di Pino Daniele. Il musicista è stato capace di amalgamare le diverse culture che hanno come comune denominatore il Mediterraneo, da quella araba, alla spagnola, a quella strettamente partenopea e meridionale in generale, spesso condita in salsa Nord e Sud Americana, e questo da quarant’anni! E pensare che oggi, in piena globalizzazione, ci sono ancora  rigurgiti di xenofobia, in cui a prevalere è la cultura dell’esclusione, avallati con opportunismo da alcune forze politiche. La musica di Pino Daniele è molto più avanti, complice la sua città natale, che, come dicevo in un precedente post, è stata sempre fautrice di accoglienza e contaminazione. Napoli ha avuto bisogno di Pino Daniele e l’artista ha avuto bisogno di Napoli, tant’è vero che, non appena se n’ è staccato, la sua vena creativa si è quasi completamente esaurita!
Ma fino a quando egli aveva il cordone ombelicale con la sua città, non ha fatto altro che aggiungere al già ricco patrimonio musicale partenopeo altre gemme, che sono dei classici al pari di quelli già celebrati in tutto il mondo. Il rapporto che Pino ha avuto con la sua città è stato indubbiamente di amore/odio, e forse per troppo amore ha sempre preferito starsene lontano, fino alla sua morte, comprese le sue spoglie, che non riposeranno all’ombra del Vesuvio, scelta discutibile, ma è una scelta. L’unico Re che non riposerà nel suo regno. Ma i sommi atti d’amore verso la sua città, che sono le sue canzoni, quelle si che resteranno napoletane, ma allo stesso tempo internazionali, i capolavori nati nei vicoli e pregni di salsedine, custoditi per sempre dalla sirena Partenope.
PER CHI VOLESSE APPROFONDIRE L’ARGOMENTO SULLA MUSICA DI NAPOLI, VEDERE DI FIANCO, ALL’ARCHIVIO E CLICCARE SUL 2013, MESE DI MAGGIO, oppure cliccare sul link qui sotto.
http://ortanovaculturacontemporanea.blogspot.it/2013/05/napule-e.html
SAREBBE STATO SCONTATO METTERE UNA BRANO DI PINO DANIELE COME OMAGGIO MUSICALE. HO PREFERITO UN PEZZO DI VALERIO JOVINE, DEDICATO ALLA CONTAMINAZIONE MUSICALE E ALLA CULTURA DELL’INTEGRAZIONE, TEMI TANTO CARI A PINO DANIELE.

domenica 14 dicembre 2014

Orta Nova, ieri e oggi

U’ canalòne


Con questo termine dialettale ortese si è soliti indicare quella che viene definita la più bella via di Orta Nova. Questo “soprannome” deriva dal fatto che, quando non esisteva l’attuale impianto fognario, dopo ogni temporale questa strada si trasformava in un minuscolo torrentello, "guadato" a suo tempo dai carri dei contadini, dalle grandi ruote e trainati da cavalli (i'scjarabball), e dai viandanti che non potevano attendere il termine dell’ondata di piena !
Questo sinuoso serpente, leggermente curvilineo, si insinua nella zona storica del centro abitato, parallela al corso principale e offre una interessante prospettiva,  sia che lo si percorra dirigendosi verso il centro, con lo sfondo della sagoma del campanile della Chiesa Madre, sia che la direzione è inversa, con la veduta sul maestoso palazzo Traisci, attuale sede della comunità delle suore. In tempi passati questa via ha goduto di una certa centralità, in quanto comoda per i pedoni e luogo di culto religioso, in occasione della ricorrenza della festa di San Rocco, tant’è vero che era conosciuta dai nostri nonni col nome familiare  di stråde de Sanderocche. Qui, nel giorno 16 agosto, si svolgeva una sentita e suggestiva processione, dedicata a San Rocco, con le luminarie che poste lungo la via, culminavano con una maestosa illuminazione ad arco, collocata in prossimità del palazzo Traisci, sotto la quale veniva accompagnata la statua del Santo. Questa grande luminaria era chiamata u chjesjone e offriva, per chi proveniva dal centro, una prospettiva davvero favolosa ! Sul canalone si affacciano dei bei palazzi d’epoca, tale da rendere unica questa via. Un tempo l’accesso dei mezzi era inibito da due blocchi di pietra, chiamati i tìttele che impedivano il passaggio delle sempre più numerose automobili, fatto che aiutava a preservare l’integrità della strada.
Il Canalone, e tanti altri punti della città,  nel tempo sono stati vittima di efferati crimini urbanistici, commessi da amministratori poco propensi a conservare la memoria storica, le tradizioni e l’integrità di un interessante centro storico. Infatti, le bianche pietre che coprivano tutto il suo percorso sono state ricoperte di “volgare” catrame e successivamente la via aperta al traffico e agli escrementi dei cani ! Queste sono ferite aperte per Orta Nova, e allora si chiuderanno quando sarà ridata dignità e decoro alle varie realtà del tessuto urbano, violentate senza contegno, dal cinismo delle amministrazioni comunali che le hanno assassinate. L’elenco è lungo, se pensiamo al vecchio palazzo comunale, demolito per far posto a quell’eco mostro che oggi domina piazza Pietro Nenni, la vecchia chiesa gesuitica, risalente al Settecento, con l’attiguo arco in pietra, che era la porta di accesso alla Cittadella Gesuitica, il nucleo originario dal quale è nata Orta di Capitanata, uno dei Cinque Siti Reali voluti dai Borbone. E poi, l’intero percorso di Corso Aldo Moro, una volta Via Nazionale, col suo meraviglioso selciato di pietra lavica, accompagnata dagli stupendi marciapiedi, anch’essi in pietra, una delle più belle passeggiate di Orta Nova, distrutto dal catrame e da orribili aree di posteggio, che hanno “tagliuzzato” il marciapiede in maniera inguardabile.
La nobiltà della pietra sostituita dalla volgarità del catrame e del cemento. Anche questo è un segno dei tempi !
Queste zone della città chiedono giustizia, un ritorno alle origini, quando i nostri avi le hanno realizzate, dimostrando gusto estetico e senso pratico, a differenza di quelli che sono arrivati dopo, che, in nome di non so quale disegno, hanno contribuito alla distruzione di elementi urbanistici che la loro cultura evidentemente non poteva comprendere !




sabato 22 novembre 2014

OBIETTIVO ARTE


Ryszard Horowitz
Stupitemi…! Così Alexey Brodovitch, il leggendario direttore creativo dell’agenzia newyorkese Harper’s Bazaar, sollecitava i suoi studenti. Per lui il design – si trattasse di illustrazione, grafica o fotografia – doveva essere provocante e innovativo.
Nel suo laboratorio di creatività si sono formati fotografi quali Richard Avedon, Hiro, Art kane, Arnold Newman, Irving Penn e un giovane Ryszard Horowitz.
Nato in Polonia durante la seconda guerra mondiale e sopravvissuto ad Auschwitz, in gioventù ha avuto una formazione classica in campo artistico, ricevuta all’ Accademia di Belle Arti di Cracovia, per poi assorbire tutta l’influenza della cultura polacca ed europea in generale. L’aspirante fotografo ha vissuto a pieno il clima di avanguardia artistica che ha caratterizzato Cracovia negli anni Cinquanta. Da questa esperienza innovativa si sono venute a delineare alcuni elementi che hanno fatto di Ryszard Horowitz uno tra i più originali interpreti del surrealismo in fotografia.
Egli si appassiona alla fotografia americana e, dopo la sua esperienza al Pratt Institute di New York, seguito da un periodo di intense collaborazioni, diventa art director per l’agenzia pubblicitaria Grey Advertising. Nel 1967 apre il proprio studio fotografico nella Grande Mela, dando il via alla realizzazione delle sue immagini fantastiche, di chiara ed evidente matrice surrealista (notevoli sono i richiami e le influenze della pittura di Salvador Dalì).
Le sue opere gli valgono numerosi  e prestigiosi premi, quali gli Award of Excellence da parte dell’Art Directors Club, l’American Photographer of the Year, il Kodak VIP Image Search. Tra i suoi committenti vi sono le maggiori aziende americane ed europee e i più prestigiosi periodici.
Le sue mostre, intitolate Expanding the Imagination, si tengono nelle più importanti città europee, come Varsavia, Praga, Parigi, Ginevra, Rochester, oltre che negli Stati Uniti, ad Hong Kong e in Giappone. Anche Milano ha ospitato l’ importante evento, accompagnato da convegni tenuti dallo stesso autore.
La tecnica usata dall’artista è quella dell’assemblaggio di immagini, effettuata al computer. Egli fotografa i singoli elementi che comporranno la sua opera e poi, una volta trasferiti sul PC in forma digitale, si procede all’assemblaggio vero e proprio. Ma, come dice Ryszard Horowitz, << il computer è semplicemente un mezzo, estremamente utile per giungere a un certo risultato, però alla base stanno l’idea, la fantasia e la creatività del fotografo. La costruzione mentale delle immagini, una determinata prospettiva e l’idea finale dell’opera, possono essere solo frutto dell’intelletto umano ! >>
Allegory 1

Tutti gli elementi di questa foto sono stati fotografati in studio,separatamente e poi assemblati grazie al computer. Il ruolo del fotografo è quello di regista, di “compositore fotografico”. Sia il violoncello che la tastiera, costruita appositamente per la foto, sono stati fotografati in una vasca riempita d’acqua. La tastiera vi è stata gettata per creare turbolenze e onde in miniatura, congelate dall’obiettivo del fotografo. Anche i due modelli sono stati fotografati in studio, su fondo nero. Gli strumenti musicali compaiono frequentemente nelle opere di Ryszard Horowitz a ricordare la sua passione per il jazz, di cui, negli anni Sessanta, ha fotografato i grandi protagonisti.

Allegory 2

Anche in questo caso i diversi elementi che compongono l’opera sono stati fotografati in studio. Qui il fotografo si è avvalso dell’aiuto di Robert Bowen, esperto in immagini pubblicitarie. Il vassoio di plexiglass è stato costruito appositamente per la foto, mentre gli altri elementi sono stati ripresi in natura. Il bambino è stato fotografato su fondo bianco, e tutte le foto in seguito assemblate al computer.

Stolar System


Questo è un caso di foto pubblicitaria. Soggetto e committente è la Stolichnaya Vodka e il titolo dell’opera si basa su un gioco di parole che richiama il sistema solare, i cui pianeti sono formati da olive, arance, limoni e altri piccoli frutti che ruotano intorno alla bottiglia di vodka. La bottiglia è stata immersa in una vasca appositamente costruita e le bolle create dall’immersione sono state congelate dal flash, il tutto su fondo bianco. Gli altri elementi sono stati aggiunti in un secondo tempo, combinandoli al computer.